Gli slogan degli avversari del referendum e la loro inconsistenza

Stesso lavoro, stessi diritti

Pubblichiamo qui di seguito l'estratto di un articolo dell'economista Emiliano Brancaccio, contenuto in un libretto informativo elaborato dal Comitato promotore nazionale del referendum per l'estensione dell'art.18. La versione completa dell'articolo e il libretto informativo possono essere richiesti presso i Comitati locali del referendum, oppure possono essere scaricati dal sito: http://www.lagiustacausa.it/rassegna.it

L'articolo integrale

http://www.lagiustacausa.it/brancaccio.html

"Chi vuole più lavoro dica no. Togliamo il freno al lavoro. Non rimanere indietro. No alla disoccupazione". Riportati su grandi manifesti a sfondo rosso e diffusi in tutta Italia, questi slogan sono stati coniati dalle organizzazioni imprenditoriali al fine di contrastare il referendum del 15 giugno per l'estensione dell'art. 18. Gli slogan evocano una visione del sistema economico che negli ultimi anni ha goduto di un notevole successo, e che attualmente appare piuttosto radicata nell'opinione dei cittadini. Si tratta della visione secondo cui l'elevata flessibilità del mercato del lavoro costituirebbe un imprescindibile fattore di stimolo per la crescita, l'occupazione e la competitività di un paese.

Tali argomentazioni risultano ben note al grande pubblico, dal momento che la maggioranza dei politici e dei commentatori usa riproporle a mo' di litania in tutte le occasioni di confronto e di discussione. Ciò di cui il grande pubblico non è a conoscenza, invece, è che la visione che considera la flessibilità del mercato del lavoro uno stimolo irrinunciabile ai fini della crescita, della competitività e dell'occupazione, è priva di valide basi scientifiche. Per dimostrarlo, analizzeremo uno per uno gli slogan degli avversari del referendum. I dati riportati sono di fonte Istat o Bankitalia per l'Italia e OCSE o ILO per il resto del mondo.

Primo slogan

L'articolo 18 pregiudica la crescita dimensionale delle imprese. L'argomentazione è falsa, ed è davvero sorprendente che il governo Berlusconi l'abbia adoperata a sostegno di una possibile deroga all'art.18. Se questo articolo pregiudicasse la crescita delle imprese, infatti, si dovrebbe registrare un addensamento delle stesse al di sotto della soglia dei 15 dipendenti, a partire dalla quale l'articolo viene attualmente applicato. Ma le indagini empiriche smentiscono categoricamente l'esistenza di un simile addensamento. Le piccole imprese infatti si concentrano soprattutto attorno a una media di 3,6 dipendenti, ben lontana dal limite dei 15 previsto per l'applicazione dell'art. 18. Inoltre, tra il '91 e il '96, mentre tra le imprese incluse nella classe 10-15 dipendenti si è registrato un calo dell'occupazione del 2,7%, tra le imprese appartenenti alle classi 16-19 e 20-49 è stata rilevata una crescita occupazionale rispettivamente dell'1% e dell'1,7%. Il tutto nonostante che l'art. 18 si applichi solo a queste ultime due classi di addetti, mentre la prima ne risulta esentata.

Alcuni studi hanno poi rilevato che l'eventuale rimozione dell'art. 18 avrebbe effetti assolutamente insignificanti sulla propensione a crescere delle imprese. L'eliminazione dell'art.18 infatti aumenterebbe la probabilità che un'impresa superi la soglia dei 15 dipendenti di appena l'1,5%. Simili evidenze hanno indotto l'Istat a dichiarare espressamente che "non sembra apprezzabile l'effetto soglia per la crescita dimensionale intorno ai 15 dipendenti". Una conclusione categorica, questa, che è stata tra l'altro confermata persino da un gruppo di studiosi del Centro studi Confindustria, i quali nel 1999 affermavano: "Quanto alle soglie, l'analisi empirica non sembra rivelare salti di rilievo nella numerosità delle imprese in corrispondenza dei valori più critici (15 e 35 dipendenti), al contrario di quanto dovrebbe accadere nell'ipotesi in cui la soglia fosse avvertita come un limite da non valicare". Considerata l'ostinazione con la quale il presidente D'Amato continua a considerare l'articolo 18 un drammatico vincolo alla crescita delle imprese, si deve ritenere che i vertici di Confindustria non coltivino molto l'abitudine di leggere gli studi da essi stessi commissionati.

Secondo slogan

I regimi di protezione dei lavoratori, e in particolare l'art. 18, disincentivano le assunzioni e creano disoccupazione. Siamo ancora una volta di fronte ad un'argomentazione insostenibile. La verità è che, nonostante gli sforzi compiuti da numerosi economisti di orientamento liberista, nessuno è finora riuscito a dimostrare che la libertà di licenziamento implichi un abbattimento della disoccupazione […. ].

Terzo slogan

L'art. 18 genera costi che soprattutto le piccole imprese non sarebbero in grado di sostenere. Questa idea appare smentita dal fatto, più volte rilevato dalle indagini statistiche, che i paesi caratterizzati da maggiori protezioni per i lavoratori sono anche quelli in cui si pagano i salari più bassi. Insomma, l'analisi economica suggerisce l'idea che siano gli stessi lavoratori ad assumersi i costi delle protezioni, accettando remunerazioni più basse rispetto a quelle prevalenti nei paesi caratterizzati da una maggiore flessibilità sul mercato del lavoro! A questa evidenza vale poi la pena di aggiungere che il modo in cui solitamente si affronta il problema degli elevati costi di una sentenza sfavorevole all'imprenditore è del tutto fuorviante. Quando si dice infatti che una sentenza che dichiari ingiustificato un licenziamento rappresenta un costo per l'imprenditore che in media si aggira intorno ai 63.500 euro, si dimentica di aggiungere che la probabilità che l'imprenditore si ritrovi effettivamente a licenziare un lavoratore, a vedersi contestata dal giudice quella decisione, e quindi a pagare quella somma, è di appena lo 0,3% per ogni lavoratore assunto! Il che significa che moltiplicando il costo medio di una sentenza sfavorevole (63.500 euro) alla probabilità che questa si verifichi (0,3%), e dividendo per il numero medio di anni di permanenza in azienda di un lavoratore, si ottiene che il costo medio atteso di un eventuale licenziamento ingiustificato ammonta ad appena 63,5 euro all'anno per ogni lavoratore assunto. Siamo insomma di fronte a una cifra che, in presenza di un efficiente mercato finanziario e assicurativo, potrebbe essere agevolmente sostenuta da qualsiasi impresa, piccola o grande che sia. Quest'ultima potrebbe infatti assicurarsi contro il rischio di una sentenza sfavorevole, semplicemente pagando un piccolo premio per ogni lavoratore impiegato. Si potrebbe a questo punto obiettare che i mercati finanziari e assicurativi non sono affatto perfetti, e che attualmente non sussistono le condizioni per garantire alle piccole imprese la stipula di contratti assicurativi di questo tipo. Ma di fronte a una simile obiezione si può ribattere solo in un modo: non saranno certo i lavoratori a pagare il costo dell'inefficienza e dei regimi non concorrenziali in cui versano quei mercati!

Quarto slogan

L'art. 18 incentiva il sommerso e il lavoro nero. L'affermazione è smentita dal fatto che proprio negli anni in cui si sono registrate le riforme più significative in direzione della flessibilità del lavoro, si è rilevata la crescita più significativa del sommerso in percentuale del Pil. In Italia, ad esempio, nel corso egli anni '90 l'indice OCSE di protezione dei lavoratori si è ridotto di 0,8 punti, mentre nello stesso periodo la quota di attività sommersa sul Pil è cresciuta del 5,1%. E risultati perfettamente analoghi a questo si sono registrati in moltissimi altri paesi. Questi andamenti potrebbero tra l'altro dipendere a loro volta dall'andamento degli indici del potere contrattuale dei lavoratori. Non si può escludere, infatti, che la riduzione di quest'ultimo possa spiegare buona parte sia della riduzione delle protezioni che dell'aumento del sommerso nel corso degli anni '90. Ad ogni modo, ciò che risulta evidente è la totale assenza di elementi in grado di sostenere l'idea che le protezioni generino sommerso e che quest'ultimo verrebbe riassorbito solo se si eliminassero le prime. A ulteriore sostegno di questa evidenza è possibile riportare anche il seguente dato nazionale. La percentuale di lavoro irregolare sul totale degli occupati nell'industria ammonta nel Mezzogiorno d'Italia al 41,8%, mentre il Centro-Nord si attesta su un modesto 12,1%. Considerato che le norme di protezione dei lavoratori si applicano uniformemente sull'intero territorio nazionale, si deve ritenere che queste siano in grado di spiegare ben poco del divario esistente tra le due aree del paese […].

Liberazione 23 maggio 2003

http://www.liberazione.it