Da Rinascita.
Mettiamo subito le cose in chiaro. Di per sé la proposta di allargare l’articolo 18 (ovvero del divieto di licenziare senza la cosiddetta giusta causa) alle piccole imprese è privo di senso: nel migliore dei casi diminuirebbe la flessibilità solo in quanto scoraggerebbe le nuove assunzioni. Tuttavia…
La volontà della maggioranza di abolire completamente l’articolo 18 – ma che era stata anche intenzione dell’Ulivo e che, soprattutto, è una disposizione dei poteri forti internazionali – è disastrosa e non aiuterà minimamente a creare occupazione. Tra l’altro produrrà effetti devastanti nel nostro Paese che, nell’Europa occidentale, si trova significativamente in coda in fatto di fondi sociali e nel quale è praticamente inesistente il fondo disoccupazione.
La scelta è, insomma, tra due storture, entrambe marchiate da un vizio di fondo.
Ovvero dal capovolgimento dei valori normali che prevedono la libertà spirituale della persona padrona di sé, inserita in una vita sociale improntata alla solidarietà. La cultura imperante conduce invece all’esatto contrario, ovverosia all’annientamento della personalità e alla contemporanea affermazione dell’egoismo e dell’individualismo come fondamento dei rapporti umani. Il che vale sia nell’ottica dei datori di lavoro che in quella dei dipendenti. Come in quella dei politici, dei giornalisti e di tutte le categorie esistenti.
Insomma, in soldoni, dobbiamo allargarlo o abolirlo questo benedetto articolo 18 ? Né l’uno né l’altro verrebbe da dire. Ma se questa scelta sterile di neutralità, questo rifiuto di presa di posizione, trova buone motivazioni nel semplice buon senso, vi sono altri elementi da mettere in conto.
Innanzitutto sappiamo che il referendum non raggiungerà il quorum a meno di un vero e proprio miracolo e quindi la vittoria del SI avrà un valore politico ma non diventerà in alcun modo giuridicamente vincolante.
Poi, se anche per miracolo andasse alle urne oltre il 50% degli aventi diritto al voto, sappiamo benissimo che il risultato sarebbe tranquillamente ignorato dal potere, così come è accaduto per il rigettato finanziamento pubblico dei partiti e per l’abolito ministero dell’agricoltura. Che si è pensato bene di ribattezzare in “politiche agricole” quantomeno utilizzando l’italiano, il che è già un lusso, visto che siamo probabilmente l’unico Paese che vanti un ministero denominato in lingua straniera: proprio quel ministero del welfare che è direttamente interessato agli esiti del plebiscito.
In altre parole, se la proposta referendaria è sicuramente demagogica e praticamente demenziale, poco importa perché non passerà.
Molto conta invece battere in ogni caso politicamente il governo e i poteri forti sulla politica antisociale; creare un’ampia convergenza trasversale in senso antiliberista; dimostrare senza ambiguità che chi è considerato erede di un grande passato non si confonde in alcun modo con la tecnocrazia capitalista.
La politica si fa in molti modi e si svolge in più tempi. Essa consiste in occupazione di spazi, in creazione di strutture, in sviluppo di progetti, in azioni ed anche in puri e semplici gesti.
Questi contano di meno ma contano eccome !
E chi è abituato a esprimersi solo con essi, vuol rinunciare proprio a uno che, una volta tanto, riveste un significato ? E perché mai




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