KADDOUMI: L'OCCUPAZIONE E LA RESISTENZA SONO GEMELLI SIAMESI
Tunisi, maggio - Roadmap, nuovo governo palestinese, colloqui tra i vari gruppi della resistenza palestinese: tutti temi di grande attualità al centro dell’attenzione internazionale. Arabmonitor ha raccolto al riguardo l'opinione di Farouk Kaddoumi, ministro degli Esteri e capo del Dipartimento politico dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, nel suo ufficio a Tunisi.
Crede che la Roadmap possa condurre alla pace tra palestinesi e israeliani ?
"Dal suo nome, Roadmap, Tracciato per una soluzione permanente del conflitto israeliano-palestinese, basato su due Stati, si direbbe che sia stato preparato con l’obiettivo di condurre alla pace. Il piano, da come è stato presentato dal Dipartimento di Stato americano il 30 aprile scorso, evidenzia che un “progresso richiederà necessariamente dalle parti atti di buona volontà e il loro adempimento a ciascuno degli obblighi …. l’inadempienza nei confronti degli stessi, costituirebbe un ostacolo al progresso”. Il piano aggiunge che "un accordo, avrà come risultato la creazione di un Stato indipendente, democratico e fattibile che vivrà in pace e sicurezza, fianco a fianco, con Israele e con i suoi altri vicini".
"Il piano risolverà il conflitto Israele-Palestina e porterà alla conclusione dell'occupazione iniziata nel 1967, sulla base dei principi stabiliti dalla Conferenza di Madrid, cioè Terra in cambio della Pace, stabilito dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 242, 338 e 1397, nonché dagli accordi già raggiunti tra le parti precedentemente e, infine, dall’iniziativa del principe ereditario dell’Arabia Saudita, Abdullah bin Abdul Aziz, adottata dalla Lega araba al suo vertice di Beirut, che invita gli Stati arabi ad accettare Israele come vicino, riconoscendone il diritto a vivere in pace e sicurezza. Questa iniziativa costituisce un elemento vitale degli sforzi fatti su scala internazionale per promuovere la pace, risolvendo tutte le questioni, incluse le relazioni tra la Siria e Israele e quelle tra il Libano e Israele. Le parti sono tenute a compiere i passi obbligatori in contemporanea, ove non sia espressamente indicato diversamente". Il requisito fondamentale è costituito dagli atti di buona volontà da ambo le parti . La parte palestinese ha immediatamente dato la sua disponibilità, seppur con qualche riserva di minore entità. Dall’altra parte, Israele ha dichiarato preventivamente il suo rifiuto, affermando di avere numerose obiezioni, che renderanno difficile alla parte palestinese il rispetto degli “obblighi”.
"E’ utile rammentare che l’accordo raggiunto tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina e il governo israeliano nel settembre 1993 prevedeva dei negoziati sulla base delle risoluzioni 242 e 338 dell’Onu. A seguito delle tattiche di temporeggiamento adottate da Israele, questo obiettivo attende ancora di essere realizzato. Quello che manca nella Roadmap, è l'affermazione delle parti, innanzitutto da parte di Israele, della volontà politica di applicare il piano e di impegnarsi in tal senso. Il diavolo si nasconde nei dettagli . L’ostacolo immediato è l’approccio bizantino di chi fa il primo passo. Noi riteniamo che debba essere compiuto da Israele, in quanto potenza occupante. La parte palestinese risponderà in parallelo. Secondo la nostra opinione, il piano è difettoso in quanto non stabilisce un ruolo effettivo per il Quartetto: nemmeno quello di un arbitro, in caso di necessità"
Si fida degli americani come mediatori ?
"Il governo americano, quale promotore della Roadmap, si è dimostrato, finora, riluttante o non disposto a esercitare pressione, facendo uso degli strumenti di cui dispone, per indurre Israele ad accettare il piano così come è stato presentato. E' importante ricordare che uno dei punti fissi della politica statunitense è il rifiuto di riconoscere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Ci sarebbe quindi da domandarsi, come si può chiedere a un popolo, il cui diritto all’autodeterminazione viene negato, di partecipare alla realizzazione della Roadmap che prevede una soluzione per il conflitto israeliano-palestinese sulla base della creazione di due Stati ?".
Esiste, a suo avviso, una scadenza per l'accordo ?
"In questa fase, voler stabilire una scadenza definitiva appare poco realistico".
Del lungo elenco di questioni in sospeso, quali gli insediamenti, Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi, che scavano un solco profondo tra le due parti, quale problema costituisce l'ostacolo principale a un'intesa?
"Credo che il ritiro di Israele dai territori palestinesi, Gerusalemme inclusa, così come dagli altri territori arabi occupati nel 1967 e di conseguenza, la fine dell'occupazione, debba essere il primo passo. Questo passo dovrà essere seguito, simultaneamente, dallo smantellamento degli insediamenti ebraici costruiti in questi territori, in rispetto della risoluzione 465 del Consiglio di sicurezza. Il diritto a tornare nel proprio Paese e rientrare nella propria casa e nei propri beni, è sacrosanto. E’ inalienabile. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, i provvedimenti contenuti nella Convenzione sui diritti politici, sociali ed economici, sono degli impegni assunti, come pure la risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, visto che ad affermarlo fu l’allora ministro degli Esteri del governo provvisorio di Israele nella sua dichiarazione all’Assemblea generale dell'Onu. Quest’argomento potrà essere oggetto di negoziati limitatamente alle modalità di esercizio di questo diritto".
"Va ricordato pure che Israele, nell'accordo del 1993, si era dichiarato disposto a facilitare l’ammissione di palestinesi fuggiti o espulsi in seguito al conflitto del 1967. A tutt’oggi, Israele non ha facilitato il rientro di questa gente nonostante siano trascorsi quasi dieci anni. Qui, di nuovo, il problema è la buona volontà o l’assenza di buona fede da parte di Israele. Nel 1993, secondo gli accordi, Gerusalemme doveva essere oggetto di negoziati. Israele si è allargata tramite l’annessione di vaste zone di Gerusalemme, in totale disprezzo delle risoluzioni 476 e 478 del Consiglio di sicurezza. Noi crediamo che il piano sia un impianto integrale che non possa essere frammentato".
La nomina di Mohammed Dahlan a ministro incaricato della sicurezza, è stata la scelta giusta per calmare la parte palestinese ?
"Mohammed Dahlan ha ricevuto l'incarico e la sua nomina è stata approvata dal Consiglio legislativo dell’Autorità palestinese. Credo che occorra concedergli un periodo di prova. Egli sarà valutato alla luce dei fatti, di ciò che riuscirà a ottenere quale “incaricato della sicurezza”.
Ritiene possibile, in presenza di un’occupazione militare straniera, fermare i gruppi che partecipano alla resistenza, come afferma di voler fare Abou Mazen, il primo ministro palestinese di fresca nomina ?
"Non è concepibile che un popolo sotto occupazione militare abbandoni il diritto alla resistenza. L'occupazione militare straniera produce resistenza. L’occupazione militare e la resistenza sono gemelli siamesi: sono inseparabili. La storia della resistenza contro l’occupazione straniera, in Europa e altrove, viene narrata con gratitudine da parte dei rispettivi popoli".
Vede qualche pericolo che s’inneschi una guerra civile nella società palestinese ?
"La probabilità di una guerra civile tra i palestinesi è pressoché inesistente. Durante i decenni della lotta per la liberazione della Palestina, dagli anni Venti, nonostante la diversità di opinioni e le differenti tattiche impiegate dai palestinesi, la guerra civile non si è mai affacciata all'orizzonte in alcuna forma e in nessuna fase della lotta. Sono convinto che i palestinesi sono abbastanza maturi e consapevoli per poter prevenire il pericolo di una deriva del genere".
Cosa si attende da un'eventuale nuova serie di colloqui al Cairo tra le varie organizzazioni palestinesi ?
"Noi abbiamo fatto un appello a tutte le correnti palestinesi a impegnarsi nel dialogo nazionale. Crediamo che il dialogo, sulla base del raggiungimento dei diritti nazionali, verrà condotto in maniera positiva, costruttiva e democratica. L’Egitto si è offerto da mediatore. Apprezziamo molto questa offerta. L’Egitto ha presentato un piano per la tregua tra palestinesi e Israele. Il piano è stato accolto favorevolmente dai noi. Prevedeva un periodo di sei mesi per dar modo a Israele di ritirare le sue forze sulle posizioni tenute prima del 28 settembre 2000, ma Israele non ha nemmeno risposto".
La Siria risente molto delle pressioni americane volte a ottenere la chiusura degli uffici delle organizzazioni palestinesi presenti a Damasco. Come evitare il rischio di sanzioni statunitensi contro la Siria ?
"Spetta alla Siria decidere ciò che è necessario fare per proteggere l’interesse nazionale e quali passi debbano essere compiuti nei confronti degli uffici palestinesi in Siria. La Siria aveva concesso ai palestinesi di gestire dei centri d’informazione, ma l'unica rappresentanza ufficialmente riconosciuta, è quella dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina".
Anno dopo anno, il mondo arabo indipendente sta diventando sempre più piccolo. Questo processo può influenzare la determinazione dei palestinesi a continuare la lotta per uno Stato indipendente ?
"Da anni, ormai, osserviamo che il mondo arabo si sta evolvendo verso “entità nazionali-politiche”. Lo Stato indipendente, fattibile e sovrano di Palestina diventerà, sul piano del diritto, un’altra “entità politica” all’interno della più vasta società degli Stati arabi".
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