Mi sapreste dire cos'è l'oricalco?
E poi: qual'è la differenza concettuale e di metodo tra alchimia e chimica?
Grazie


Mi sapreste dire cos'è l'oricalco?
E poi: qual'è la differenza concettuale e di metodo tra alchimia e chimica?
Grazie


Paolo Cortesi, nel suo saggio "Alla ricerca della pietra filosofale - Storia e segreti dell'alchimia", sostiene che la chimica è l'alchimia a cui è stata strappata l'anima… espressione che trovo efficace, suggestiva ed estremamente calzante.
Questa la definizione di chimica: disciplina scientifica che ha come oggetto di studio la materia e le trasformazioni che essa può subire; si avvale del metodo scientifico che poggia sostanzialmente sull'osservazione sperimentale e sul ragionamento logico matematico.
L'alchimia, invece, è essenzialmente magia, è una sorta di filosofia mistica intrisa di elementi esoterici, con fortissime implicazioni spirituali e notevoli punti di contatto con l’astrologia. E se è vero che gli alchimisti hanno lasciato una preziosa eredità di esperienze e di strumenti, mi sembra inesatto considerare la chimica lo sviluppo in chiave scientifica dell'alchimia: le due discipline poggiano infatti su basi concettuali molto diverse, soprattutto perché le teorie e i processi alchemici sono per loro stessa natura patrimonio di pochi iniziati, mentre la ricerca chimica deve, per definizione, contribuire al processo generale della conoscenza della materia.
Questa la definizione di alchimia in un codice miniato della metà del XV secolo: "L’alchimia è una parte magnifica della filosofia occulta della natura, la più necessaria, quella che fonda e unifica arte e scienza e che non a tutti è dato conoscere. Essa insegna a mondare e rendere pure le pietre preziose imperfette e a ridurle al perfetto temperamento; insegna a risanare i corpi umani, peccatori e malati, e a riportarli al migliore stato di salute, cioè al vero temperamento. Infine insegna a trasmutare tutti i corpi metallici trasformandoli in piena luce (argento) e poi in sole (oro), mediante un corpo unico, medicina universale, al quale tutte le medicine particolari sono e furono ricondotte. Tutto ciò avviene mediante un’unica operazione manuale, che è stata rivelata ai figli perfetti della filosofia, e tramite il calore del fuoco".


All'ottima risposta di Silvia aggiungo solo che l'oricalco è una lega sostanzialmente uguale all'ottone (80% di rame e 20% di zinco)...
Saluti.


L'Oricalco e' un metallo ora sconosciuto che secondo Platone (Crizia 5) abbondava
invece in epoca atlantidea:
La stirpe di Atlante dunque fu numerosa e onorata, e poiché era sempre il re più
vecchio a trasmettere al più vecchio
dei suoi figli il potere, preservarono il regno per molte generazioni,
acquistando ricchezze in quantità tale quante mai
ve n'erano state prima in nessun dominio di re, né mai facilmente ve ne saranno
in avvenire, e d'altra parte potendo
disporre di tutto ciò di cui fosse necessario disporre nella città e nel resto
del paese. Infatti molte risorse, grazie al loro
predominio, provenivano loro dall'esterno, ma la maggior parte le offriva
l'isola stessa per le necessità della vita: in
primo luogo tutti i metalli, allo stato solido o fuso, che vengono estratti
dalle miniere, sia quello del quale oggi si
conosce solo il nome - a quel tempo invece la sostanza era più di un nome,
l'oricalco, estratto dalla terra in molti
luoghi dell'isola, ed era il più prezioso, a parte l'oro, tra i metalli che
esistevano allora - sia tutto ciò che le foreste
offrono per i lavori dei carpentieri: tutto produceva in abbondanza, e nutriva
poi a sufficienza animali domestici e
selvaggi.
La scienza tradizionale dell'Alchimia su basa sul principio della
Unita' del Tutto. Di contro al dualismo religioso-teistico, la
Alchimia afferma che tutto puo' trasformarsi in tutto in presenza
delle debite condizioni.
In particolare, si afferma che non vi e' vera soluzione di continuita'
o incommensurabilita' fra materia e spirito, ma che materia e spirito
possono mutare l'una nell'altro, che la materia e' spirito addormentato, e che la "colla" fra spirito e materia e' la energia o forza vitale.
Ora, lo scopo degli alchimisti era ed e' quello di transmutare senza
residuo la propria materialita' incosciente in materialita' cosciente
e quindi immortale.
La chimica moderna e' una estrema degenerazione dell'Alchimia in due
sensi:
1) dapprima, si inizio'ad utilizzare sostanze per lo piu' tossiche
per provocare mutamenti di coscienza all'interno dell'opera
alchemica (droghe, metalli pesanti, veleni, cristalli).
Tali pratiche vengono conosciute come Alchimia Esterna e sono
tutt'ora usate in ambienti taoisti e Indu';
2) la vera irrimediabile degenerazione avvenne con la perdita dello
scopo alchemico, vale a dire la chimica non trasforma piu' la materia
incosciente in materia cosciente, ma trasforma materia incosciente
in materia incosciente.
Esiste una prova inconfutabile della fondatezza della dottrina alchemica:
si tratta delle sostanze psicoattive. Infatti, solo ammettendo una continuita'
fra coscienza e materia si puo ammettere che una sostanza materiale influisca
radicalmente sulla coscienza.
Ora, la meta dell'Alchimista non si esaurisce pero' con una ricerca
di stati di coscienza, ma con una vera e propria trasformazione della
propria materia (del proprio corpo) in un corpo incorruttibile perche
fatto di coscienza e di energia cosciente.
La tecnica consiste essenzialmente in:
1)concentrazione della forza vitale;
2)purificazione della forza vitale;
3)trasformazione della forza in coscienza;
4)operazione alchemica che produce un precipitato SOLIDO
e incorruttibile (il corpo immortale).
Per solido si deve intendere "puro Yang" in senso
estremo orientale.
Il punto 4) differenzia la Alchimia tradizionale
dalle dottrine religioso-spiritualistiche le quali
mirano al massimo al punto 3).
L'Alchimia invece afferma che lo stato supremo
e' UN RITORNO AD UNO STATO "SOLIDO", ma ora
INCORRUTTIBILE.
Vedi:
www.levity.com/alchemy/
Oggi, l'Alchimia e' ancora viva in ambienti Taoisti e Indiani.
I Taoisti sono spesso piu' puri, e meno mitologici.
Gli Indiani hanno invece maggiore tendenza a sfociare
in un certo spirito teistico-religioso.
L'Alchimia Occidentale tratta essenzialmente della
stessa materia, ma e' molto piu' difficile se non
impossibile trovare esponenti qualificati, dato che
la Chiesa, che pure si basa sul mito alchemico
del Corpo Immortale, colla scusa di combattere
Satana, ha invece diabolicamente ritirato le
vere conoscenze dal dominio pubblico.
Il seguente saggio di J.Evola coglie molto bene il senso
di parte dell'Opus.
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Della "purità" come valore metafisico
di Julius Evola (Bilychnis, Anno XIV, Fasc. VI, Giugno 1925)
In due modi distinti l'uomo può cercare di superare la contingenza e la miseria
del mondano in un rapporto con la divinità. Nel primo si presuppone che il Dio
sia distinto dall'uomo, di modo che il rapporto non può essere che quello
estrinseco proprio alla fede, alla preghiera, alla devozione, all'osservanza di
determinati principi morali ai quali si riconosce una superiore validità.
Nell'altro si pòstula invece una ideale continuità fra uomo e Dio, di modo che
il rapporto ha il senso di una identificazione reale, di un congiungersi
dell'uomo a Dio non con parole, pensieri o sentimenti, bensiì con un farsi egli
stesso Dio. Questa è la via della mìstica e dell'esotèrica, opposta a quella
della religione devozionale. Nell'una dunque lo stato umano di esistenza viene
accettato e mantenuto sia pure presso alla fede in una esistenza e in una legge
superiore; nell'altra si vorrebbe invece trasformare realmente e senza resíduo
un tale stato, fatto di morte e di oscurità, nella gloria di una vita divina.
In relazione a questo divario, si hanno due modi affato distinti di realizzare
il concetto di "purificazione". Qui ci si occuperà soltanto della dottrina
esotèrica della purificazione, dottrina assai suggestiva, della quale pertanto
nell'òrdine dell'attuale cultura si può dire che non si sappia ancora che poco o
nulla. Non ci si soffermerà sulla questione delle fonti: se esse essenzialmente
si connèttono all'Oriente, e in particolare alle scuole tàntriche e a
diramazioni màgiche ed alchèmiche del taoismo e del mahâyâna, allusioni se ne
pòssono trovare anche in quanto ci resta della misteriosofia greca e della
filosofia presocràtica, in elementi del neoplatonismo e in una certa mistica
cristiana - di là formulazioni affatto distinte presenti nelle tradizioni
kabbalistiche, ermètiche e rosicruciane. Non ci si soffermerà su ciò, sia per
ragioni di spazio, sia per la grande difficoltà di giustificare con freddi
riferimenti culturali quel che in tanto si comprende, in quanto un dato
atteggiamento interiore permette di lèggere fra riga e riga, sia - ed
essenzialmente - per questo: che importa dare della dottrina nella sua essenza
lògico-metafisica, onde essa costituisce qualcosa di per sè stante, di
indipendente dalle credenze, dalle opinioni e dai varî elementi che possono
averla incorporata.
Diremo sùbito che nell'àmbito esotèrico il concetto di purificazione non ha
assolutamente nulla di moralistico. Si tratta, invece, di un valore metafisico
che, nella sua nuda positività, si rimette allo stesso significato letterale del
tèrmine. Impuro, in generale, va detto ciò che non è soltanto sè stesso e da sè
stesso (kath'auto), ma che un "altro" contàmina. Dovunque vi è un "altro", vi è
impurità: l'"altro" áltera l'essere e lo rende impuro.
Passando poi ad approfondire la natura dell'"altro" che può alterare l'unità, vi
si dovrà intèndere un non-essere, o, per usare un tèrmine aristotèlico, una
privazione, una steresis. Un passo dell'Eckhart può chiarire ciò:
"Poniamo che si prenda un carbone ardente e lo si metta sulla mia mano. Se io
dicessi che è il carbone che mi brucia la mano, avrei assai torto. Se devo
veramente indicare ciò che mi brucia, debbo invece dire: è il "nulla" che mi
brucia! Poichè il carbone ha qualcosa in sè, che la mia mano non ha! Appunto
questo "nulla" mi brucia. Se la mia mano, invece, avesse in sè tutto ciò che il
carbone è e produce, essa possederebbe interamente la natura del fuoco: e allora
quand'anche prendessi tutto il fuoco che mai ha bruciato e lo ponessi sulla mia
mano, esso non potrebbe più farmi danno" (1).
Ossia: l'èssere, che sufficiente alla totalità della vita, non avrebbe un
"altro" di contro a sè. Chiuso in una intangìbile unità, egli vi si riposerebbe
e vi si compiacerebbe, amàndosi solo e creando per questo amore solitario tutto
ciò che crea. Il punto della sufficienza venga meno - allora l'unità si àltera,
un "nulla" vieno ammesso onde di contro all'idèntico, al tauton, sorge
l'"altro", l'heteron. Questo "altro" non è, dunque, nulla di reale in sè stesso:
esso è simplicamente il riflesso e il sìmbolo di quella deficienza che si è
ingenerata nell'èssere. La sua sostanza essendo affatto negativa - non vivendo
per sè stessa, ma per la corruzione della vita perfetta - esso è a sè medèsimo
contingente, esso cioè non sussiste che in quanto e per quel tanto che
nell'èssere o nell'Io permane lo stato di privazione e d'imperfezione. Da qui il
senso del purificare: purificare signìfica portare la vita al livello di una
essistenza sufficiente, di un possesso, di una autarchia, ardendo l'oscura
privazione di cui essa, nel punto dell'essistenza finita ed individuale, è
intrisa e soffre la violenza. Dal che procede il concetto di atto impuro che
evidentemente si mutua con quello aristotèlico di atto imperfetto: impuro si
dirà dunque l'atto di quelle potenze che non giùngono da sè all'attualità, ma a
ció sono bisognose del concorso di "altro". Tale è, per spiegarsi sùbito con un
esempio, l'atto visivo, giacchè in esso la potenza del vedere non è sufficiente
a sè medèsima, non produce da sè la visione, ma a ciò ha bisogno della
correlazione ad un ogetto sensibile. Quanto diremo più sotto chiarirà questi
punti, che forse ora sono espressi un po' troppo astrattemente. Il punto su cui,
pertanto, bisogna fondamentalmente fissare l'attenzione se si vuole comprèndre
il vero senso dell'esigenza della purificazione, è questo: che l'atto impuro (o
imperfetto) non risolve la deficienza dell'agente che apparentemente - esso in
realtà la riconferma. L'uomo, per esempio, ha sete: finchè egli beve, egli
continuerà ad avere sete, giacchè bevendo egli conferma lo stato di colui che
non ha in sè stesso la propria vita (to autarkes), ma invece la chiede ad
"altro". Ma questo "altro" - l'acqua e il resto - non è che il simbolo della sua
deficienza, ed in quanto egli si pasce di esso e ad esso chiede la sua vita,
egli in verità si pasce soltanto della sua propria privazione e permane in essa
fuggendo da quell'atto puro, da quell'acqua eterna per cui ogni sete, così come
ogni altra privazione, sarebbe per sempre vinta. Onde dice il Cristo: "Chiunque
beve di quest'acqua avrà ancor sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò,
non avrà giammai in eterno sete; anzi l'acqua che io gli darò diverrà in lui una
fonte di acqua saliente in vita eterna" (2).
Perciò ogni atto impuro è una fuga dalla vita perfetta; per esso l'individuo non
consiste ma cede. Innumerèvoli dipendenze allora lo condiziònano e lo inchiòdano
al regno della contingenza e della morte, della platònica "cosa che è e che non
è", e così egli va, passivo a sé stesso, disperso nelle generazioni e nelle
corruzioni, nella ruota eterna delle rinàscite discontinue sempre diverse e pur
sempre uguali nella loro miseria.
Indicato così il senso generale della dottrina del puro e dell'impuro, si può
passare ad individuarla in relazione a particolari problemi, e propriamente a
dire che cosa signìfichi, nell'esotèrica, purificazione della mente, della
volontà, della parola, del respiro e dell'atto generativo.
I. PURIFICAZIONE DELLA MENTE. - L'"impurità" della mente procede dal carattere
passivo della comune percezione, che (dal punto di vista non della gnoseologia,
ma delle condizioni empiriche) è un ricèvere (empfinden), un moto del difuori al
didentro secondo la coercizione dall'esterno dell'oggetto sensibile - così che
l'Io non può non percepire o patire ciò che, secondo il vario tempo ed il vario
luogo, percepisce e patisce. In quest'òrdine, la purificazione comprende due
fasi. La prima si rimette al dominio delle potenze dei sensi, alla capacità di
staccare la mente dagli oggetti esterni, di ripiegarla su sè stessa e fissarla a
volontà. Si tratta, cioè, della màssima della katharsis platònica: "Staccare gli
occhi e, in generale l'ànima, dalle cose sensibili" - presa però in un senso non
metafòrico o morale, ma letterale: occorre, cioè, liberare le varie facoltà
percettive che gli oggetti incatènano, violèntano ed infèttano e farle libere di
percepire e non percepire - e, in ciò, intere, non alterate: pure. Sono note le
tappe indicate dal Patanjali per l'ordinata disciplina che può realizzare una
tale via, su cui, in ogni caso, solamente per una energia interna eccezionale si
può sperare di procèdere: a. Pratyâhâra o controllo e dominio delle varie
impressioni e dei corsi accidentali di associazioni e di pensieri; b. Dhâranâ o
concentrazione sur un solo oggetto o sensazione, escludendo tutto il resto; c.
Dhyâna o assorbimento in un oggetto non più sensibile, ma prodotto dalla mente
stessa; d. Samâdhi, eliminazione dello stesso oggetto mentale e congiunzione
della mente con la sua sola nuda potenza.
Ma questa fase, negativa, non costituisce l'ùltima istanza. La purità vera della
mente non si ha per la sua capacità di distacco, bensiì per una sua potenza tale
che l'"altro", la correlazione all'oggetto materiale cessi di èssere una
condizione per la percezione, così che l'Io possa, oltre che non percepire,
darsi, crearsi da sè a volontà la propria percezione. Si tratterebbe, cioè, di
sostituire alla forma di percezione sensibile e passiva un'altra attiva e
positiva, non più ricevente (empfindend), bensì producente (bestimmend)
l'oggetto dall'interno. Tale è la virtù dell'aristotèlico nous poetikos,
dell'"intelletto intuitivo" degli scolàstici, di Kant e di Schelling. Solo che
vi è da notare che un tale percepire positivo non deve èssere un'altra facoltà
limitata all'òrdine ideale e giustaposta al percepire positivo non deve èssere
un'altra facoltà limitata all'òrdine ideale e giustaposta al percepire
materiale, bensì la transformazione e piena risoluzione di questo. Altrove (3)
si sono considerate le fasi di tale via; qui, come semplice suggestione, ci si
può riferire alla cosìdetta "conoscenza sopranormale": la moderna psicologia ha
assodato che sono possibili e reali due modi distinti di percezione, aventi in
egual grado caràttere di oggettività. L'uno è quello normale connesso agli
òrgani fisici, il quale - dal punto di vista fisiològico, non da quello
gnoseològico - si può dire centripeto, procedente dall'esterno all'interno,
partendo dalle impressioni fisiche trasmesse dal sistema afferente sino ai
centri cerebrali. Il secondo modo è, invece, indipendente degli òrgani fisici ed
ha una direzione opposta: il punto di partenza non è lo stimolo fisico
perifèrico, bensì una appercezione interiore, la quale va poi a tradursi in
tèrmini di percezione fisica ed anche in imàgini, secondo un decorso centrìfugo
anàlogo a quello dei processi allucinatorî. Ora mentre il primo conòscere è
limitato dalle condizioni spazio-temporali e fisiològiche, il secondo ne è in
larga misura libero e, a quel che risulterebbe dalle ùltime indàgni, tende a
partecipare della natura di un principio omnisciente. A ciò si potrebbe dunque
connèttere il senso della perfezione, del teleion della "purificazione della
mente". Dal punto di vista filosofico sarebbe poi un conoscere che partirebbe
non piú da un particolare sensibile da sussumere ad un concetto discorsivo, ma
invece dal tutto, per dare il particolare in funzione di questo - come un membro
in funzione dell'unità organica del corpo.
II. PURIFICAZIONE DELLA VOLONTÀ. - L'impurità della volontà consiste
nell'"eteronomia", cioè nel suo venire determinata da altro che da sè. Nella
cultura occidentale, a causa della estraversione imperante, si è irradicato il
convincimento che ogni azione debba avere una "ragione sufficiente", ossia che
ci debba essere un motivo o una causa per il suo avvenire o non avvenire, per il
suo avvenire così e non altrimenti, e si è giunti sino a pensare che le cose non
vàdano in maniera diversa per lo stesso atto divino. È precisamente un tale modo
di azione che viene detto impuro. Infatti in esso l'azione trae la propria
iniziativa non da sè, ma da un motivo, ragione, impulso, oggetto attraverso
appetito o avversione, ecc., in esso la volontà nel voluto non vuole solamente e
nudamente sè stessa, ma altro, onde è propriamente da dirsi che essa è voluta da
altro. Ciò è il sakâmakarma degli Orientali: azione secondo desiderio, azione
che non è per sè stessa, ma per quanto ne procede. La purificazione qui si
connette, invece, al convincimento che la "ragione sufficiente" di una
affermazione PUÒ èssere l'affermazione stessa, epperò al concetto di un atto che
sia fatto di sola, pura iniziativa creatrice. Anche di questo in un passo
dell'Eckhart si può trovare la migliore espressione: "Da questo più profondo
principio tu devi agire le tue òpere, senza un perchè. Io lo affermo
decisamente: finchè òperi le tue òpere per il regno dei cieli, per Dio o la tua
santità, epperò spinto da altro (von aussen her), fino allora tu non sarai
realmente nel giusto... Se chiedi ad un vero uomo, ad un uomo che agisce dal suo
profondo: 'Perchè òperi tu le tue opere?' egli ti risponderà giusto solamente se
dirà: 'Non agisco, che per l'azione stessa'"(4).
Qui è assai importante notare che l'esigenza della purificazione investe sia il
"puro" che l'"impuro", sia il "buono" che il "cattivo", in una parola: non dei
tèrmini particolari ma l'insieme delle coppie degli opposti. La purità di cui è
quistione signífica piena autonomia, puro possesso di sè, e rispetto a ciò il
legame al "buono", al "sacro", ecc., non è migliore di un qualsiasi altro
legame: se quel che dagli uòmini viene chiamato buono o puro incatena la
volontà, questa è da dirsi parimenti impura. Onde in tale òrdine ricòrrono
espressioni, come lavarsi, denudarsi. Aphele panta: bisogna mondarsi di tutto -
dell'"alto" come del "basso", dello "spirituale" come del "materiale" - bisogna
ridurre la volontà alla sua nuda essenza, poggiante soltanto su sè stessa. Una
volta giunti a ciò, tutto diviene egualmente puro, così come prima di ciò tutto
è parimenti impuro. È che in un tale òrdine il "puro" non va detto delle cose in
sè stesse, ma di un modo di viverle, misura del quale è l'autonomia,
l'autarchia, onde nell'essere costretti a chiamare qualcosa impuro si esprime
soltano il segno della propria impurità (5).
Qui una particolarmente sottile disciplina è richiesta per il compimento
dell'esigenza. Infatti, come garantire che ciò che si vuole proceda realmente
dall'incondizionato e non da un oscuro, inafferrabile insieme di inclinazioni ed
impressioni radicato nel subscosciente? La riposta è: approfondimento interiore,
fare progressivamente affiorare nella luce della coscienza tutto ciò che prima
ad essa si sottraeva. Anche fra noi, oggi, si comincia a lavorare su questa
direzione con la psicoanàlisi. Di là da ciò, vi sono mètodi di controllo basati
sul principio, che a seconda che l'azione sia conforme o no ad una inclinazione
nascosta, s'ingènera piacere o contrarietà. Così non basta crèdere che
l'alternativa ci sia indifferente, occorre mettere da parte la propria volontà e
provare a lasciar decìdere al caso; per esempio al cadere in un verso o
nell'altro di una moneta. Nel sentimento che ne risulta ed estendendo questa
disciplina ad una materia che sempre più intimamente ci riguardi, si avrà un
reale strumento segnalatore del progresso o regresso lungo la via della
purificazione della volontà. In generale: occorre sapere rinunciare ad ogni cosa
non appena si senta che ci diviene necessaria, non appena si scopra un desiderio
o compiacimento per essa; occorre fare per principio non ciò che piace, ma ciò
che costa, prèndere per principio sempre la linea di maggior resistenza e, con
questo, rèndere sempre più forte e pura la volontà, sempre più enèrgico il
possesso di sè. Disciplina dura, alla quale difficilmente ci si saprebbe
adeguare quando non si riesca a sentire nel nudo volere in autarchia un motivo
più forte ed un piacere più vasto e vivo di quanto ci pòssano offrire mai le
cose in sè stesse. In ogni caso, essa conduce ad un punto assai difficile, il
cui riflesso è appunto la difficoltà che la comune coscienza incontra nel
concepire una azione, là dove non vi sia più un "perchè" a provocarla. Si prova
come se tutto l'èssere interiore si fosse cristallizato, così che alcun gesto
sia più possibile: è come una paràlisi, una afasia assoluta, che contrasta
dolorosamente con il senso dell'interna possibilità. Quasi che si avesse
qualcosa da dire e pertanto la bocca rimanesse muta ed inerte al comando.
L'esperienza di un tale stato interiore dà il segno della purificazione e per
essa l'individuo conosce quanto poco ciò che chiamava sua azione era veramente
sua, quanto una reale iniziativa era assente della sua vita abituale,
"superiore", e lui non un autore, ma un fantoccio, un medium sventolato da forze
straniere. Sappia pertanto l'Io, di là da ciò, trovare un sopravanzo di forza,
sappia egli malgrado tutto agire (6), allora egli si è conquistato il principio
di una vita superiore, una potenza che sta di là dal suo essere fatto di
dipendenza, di contingenza e di finitùdine. E la porta per quel più alto
compimento, che è relativo alle restanti purificazioni, gli è dischiusa.
III. PURIFICAZIONE DELLA PAROLA. - Qui occorre riferirsi alla dottrina indiana
dei "mantra" e, prima di tutto, dare un cenno sui principi metafisici da essa
presupposti.
Dell'insieme delle cose create il Verbo (çabda) è - secondo il mantraçastra - il
principo. Nel sistema della realtà e degli èsseri si ha la manifestazione di una
originaria potenza di espressione, manifestazione che si articola in vari gradi
gerarchici. Per comprèndere ciò, si noti che nel Verbo è implìcita una dualità:
da una parte vi è parola propriamente detta (vâk = vox), dall'altra il
significato o l'oggetto che la parola stessa esprime (artha). Ora nella prima,
suprema potenza del Verbo, chiamata çabdabrahman, parola e significato sono una
sola e medèsima cosa, la espressione è pura autorivelazione, assoluta
trasparenza del senso eterno a sè stesso. Una tale unità resta pertanto alterata
al punto dell'espressione propriamente detta. Infatti nel concetto di
manifestazione è implicito quello di una dualità, di un procédere, di un andare
verso altro (bhairmukhi). Così ciò che come çabdabrahman è uno secondo assoluta,
individuale semplicità, in ulteriori potenze del Verbo si articola e distingue.
Il Verbo nel suo farsi carne si gèmina, per il suo stesso procèdere ciò che era
un significato si scioglie da lui e si fa oggettivo in una ex-sistenza. In
questo processo dicotòmico il "suono supremo" (para) assume due aspetti. Il
primo è detto "stato sottile o causante" (sûkshma, kârana) del suono e
corrisponde alla "natura naturante", al Lògos nella sua funzione propriamente
creativa (hiranyagarbhâçabda): oggetto o senso e verbo qui sono distinti, in
secondo luogo non si ha più un senso ùnico, sintètico del tutto, ma una unità
che si dispiega in una molteplicità. Tuttavia qui la distinzione e la
molteplicità sono ancora comprese nell'unità di una funzione produttiva; benchè
distinti, oggetto e verbo non sono ancora esterni l'uno all'altro. In questa
seconda potenza del "suono" si ha dunque un insieme di funzioni cosmògone,
corrispondenti ai logoi spermatikoi della speculazione greca e alle "lèttere di
luce" della Kabbalah e che appunto sono chiamente "lettere allo stato causante"
o mâtrkâ (piccole madri) e connesse simbolicamente a quelle dell'alfabeto
sànscrito. Dalla "combinazione" di queste lèttere procederebbero tutte le cose
del mondo, pertanto non così some appàiono nei loro effetti alla percezione
sensibile, bensì quali sono nelle loro cause: tali sono i "Nomi" delle cose. Ora
in queste funzioni del Verbo l'aspetto del significato corrisponde ai "devatá"
(divinità), l'aspetto della parola o espressivo corrisponde ai "mantra". I
mantra sarèbbero dunque i Nomi dei devatâ, vale a dire i varî "corpi di potenza"
che règgono il processo produttivo delle cose; e, viceversa, i devatâ sarèbbero
i significati transcendentali, che i mantra incòrporano e fanno folgorare.
Di là da questo stato sottile del Verbo va ne è un terzo, materiale (sthûla),
corrispondente alla voce parlata audibile (vaikharî-çabda). Si sta cioè al
livello della manifestazione consumata, ove la scissione fra artha e çabda è
completa: da una parte vi è lingua parlata, dall'altra gli oggetti materiali, la
cui relazione ad essa è esteriore; il "Nome" o la parola non ha più un valore
oggettivamente espressivo o creativo, ma soltano uno convenzionale, allusivo
della materialità, non del senso interno dell'oggetto. Inoltre, mentre il "nome
naturale" o mantra delle cose è universale, il nome quale appare a questo
livello è particolare e contingente, dipende da tempo, luogo, individuazione,
razza, ecc.. Ma di là dalle varie lingue degli uòmini vi sarebbe o vi sarebbe
stata (secondo alcune tradizioni iniziàtiche, nel periodo anteriore a quella
"confusione delle lingue" a cui allude la Bibbia con la Torre di Babele) una
sorta di lingua universale, nella quale ogni cosa e ogni èssere avrebbe il suo
Nome naturale originario od essenziale (bíjâ-mantra).
La parola, così come è conosciuta dall'èssere finito, è dunque "impura": impura
anzitutto perchè essa non ha in sè, nella sua propria potenza, ma fuori di sè
l'oggetto che essa esprime, perchè essa di questo non ne dà più la natura reale
in funzione produttiva, ma la sèmplice imàgine soggettiva; in secondo luogo, per
la contingenza e la particolarità di questa stessa imàgine, che dipende da
luogo, tempo, individuazione, ecc.. Ora l'esigenza delle pràtiche che si
riconnèttono ai mantra è appunto verso una "purificazione della parola" e cioè:
portare l'Io da quella lingua che è facoltà evocativa di sèmplici imàgini
soggettive, a quell'altra lingua che è potenza di evocare le cose stesse, alla
lingua cioè che dà le cose nelle loro cause, essendo idèntica al sovrannaturale
processo produttivo di esse. I mantra sono i "nomi naturali approssimati" delle
cose: mediante una vivente compenetrazione in essi lo yoghin cerca dunque di
risalire o, meglio, di identificarsi alle varie potenze causanti o devatâ. Ciò è
svegliare un mantra: svegliare un mantra significa evocare, rigenerare, rèndere
in atto la funzione "sottile" del Verbo ad esso relativa. Si tratta di una vera
messa in rapporto, di una identificazione reale. L'Io dall'òrdine in cui la
parola è sèmplice discorso evocatore di pàllide imàgini passa a quello in cui
essa è potenza spirituale creativa, epperò dal piano in cui il percepire è una
passione al piano in cui esso è un porre (donde la connessione alla
"purificazione della mente"). Il mantra non è dunque nulla, se non è
"risvegliato": lo si può ripètere anche un milione di volte - è detto nei testi
- ma finchè esso non è conosciuto resta un mero sbattimento di labbra. Il mantra
deve èssere attuato, "fatto sbocciare" (sphota) nella sua essenza "fatta di
luce" (jyotirmayî): soltano allora esso "òpera". La sua pronuncia è dunque un
atto interiore, a cui l'espressione materiale fa soltanto da veìcolo (7). Lo
sphota puó avvenire mediante la sola forza della volontà: ma più spesso viene
assunta come ausiliario la forza vitale (prâna) o la forza di generazione
(kundalini).
Ora poichè con il mantra si realizza uno stato di identità con i principî
individuanti le cose, è evidente che, vibrando la propria volontà in un mantra
"risvegiato", l'atto relativo ha valore màgico, v. d. ciò che ad esso
corrisponde viene direttamente realizzato) giacchè ciò che si vuole è come se la
cosa stessa lo volesse. Così la virtù attribuita dai testi ai mantra - alla
"parola pura" - è meravigliosa. Risvegliati i mantra dei varî elementi lo yoghin
acquista potere su di essi, puó, per esempio, far divampare il fuoco ove vuole
ovvero procèdere in mezzo ad esso senza risentirne danno; per mantra può
produrre il noto fenòmeno della crèscita di un seme in pianta in pochi minuti,
può porre intorno a sè un cerchio, che a nulla è dato attraversare: una lancia o
un proièttile scagliato contro di lui rimbalza invece contro chi l'ha inviato:
può occultarsi alla vista degli altri, provocare in essi visioni, pensieri o
sentimenti; uccidere o guarire a volontà. Nel Viçnu-purâna è persino contemplato
il potere di generare mediante mantra.
IV. PURIFICAZIONE DELL'ATTO GENERATIVO E DEL RESPIRO. - Dato che impuro o
imperfetto è l'atto di ciò che non giunge de sè all'attualità, è evidente che
tale è, ed in modo tipico, l'atto generativo - e la donna si può dire che in via
trascendentale non è altro che il simbolo dell'impotenza dell'Io a darsi da sè
un corpo. Ora, per comprèndere che senso qui abbia la purificazione, bisogna
tenere presente quel che si è detto in principio, e cioè che l'atto imperfetto
non risolve che apparentemente l'insufficienza dell'agente, esso in realtà la
riconferma: chi beve, chi si chiede a quell'acqua che è un "altro" e non
all'acqua eterna che è "atto puro" e a cui, con il Cristo, ci siamo riferiti,
non avrà mai in eterno spenta la sete. Ne segue che finchè l'Io chiederà alla
donna la condizione per un atto generativo, egli permarrà nello stato di
privazione e d'impurità: e la dìade e l'"altro" che così egli va a presupporre
(nella dualità dei sessi) non può secondo giustizia non riaffermarsi nel
risultato, cioè farà sì che l'atto non valga come una autogenerazione, bensì
come una eterogenerazione (generazione del figlio), donde il destino dell morte.
Ciò che dà vita al figlio, ciò uccide il padre, ciò fa dell'"Unico" un mortale,
un singolo (8). L'atto fugge dall'agente e gli fa trapassare la sua vita. Per
spiegarsi più chiaramente: nel profondo dell'individuo vi é una originaria
potenza che vuole la vita di là dal limite temporale; questa potenza al livello
dell'esistenza umana normale è estravertita, è desiderio, "guardar fuori"
(bhairmukhî). Essa si vibra sur un "altro" (la donna) e così il conato di
continuità degènera, l'atto che doveva éssere di affermazione di sè
(autogenerazione) diviene quello dell'affermazione di altro - del figlio - , la
continuità risultante non è allora quella dell'individuo ma quella della specie
- e l'uomo si trova trascinato nella ruota delle esistenza finite e discontinue,
dominate dalla legge di generazione e corruzione - mortale, eternatmente
assetato ed etarnamente deluso.
Questa impurità dell'atto generativo si connette a quella che inersice
all'esistenza stessa di un corpo fiscio. Nell'uomo normale la potenza cosciente
cade in gran parte fuori da quel principio profondo che dòmina i varî processi
del suo organismo. Per questo egli non sa darsi da sè un corpo, per questo egli
è impotente di contro alla legge di corruzione. Come si espresse il Leibniz, la
"carne", la corporeità rappresenta semplicemente il quantum di indistinto e di
inconscio (meglio: di passione e di privazione) che vi è nell'Io, e soltanto in
tale senso è da intèndersi come una imperfezione (9); e si potrebbe dire che una
tale zona di privazione nell'Io è il fondamento trascendentale della donna,
giacchè si è indicato che nella donna si esprime precisamente il correlativo
dell'atto generativo in quanto atto imperfetto. Questo è - per usare la
simbologia alhèmica - il "sale" che avviluppa il principio attivo e centrale del
"fuoco" o dello "zolfo" e che il "mercurio" deve sòlvere sino a consiliare
questo zolfo" e che il "mercurio" deve sòlvere sino a conciliare questo zolfo
stesso soltano con sè, nella vampa del divino (theion = zolfo = divino) - di
colui che è puro possesso o atto perfetto e la cui vita eterna, la cui eterna
autogenesi è simboleggiata appunto della Fenice traèntesi della fiamma. Tale è
la "Grande Opera", che così ha per senso la costruzione di un "corpo fatto di
libertà", di un corpo spiritualmente trasperente a sè stesso. Si è cioè portati
alla dottrina del "corpo immortale" o "còsmico" di cui si trova traccia in quasi
tutte le religioni e che si basa dunque sul seguente presupposto: che la
corporeità non sia altro che ciò che nello spirito vi è di passivo, di non
ancora espresso, di virtuale, di "in potenza"; che essa non costituisca un
principio distinto, ma invece uno stato di privazione (husterema), ma ombra
nella realtà ùnica dello spirito. Allora é chiaro che la liberazione non può
consìstere in un distacco dal corpo, ma in una risoluzione di esso. Qui
purificazione signìfica appunto realizzare in funzione di potenza in atto ciò
che come corpo (materiale) viene vissuto in funzione di passione - e tale è la
"costruzione del corpo immortale": "corpo immortale", o "corpo di resurrezione",
"corpo fatto di spìrito", "corpo apparente" (mâyâvi-rupa: si ricordi che mâyâ
nelle scuole tàntriche e mahâyâniche vuol dire sia apparenza che potenza màgica)
o "di fiamma" (10), è la risoluzione senza residuo del corpo materiale in
attività pura, in çuddhasattvaguna - è l'individuo in cui il lato negativo di
rajas e tamas (11) è interamente scomparso. Lo si chiama immortale perchè,
dipendendo interamente dall'Io, l'Io può farlo apparire o disparire, mantenerlo
o distruggerlo quando vuole e per il tempo che vuole, di modo che la legge di
vita e di morte è vinta (12). Lo si chiama poi "corpo còsmico" per questo, che
viene ammesso che i principi metafisici o "divinità" che règgono la natura si
tròvino presenti nel corpo, sia pure sotto una forma oscurata e come dormenti,
forma donde procede appunto che l'Io li sperimenti come natura - cioè come
"altro" - e non in sè stessi come spirito. Ma nel punto in cui la corporeità sia
interamente conquistata all'attualità cosciente, questa forma viene meno epperò,
identificato ai varî principî della gerarchia còsmica, l'individuo va a sentire
che il suo vero corpo è l'universo.
Ora se l'impurità dell'atto generativo è la causa dell'esistenza finita e
mortale; e se, d'altra parte, questa esistenza si definisce nel differenziale di
oscurità e di privazione che il corpo in quanto tale rappresenta; si comprende
come alla costruzione di quella purità suprema che è il "corpo immortale" - per
cui lo stesso "altro" della natura esteriore viene risolto - si connetta una
conversione della forza di generazione. Qui non è il caso di estèndersi sulla
tècnica di un tale processo. Bastí un accenno sul kundalini-yoga dei çakti-
tantra, che si permetterà altresì di dire qualche parola sulla "purificazione
del respiro". Il senso della cosa è, ad un dipresso, il seguente: vi è nell'uomo
una forza (kundalini) che è radice della sua unità individuale e principio
superiore ad ogni polarità o dualità. Essa è il Logos (çabdabrahman) nel corpo.
Pertanto nell'uomo normale questa forza non appare che nella forma estravertita
ed impura (impura perchè volta ad altro) di potenza di generazione animale. Si
tratta di attuare nella coscienza kundalinî, di impugnarla, di staccaaria da
questa direzione estravertita e ripiegarla quindi su sè stessa in un punto di
possesso e di sufficienza. Allora kundalinî, risuscitata nella sua vera natura,
si fa lo strumento per la riaffermazione dell'Io su tutti quei principî che
règgono il suo essere fisico, biològico e mentale e che prima cadèvano fuori
dalla sua potenza. Ora per operare una tale conversione occorre che kundalinî
sia investita da qualcosa che - già pura ed intera - a lei comùnichi questi
caràtteri. Tale può essere il prâna.
Prâna per gli Orientali è la forza di vita connessa al respiro e, in uno,
trascendente il soffio materiale con cui si può dire che stia nello stesso
rapporto che nella metafisica connettèntesi a tali discipline il senso supremo
della creazione sarebbe dato del mantra HAMSAH: HAM sarebbe l'inspiro, SAH
l'espiro, quindi HAMSAH una simultaneità di inspiro ed espiro. Naturalmente,
l'espiro qui essendo simbòlico del proodos, dell'atto di pura, demiùrgica
creatività, l'inspiro della potenza ulteriore per cui su tutto ciò che ha
"proceduto" il principio centrale si riafferma, riconosce e possiede, hamsah ha
il senso di quella eterna, semplice folgorazione, sintesi di èssere e di
non-éssere (sadasat) in cui l'Assoluto fruisce di un puro rivelarsi o darsi a sè
medèismo. Ora hamsah - che è ciò in tutti gli èsseri" sono, si muòvono ed hanno
vita" - è presente anche nell'uomo, però in una forma impura e sdoppiata:
nell'uomo la vita (pràna) non è più ferma e raccolta in simultaneità, bensì va e
viene in un inspiro e in un espiro alternati, in una fluttuazione e in una
contingenza che riflette quella suprema del primo inspiro del nascituro e
dell'ultimo espiro del morente.
Lo yoghin, con appropriate discipline (prânâyâma), volge a consumare questa
impurità. L'Io deve impugnare prâna, strapparlo dallla fluttuazione, tenerlo
fermo nel proprio corpo. Con una tale potenza concentrata ed intera si va poi ad
investire kundalinî; allora questa si "sveglia", si stacca cioè dalla direzione
estravertita che la brama dòmina e si media in sè stessa; essa non fluisce più
verso il basso, ma "verso l'alto" (ûrdhvaretas). In ciò la generazione animale
(eterogenerazione) cede a quella degli Dei o spirituale (autocrisi). Fàttasi
attività pura ed individua, kundalinî, investe progressivamente varî centri
"sottili" e vi riduce in semplicità attuale la dualità - il che signìfica:
realizza nell'Io un rapporto di identità e di possesso con quelle potenze
spirituali che, presso allo stato di privazione e alla oscurità del corpo, gli
si opponèvano come natura fisica. Al limite del processo si ha la purificazione
di ciò che fu la congiunzione sessuale - v. d. la pura autogenerazione -e, in
ciò, la liberazione suprema (paramukti). È detto che per chi si sia elevato a
questo punto non esiste più nè corpo, nè "altro" (kaivalya), nè dissoluzione, nè
destino di rinàscite: egli vive in funzione di attività pura ciò che prima
soffriva come oscurità e privazione: le varie funzioni sono risvegliate ed
esaltate nella loro originaria e gloriosa natura di potenze còsmiche. In
particolare l'Io può generare, può darsi da sè un corpo come anche mantenerlo o
cambiarlo ad arbitrio. Signore delle leggi di vita e di morte, egli è
saccidânda, cioè: attualità cosciente (cit) e, in quanto perfetta (sat), beata
(ânanda) (13)
Crediamo che questo cenno sur una delle più importanti dottrine iniziàtiche non
sia interamente privo di interesse; e saremmo di certo assai lieti se qualcuno
per esso riuscisse ad intravvedere la possibilità di una considerazione di
sìmili argomenti, che vada di là sia dall'atteggiamento limitato di coloro che,
chiusi in assai ristretti orizzonti, sanno soltanto disprezzare e derìdere, sia
di coloro che, come i polpi, àmano intorbidare le acque e far passare per
mistero e per "occulto" ciò che esse non rièscono a penetrare, che anzi sanno
soltanto deformare con una quantità di pregiudizî: e a questa classe si può dire
rientri la quasi totalità di coloro che oggi pàrlano di "scienza occulta". Vi è
invece un modo di considerare l'iniziàtica, per cui essa presenta un contenuto
perfettamente intelligìbile e in sè stesso vàlido, procedente inoltre da un
concetto dell'uomo - di questo sarchi peripolon theos - del suo valore e del suo
còmpito, elevato e grandioso quanto pochi altri. Non ci si fermerà di certo
sulla quistione della possibilità reale di sìmili vie. In ogni caso non è da
trascurare quanto la metapsìchica oggi va via via constatando come
effettivamente possìbile per l'uomo. D'altre parte, sta di fatto che una
quantità di cose ci sono impossibili soltanto perchè noi crediamo che
siano tali; e che la via dello spirito è tale, che essa non esiste per chi non
uole camminare.
(1) Meister Eckhart, Schriften und Predigten, ed. Büttner, v. I, p. 126.
(2) Giovanni, IV. 13-14
(3) J. Evola, Saggi sull'idealismo mágico, ed. Atanor, Roma, 1925, c. V.
(4) Op. cit., v. I, p. 121. Si può anche riferire la relazione intesa nella
tàntrica fra l'energia della volontà, - in quanto purificata - e Umâ - colei che
non è sposa di alcuno (icchâçaktih Umâ kumâri). "Lo stato eterno - dice un testo
- è quella potenza della volontà chiamata la regina suprema (parâbhattârikâ)
conosciuta come kumâri [= non sposata]". Cfr. A. Avalon, Hymns to the Goddess,
London, 1913, p. 161. Nell'esoterismo occidentale si ha lo stesso concetto nel
simbolo della "Imperatrice" dell'arcano III dei Tarocchi; è nel simbolismo
ermètico, la purità celeste dell'"antimonio" che dòmina il segno del
cangiamento, la Venera Urania opposta alla potenza selvaggia della "luce
astrale" (=èros), la "Diana ignuda" (nudità che si riferisce allo stato della
volontà che è solamente sè stessa in un possesso, e che corrisponde a quella
della Dea kâli dei çâkta) la cui visione è lo scopo dell'iniziazione. Il senso
del modo della volontà pura è poi dato dall'"agire senza agire" del taoismo, di
cui abbiamo parlato in questa stessa rivista, n. 1- 2 del 1925.
(5) In relazione a ciò in alcune scuole orientali, aventi fra noi riscontro
nell'eresia antinomiana, viene affermato che colui che è compiuto in yoga é
svecchâcâri=quei che può fare ciò che vuole: egli può compiere senza macchiarsi
"anche quelle azioni il cui solo pensiero spingerebbe gli altri alla
perdizione".
(6) Ciò corrisponde a quel "passare il ponte sopra l'abisso senza fondo" di cui
pàrlano alcune scuole riconnetténsi al zoroastrèsimo; e al "tenersi quando non
si tocca più il fondo" della cosìdetta prova dell'acqua.
(7) Da quì ingenuità di coloro che dredono che le cosìdette fòrmule magiche
òperino automaticamente, ex opere operato, anzichè per la potenza spirituale
vibrativi da colui che le pronuncia, cioè ex opere operantis.
(8) Sono interessanti, a questo proposito, i noti frammenti non canònici,
riportati da Clemente Aless. (Strom., III, 9, 63, segg.: III, 3, 92): "Avendo
appropriatamente il Signore accennato al compimento finale, Salomé dice: 'Fino a
quando gli uòmini morianno?' Rispose il Signore: 'Finchè voi donne genererete'.
E soggiungendo essa: 'Ben feci dunque a non partorire'... il Signore ribatte:
'Mangia di ogni erba, ma di quella che ha l'amaritùdine [della morte] non
mangiare'. E quando Salomé domandò quando sarèbbero palesi le cose che chiedeva,
il Signore disse: 'Quando la veste d'obbrobrio [il corpo] sarà calpestata e
quando i due divèngano uno e l'uomo con la donna nè uomo nè donna'".
(9) G. W. Leibniz, Rèplica alle riflessioni del Bayle, ed. P. Janet, Paris,
1900, t. I, pp. 700-701.
(10) Del corpo fatto di fiamma non terrestre, sufficiente a sè medésima, non
bisognosa di alimento alcuno, fatta di pura attività, parla Plotino, Enn. II, I,
5-7-8.
(11) Tamas, rajas e sattva sono denominazioni largamente usate nella
speculazione indiana ed indicative rispettivamente di uno stato di oscurità,
negazione ed inerzia, di cangiamento e di pura attualità.
(12) così nei tantra si parla dell'icchâmrtyu = morte e volontà e nel taoismo
del s'ikiai ) facoltà di fare scomparire il proprio corpo senza residuo.
(13) Sul kundalini-yoga e, in connessione, sulla dottrina dell'Andrògine
spirituale, si è parlato più distesamente in queste stesse pagine (n. 12 del
1924), in "La donna come cosa" (rivista Ignis, n. I del 1925) e nel IV e V
capitolo dei citati Saggi sull'idealismo màgico. Infine il lato tècnico e
metodològico delle pràtiche di purificazione è dato in una opera nostra sui
Tantra [Tantra - Il Mondo come Potenza] in corso di pubblicazione.


grazie delle risposte...aggiungo però una domanda: il golem ebraico può essere considerato come un qualcosa che rientra all'interno dell'alchimia (visto anche il suo legame con la Cabala)?
Ari-grazie per le risposte


Senz'altro il Golem rientra nell'ambito delle possibilita' contemplate dalla Scienza Alchemica.
Che cosa e' un Golem? E' un fantoccio animato di forza vitale parzialmente cosciente. In piccolo, e' cio' che la Bibbia racconta a proposito della creazione dell'Uomo. Si tratta di trasferimenti di forza vitale raffinata parzialmente in coscienza.
Analoga e' la creazione di amuleti e talismani: si prende un oggetto e lo si carica della propria, raffinata e potente forza vitale.
Stessa situazione riguarda le investiture e le iniziazioni: si trasferisce una forza raffinata e "intelligente" al soggetto.
Per poter compiere tali operazioni, occorre avere raffinato e potenziato la propria forza vitale, tramite ascesi, oppure averla ereditata (era il caso dei Re di una volta, capaci di miracoli e di guarigioni).
Tutto cio' che rientra nella sfera fenomenica e' di competenza dell'Alchimia.
Cordiali saluti
w_r


Contestualmente la sua risposta è più esatta, caro white_rage, ma "oricalco" fu chiamata anche la suddetta lega, adoperata durante l'Impero Romano per coniare sesterzi e dupondi e, in epoca medievale, per realizzare gli strumenti metallici a bocchino, denominati appunto "oricalchi"... Lo preciso al fine di non essere scambiato per visionario...Originally posted by white_rage
L'Oricalco e' un metallo ora sconosciuto che secondo Platone (Crizia 5) abbondava
invece in epoca atlantidea
Saluti.


[...]" In alto il Tempio, sei cavalli alati, le statue d'oro, d' avorio e oricalco....per generazioni la legge dimorò..nei principi divini..i re, mai ebbri, delle immense ricchezze, e il carattere umano si insinuò...e non sopportarono neppure la felicità..neppure la felicità.." [...]
Atlandide, F. Battiato


Caro Tomás, mi deve perdonare perche' non intendevo contraddirla e avevo letto il suo intervento solo in secondo momento dopo avere composto il mio.
E' comunque notevole che alcuni materiali o sostanze di cui si e' conservato solo il nome, siano oggi sconosciuti, mentre il nome si usa ora in riferimento a materiali che non sono piu' gli originali.
Lo stesso oro, si dice che sia di due tipi, di cui uno oggi e' introvabile.
Per inciso, vale la pena ricordare che secondo la mitologia Sumera, gli Anunnaki (che poi sarebbero diventati i Nefilim ovvero Angeli biblici) scesero in Terra appunto per estrarre oro di cui per motivi non chiari avevano un impellente bisogno.
Lo stesso vale per leghe metalliche oggi sconosciute. SI tramanda che razze non umane e/o sotterranee abbiano avuto particolare inclinazione per la lavorazione dei metalli, e che abbiano raggiunto livelli di perfezione in quell'arte che oggi e' irraggiungibile. Cio' viene raccontato ad es. dei Nani, e la mitologia e' ripresa dallo stesso Tolkien nelle opere che tutti conosciamo.
Cordiali saluti
w_r


Nessun problema, caro white_rage...Originally posted by white_rage
Caro Tomás, mi deve perdonare perche' non intendevo contraddirla e avevo letto il suo intervento solo in secondo momento dopo avere composto il mio.
Del resto riconosco che la mia risposta era parziale, e se mi avesse voluto contraddire avrebbe fatto benissimo...
Saluti.