il mattino giovedì 22 maggio 2003

LA PROVOCAZIONE
Sfidiamo i nostri concorrenti: torniamo alle barriere doganali

di Giuseppe Covre

Dove sono finiti i tanti esperti di economia, i guru della New economy, i Nobel, quei signori che per anni hanno distribuito ottimismo, crescite facili e costanti? Non si fanno più sentire, sono spariti. Peccato, perche ora, in questa situazione critica, ne avremmo certamente bisogno.
Scriveva bene Alessandra Carini l'altro giorno: «C'è un problema europeo, la crisi dell'Europa è sotto gli occhi di tutti; e l'Italia non sta certo meglio”.
E, a proposito di crisi, che ne è del nostro ex-mitico Nordest? Del nostro ex-miracolo invidiato, studiato, copiato? Bisognerebbe chiederlo, per esempio, a Luciano Benetton che adesso ha deciso di sbaraccare buona parte della produzione per andare a “catar fortuna” nei cosiddetti Paesi poveri. Cosicché centinaia di laboratori artigiani saranno costretti a chiudere, molte famiglie saranno nella disperazione. Conviene invece far lavorare i «tantissimi morti di fame” in giro per il mondo, gli operai che non hanno tutela sociale, diritti acquisiti, nessun sindacato che li protegge.
Alla bella faccia dell'articolo 18 e del compagno Bertinotti. Per non parlare poi degli altri grandi dell'imprenditoria veneta e italiana che stanno facendo come Benetton e vanno a «catar fortuna” dove l'operaio si paga con (‘na ciotola di riso).
Ma vorrei sentire sull'argomento anche il presidente degli industriali del Veneto, Rossi Luciani, il quale fino a qualche mese fa si arrabbiava con il Governo, reo di mettere regole sull'immigrazione, che deve essere, secondo la normativa Bossi-Fini regolare, regolata e tutelata.
Dall'amico Nicola Tognana vorrei poi un chiarimento circa la sua affermazione di qualche mese fa a proposito del blocco di nuove aree produttive fino al 31 luglio 2003 richiesto dalla Lega alla Regione: “provvedimento rozzo».
Cosa ne pensano lor signori a questo punto della crisi avanzante? Credono realisticamente che l'economia ripartirà incentivando solamente i consumi? O piuttosto che la delocalizzazione sfrenata (non tanto nell'Est Europa quanto in Cina) metterà definitivamente in crisi un tessuto produttivo che fino a ieri era considerato perfetto ed efficiente? Oggi assistiamo ad uno smantellamento inesorabile e veloce del nostro sistema produttivo.
Sono ripresi i licenziamenti, la cassa integrazione e molti extracomunitari cominciano a suonar campanelli nelle aziende in cerca di lavoro. Moltissime aziende piccole e laboratori artigianali stanno chiudendo perche impossibilitati a reggere un confronto impari, ingiusto e insostenibile.
Quando qualche anno fa la solita Lega (rozza e un tantino razzista come sempre), prevedendo in anticipo il fenomeno cercò di lanciare l'allarme: costruiamo meno capannoni, fra poco ne avremo in eccesso, puntiamo sulla tecnologia e sulle produzioni specializzate; importiamo la manodopera che necessita, evitiamo di illudere mezzo mondo con promesse miracolistiche; venimmo tacciati e accusati.
Nonostante ciò, oggi rilanciamo, strafregandoci dei perbenisti, degli ipocriti, dei politically correct e della sociologia accattona e permissiva e diciamo: - la globalizzazione ha bisogno di regole efficaci (gli Usa hanno imposto dazi sugli acciai europei); - non possiamo competere con chi ha costi di manodopera che sono il 5% della nostra manodopera, che è comprensiva di un welfare (europeo) di tutto rispetto; la tecnologia e il design ce le copiano con una facilità estrema e non siamo neppure in grado di difenderci.
Noi arriviamo sino all'impudenza di pensare che è ora di prendere in seria considerazione l'ipotesi di dazi doganali su molti prodotti realizzati nei cosiddetti Paesi canaglia; questo per salvare le economie dei Paesi europei, seriamente compromesse. Non possiamo e non vogliamo chiedere sacrifici sempre e solo ai nostri operai, rinunce a sacrosanti diritti, frutto di sacrosante conquiste sociali.
Ripristiniamo barriere doganali attraverso il Wto, comunque a livello Cee, non per arricchire i nostri governi, ma per difendere i prodotti delle nostre aziende che sono fatti bene, sicuri, realizzati anche nel sostanziale rispetto dell'ambiente, senza sfruttamento del lavoro minorile.
Una volta incassati questi dazi i governi europei potranno ritornare buona parte dei proventi ai governi dei Paesi sottosviluppati da dove provengono le merci (soprattutto Cina), affinché organizzino a casa loro un minimo di stato sociale e di rete sanitaria, oltre che di tutele sindacali. Piuttosto che acquistino armi dall'Occidente per scannarsi tra di loro o per fare guerre di aggressione.