«Quel finale può piacer a Saddam Hussein, se è ancora vivo». Graffia il critico de Il Mattino, Valerio Caprara, sottolineando l’antiamericanismo a buon mercato di Dogville. E invece quel finale, con la faccia di Richard Nixon, le immagini del potere che crea il male e il popolo dei cani a caccia dell’osso, è destinato a piacere sulla Croisette. Lars Von Trier, il trasgressivo, a Cannes sta perfettamente nel gruppo. E somiglia alla massa dei vecchi alfieri di un’avanguardia che non stupisce più.

Von Trier è l’icona di un mondo ideologicamente fermo, un robot che si muove seguendo impulsi preconfezionati. Cita Mark Twain perché ha studiato che era un intellettuale fuori dagli schemi, dice di aver letto Steinbeck perché il suo film somiglia troppo a Furore. E fa mettere nella sala d’attesa della sua casa di produzione a Copenaghen un carro armato, così da poter dire a chiunque entri: «E’ solo un regalo, ma io sono pacifista». Che uomo.

Quando un giornalista americano lo provoca («Emily Watson, Bjork, la Kidman: non le sembra di essere talebano con le attrici?»), lui sibila piccato: «Come tutti i registi e i giornalisti, anche io racconto sempre la stessa storia».

Nessuno osi scherzare con Von Trier il Trasgressivo. Solo lui ha diritto d’essere originale, c’è scritto sul passaporto. In compenso, il suo secondo film della trilogia contro l’America tratterà un tema notoriamente inesplorato del cinema: la segregazione razziale...

Che uomo, che regista. Questo è Lars Von Trier.



Bleah!