Dal Corriere.it
Guerra tra ultrà, Milan-Juve «a alto rischio»
La polizia: possibili vendette per uno striscione rubato. Mediazione tra i capi dei duri
DAL NOSTRO INVIATO
MANCHESTER (Inghilterra) - Anche mercoledì sera lo striscione sarà nella curva sbagliata. E’ per quello stendardo, rubato sei mesi fa dagli ultrà juventini a quelli milanisti, che il dossier inviato dalla questura di Milano a Boyer street, quartier generale della polizia di Manchester, è intestato così: «Partita ad alto rischio».
Dal 15 maggio 2003 (il giorno dopo la vittoria della Juve sul Real Madrid) i funzionari Digos della «squadra tifoserie» milanese lavorano con i colleghi inglesi. In dieci giorni, tre viaggi a Manchester, anche per spiegare una storia nata da uno «sgarro» e proseguita con agguati e spranghe, che ha fatto nascere un rancore profondo tra alcuni gruppi di ultrà milanisti e juventini. E’ l’unico motivo di preoccupazione - dice il sergente Jonathan Brady - perché agli hooligan locali di questa finale italiana di Champions importa poco.
Una faccenda tutta nostra. Comincia alle 10.30 del primo dicembre 2002, all’autogrill Cortile San Martino, (A1, tra Parma e Reggio Emilia). Sosta per il pullman dei «Commandos Tigre», storico gruppo della curva rossonera, e dei «Rams», la loro ala più giovane. Sono diretti a Empoli per la partita di campionato. Sul piazzale c’è il pullman dei «Fighters» juventini, in viaggio per Roma. Insulti, qualche spintone. Dall’autogrill escono altri tifosi bianconeri. Sono i «Vikings», juventini di Milano. La faccenda cambia: tanti contro pochi, botte da orbi, colpi di mazza, un pestaggio. Vola un fumogeno nel pullman dei milanisti, che prende fuoco. Alcuni ultrà rossoneri attraversano l’autostrada per mettersi al sicuro. Gli juventini mettono le mani nel bagagliaio del pullman e si portano via il sacco degli striscioni rossoneri. Come sfregio, ne bruceranno uno sugli spalti dell’Olimpico, in diretta nazionale. Bilancio: tre feriti, dieci contusi, un arresto per rapina.
Agli ultrà torinesi resta in mano lo striscione dei «Commandos», un pezzo di storia della curva milanista. Nella simbologia ultrà, equivale allo scalpo del nemico. Dopo due mesi di insulti e reciproche minacce via Internet, il 22 marzo (Milan-Juve) i Commandos cercano di riprenderselo. Si fanno dare una mano dai «colleghi» interisti e da quelli bresciani. Prime botte in Stazione Centrale, all’arrivo del treno speciale da Torino con 700 tifosi. La polizia scorta il gruppo juventino scegliendo vie laterali, ma sono imboscate ad ogni angolo, con coltelli in bella vista. Si prosegue in piazzale dello Sport, davanti allo Stadio. Gli scontri coinvolgono anche i poliziotti che cercano di tenere lontane le due tifoserie: sette agenti in ospedale. Quello che rimane negli occhi degli esperti della Digos è il dopo partita, quando i tifosi juventini restano nello stadio vuoto per uscire quando il traffico è diminuito: un gruppo di 200 milanisti cerca di forzare il cordone della Celere dentro lo stadio per venire a contatto con i «nemici». Una cosa mai accaduta negli ultimi dieci anni. Vengono denunciate sette persone, altre cinque identificate. Un arresto: è uno dei «Commandos Tigre», un reduce della rissa all’autogrill. Cercava vendetta.
L’ultima puntata, il 21 aprile a Milano, all’angolo tra viale Brianza e piazzale Loreto. Tre pullman di un pacifico Juve-club milanese pronti a partire per Barcellona (ritorno dei quarti di finale, Champions league). Gli ultrà rossoneri sono certi che a bordo ci siano anche tre capi dei «Vikings». Preparano un agguato, 30 incappucciati con spranghe e bombe carta. Cercano il loro striscione, portano via le borse nel bagagliaio: non c’è.
Una situazione delicata, che è alla base del parere negativo dato dalla questura di Milano all’installazione di un maxi schermo in piazza del Duomo. Impossibile dividere due tifoserie che si promettono reciproche vendette: meglio il Meazza, dove i meccanismi di controllo sono collaudati. Gli uomini della Digos milanese hanno spiegato tutto all’Unità speciale di Manchester che si occupa di sicurezza dentro e intorno all’Old Trafford, lo stadio della finale. E non si sono limitati alle parole. Domani a Manchester arriva una squadra di 20 funzionari di polizia (da Milano, Torino e Roma) che affiancheranno gli inglesi. La procedura normale per le partite di squadre italiane all’estero prevede due agenti di «supporto». Ma questa non è una partita normale.
In silenzio, la questura di Milano ha fatto la cosa giusta. Un incontro tra i capi delle tifoserie per un patto di non belligeranza, almeno a Manchester. Ostilità sospese. All’Old Trafford non dovrebbe accadere nulla, neppure quando (succederà) i tifosi juventini mostreranno ai milanisti il «loro» striscione. Ma nessun leader ultrà ha potuto garantire per i «sotto gruppi» più giovani e agguerriti. Quelli che non si sono potuti permettere il «pacchetto» con biglietto e charter e viaggeranno da soli. «E’ il problema più grande - dice un funzionario della Digos di Milano in partenza per Manchester -. Il rischio riguarda soprattutto i "cani sciolti"».
Marco Imarisio
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Sempre dal Corriere
LA TRATTATIVA
L’incontro organizzato in un bar di Milano «Tregua? Sì, ma non garantiamo per tutti»
DAL NOSTRO INVIATO
MANCHESTER (Inghilterra) - Non si sono stretti la mano. Ma potrebbero non usarle per menarsi a Manchester. Almeno, così hanno promesso. L’incontro è avvenuto martedì scorso e ha avuto come «arbitri» i funzionari della Digos milanese. I capi del gruppo più numeroso della curva juventina («Fighters») e quelli dei «Commandos Tigre», che insieme a «Fossa dei Leoni» e «Brigate rossonere» sono il motore del tifo rossonero.
Un inedito. Non era mai successo che i poliziotti facessero da mediatori tra ultrà in guerra tra loro. Ma se a Manchester la festa non verrà rovinata, sarà soprattutto per quella chiacchierata «informale» tra tifosi in un bar milanese, patrocinata dalla questura. Sguardi in cagnesco, accuse reciproche. Ma la storia della striscione - è stato stabilito su «invito» della polizia - dovrebbe essere risolta in altra sede, e non in mondovisione. Se davvero i due piccoli eserciti italiani di 2.000 persone hanno rinunciato a darsi la caccia a Manchester, resta il problema degli «irriducibili»: per loro non sono state fornite garanzie. Ma almeno il caso dovrebbe diventare questione di un centinaio di persone da marcare a uomo.
Il lavoro di «prevenzione» prevede anche un piccolo favore della polizia agli ultrà: la traduzione del regolamento dell’Old Trafford. Ne verrà data una copia ad ogni tifoso. Un dettaglio importante. Ogni società, all’interno di certi parametri, può decidere le regole di comportamento. E quelle del Manchester United - la società proprietaria dello stadio che ospita la finale - sono decisamente draconiane, ispirate da una polizia che prima della «rivoluzione» seguita alle tragedie dell’Heysel e di Hillsborough (dove morirono 94 tifosi del Liverpool) aveva a che fare con hooligan tra i più feroci e alcolici d’Inghilterra, quelli dello United e del City, l’altra squadra cittadina.
E quindi: chi non si siede al proprio posto (tutti numerati), non ha una seconda possibilità, viene portato via. Chi si attarda tra un tempo e l’altro, perde il diritto ad assistere al resto della partita. Chi viene sorpreso con una lattina di birra nelle vicinanze dello stadio (il concetto di «vicinanza»: 5 chilometri quadrati) nelle 24 ore che precedono il match (i pub chiuderanno alle 17 di martedì), va in galera. Una volta raggiunto il proprio posto, sarà vietato lasciarlo prima e durante la partita. Un regime molto diverso da quello delle curve italiane: la traduzione delle 10 pagine del regolamento (saranno consegnate in aeroporto e nei punti-incontro) salverà molti tifosi.
La polizia di Manchester ha accettato ieri un suggerimento arrivato dall’Italia: aprirà lo stadio nel pomeriggio, con due ore di anticipo sul previsto. Non siamo abituati a ingressi macchinosi come quelli di Manchester (tre controlli, biglietto più passaporto o carta d’identità, tre perquisizioni), e i nostri funzionari temevano «ingorghi» nervosi.
Quella siglata con l’incontro tra i capi ultrà non è una pace. Al limite è una tregua, dichiarata per ragion di Stato e di orgoglio nazionale (i funzionari Digos incrociano le dita, nella speranza che nessuno manchi di parola). Su questo, nessuna delle due fazioni ha voluto sentire ragioni. Il furto di quello striscione - uno dei più vecchi della curva, pare risalga al 1979, anno dello scudetto della stella milanista, quando i Commandos Tigre si rifecero il look - ha generato una faida pericolosa, che - se non a Manchester - proseguirà nel prossimo campionato, a casa nostra.
M. Ima.




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