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  1. #1
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    Predefinito Brunik chiede aiuto agli economisti di centrodestra

    Mi rivolgo soprattutto a Osterreicher, Pieffebi e Libero che con tanta lucidità fino a qualche mese fa mi spiegavano in cosa aveva sbagliato il centrosx e quale era la politica giusta, contribuendo non poco alla mia formazione e maturazione.


    Mi pare di capire che, per il bene del paese, le imprese ora devono pagare più tasse perchè quelli dell'Ulivo le avevano agevolate troppo, e le imprese si lamentano e non poco.

    Spiegami un po' voi: le tasse alle imprese vanno tagliate o aumentate, che non ci capisco piu' niente della politica economica berlusconiana?

    Io ero rimasto a quello che diceva Berlusconi (la famosa "ricetta perl'economia": per rilanciare l'economia si tagliano le tasse alle imprese perchè i komunisti (con la scusa del bene del paese) le hanno messe troppo alte perchè sono illiberali e non hanno la cultura dell'impresa.

    Automaticamente le imprese dichiareranno di più ed evaderanno di meno, faranno più investimenti e la ricchezza e la felicità di tutti aumenteranno.

    Era così semplice, l'avete detto per otto anni, avete contestato duramente l'Eurotassa che era stata messa con la scusa del bene del paese, avete una larga maggioranza di seggi, e per la prima volta nella storia della Repubblica abbiamo un Governo che può fare quello che vuole senza preoccuparsi troppo di cadere, e cosa mi fate? L'opposto di quello che avevate sempre detto.

    Prima mi abolite la festività di giugno chiamata Tax Day, come se non ci fossero quasi sei mesi all'anno che lavoriamo per Tremonti, ed ora questa bella inaspettata sorpresina.

    Su, tagliatele ste tasse.

    Adesso accusano i komunisti di aver agevolato troppo le imprese con Dit e Superdit e me le aboiliscono: ma se hanno sempre detto che non servivano a niente, ci voleva la Tremonti, che le imprese erano state vessate dai komunisti invidiosi...

    Aiutatemi voi, cari pollisti, io non ci capisco più niente. Qualcuno ha sempre sparato un sacco di palle, ma non capisco se erano gli Uomini del Fare o i Komunisti invidiosi contrari alla libertà d'impresa.

    (Certo che per un grande imprenditore come Berlusconi avere contro gli imprenditori non deve essere una grande felicità. Ma cosa è successo? Non gli piacciono più le sue barzellette, agli imprenditori? Proprio a Lui che fa di tutto per rendersi simpatico ai convegni, ora lo sputtanano alle spalle, i vigliacchi. Che ingrati)

  2. #2
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    Ah, un'altra mia curiosità che ha mai soddisfatto: perchè il ViceSuperMinistro dell'economia si chiama Gianfrancuccio Miccichè? Che titoli ha per sedersi a quel posto? E quali sono le sue ricette per uscire dalla stagnazione?

  3. #3
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    Visto che nessuno mi vuole rispondere perchè preferisce lasciarmi soffrire in silenzio, ho cercato conforto nel bellissimo libro " L'Italia Che Ho In Mente", in modo da trovare nel Verbo un raggio di luce che mi indicassse la Via maestra da seguire per la redenzione.

    Eravamo ad un bivio: dovevamo scegliere tra declino e sviluppo.

    Abbiamo scelto il declino.

    Qua si accusava la sinistra (che sarebbe Craxi) di avere aumentato di otto volte il debito pubblico dal 1980 al 1993.

    Se in tredici anni il debito pubblico mi è aumentato di otto volte ed in sei mesi del 60%, chi è che sa dirmi chi è peggio tra Craxi e Berlusconi?

    Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere tra declino e sviluppo

    Che fare di fronte a questa realtà? Siamo di fronte a un bivio: dobbiamo scegliere tra il declino a cui ci portano, ci hanno portati e ci porteranno le sinistre, e lo sviluppo. Per riprendere la via dello sviluppo e dell’occupazione non c’è che un modo, il nostro, la nostra ricetta del benessere e dello sviluppo. È dal 1994 che noi ci insistiamo, e l’abbiamo trasformata nei nostri sette mesi di governo in azione concreta. La nostra ricetta è: meno tasse sulle imprese e sul lavoro, meno rigidità nei rapporti di lavoro, meno spesa pubblica corrente, più spesa pubblica in conto capitale nelle infrastrutture, producono più competitività delle nostre imprese e dei nostri prodotti, più sviluppo, più crescita economica, più posti di lavoro, e quindi maggiori introiti nelle casse dell’erario, nuova ricchezza da destinare sia alla realizzazione di infrastrutture che al pagamento del debito pregresso che ci siamo trovati sulle spalle – perché questa sinistra è stata partecipe di quel miracolo all’incontrario che ha visto moltiplicare per otto volte, dal 1980 al 1993, il nostro debito pubblico. Quindi una ricchezza nuova da destinare anche all’aiuto vero di chi ha davvero bisogno. Credo che soltanto ritornando al nostro progetto si possa sfuggire al declino e riprendere la via dello sviluppo.

  4. #4
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    vi prego, aiutatemi, non ignoratemi...

    Chiedo a Voi, liberisti, quale è il vero motivo per cui il governo di destra ha deciso di tartassare 200.000 imprese.

    Spiegatemi, vi prego, perchè è giusto colpire le imprese per favorire la classe proletaria.

    Non ce la faccio più, non ci capisco più niente.

    Guardate cosa dicono i padroni: è ingiusto togliere le agevolazioni che i "comunisti illiberali" avevano tanto benignamente concesso.

    Ok, avete ragione, lo sfruttamento dell'Uomo sull'Uomo operato dagli industriali è un'ingiustizia fonte di iniquità e diseguaglianza sociale, ma ho una domanda per voi: voi "liberisti massimalisti" credete davvero che se le imprese guadagnano di meno ci saranno reali benefici per la classe lavoratrice che difendete con le unghie?

    Ma allora la causa della crisi economica è la Tremonti-bis, che ha aumentato i profitti dei padroni sulla pelle della classe operaia.

    Aboliamola con effetto retroattivo ed obblighiamo i padroni che si sono comprati la BMW con i soldi degli operai a restituire il maltolto.

    Guardate come si lamenta capo dei loschi sfruttatori di uomini D'Amato.

    Mercoledì 25 Settembre 2002, 111

    D'amato, Governo alla prova su riforme per fiducia industriali



    Proprio sulla rimodulazione della Dit, misura contenuta nel decreto fiscale voluto dal ministro Tremonti, D'Amato è fortemente critico e contesta il governo per non avere lasciato spazio alla consultazione.


    "Il decreto ce lo siamo trovati scodellato davanti senza la minima possibilità di intervento. In questo momento l'ultima cosa che va fatta è indebolire il sistema produttivo. Le imprese non sono mucche da mungere. Il decreto costerebbe alle imprese più di 3,5 miliardi di euro per quest'anno."


    Sarebbero 200.000, secondo D'Amato, le imprese colpite dal provvedimento che non tocca solo le grandi ma anche le piccole e medie imprese.


    "Non si possono colpire le imprese quando non si sa dove prendere i soldi", ha ribadito D'Amato.


    "La riforma fiscale di Tremonti vuole smontare l'Irap e superare la Dit per arrivare ad una tassazione più semplice. Ma si smonta la Dit che dà vantaggi alle imprese con forte intensità di capitali, e non si interviene sull'Irap", ha aggiunto.


    il capo del padronato
    Per fortuna che ora c'è Berlusconi a tartassare i nemici dei lavoratori

  5. #5
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    Questo si chiama "sparare sulla Croce Rossa"

  6. #6
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    No, è che Brunik, birichino, vuole stravincere.

    Questo governo ci ha dato, e ci sta dando, cose di cui Brunik non si è accorto e che non apprezza.

    Vuoi mettere, per esempio, il BENESSERE SPIRITUALE che scaturisce dai programmi di FI e del PPE, con il loro libero liberismo e con il socialismo cristiano?

    Ma quando mai Stalin è riuscito a dare il 'benessere spirituale' ai 600 milioni di persone.....
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

  7. #7
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    Originally posted by yurj
    Questo si chiama "sparare sulla Croce Rossa"

    Più di quell'altro li tassa, però
    non è Berlusca

    Era vestito di rosso, lo so,
    non è Berlusca.

    Berlusca non ha mai chiesto di più,
    chi sta sbagliando son certo sei tu.

    Non hai mai visto un Brunik piangere?
    Apri bene gli occhi sai perchè tu ora lo vedrai...

    NON E' BERLUSKA!


    LA LUNGA MARCIA DELLA CASA DELLE LIBERTA'

  8. #8
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    Capire tu non puoi
    MIm7 ............ LA+

    tu chiamali se vuoi
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    i minchioni...
    ......... Re7+

    (repeat and fade)

  9. #9
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    Originally posted by pcosta
    Capire tu non puoi
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    tu chiamali se vuoi
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    i minchioni...
    ......... Re7+

    (repeat and fade)
    Stasera provero' l'arrangiamento e ti sapro' dire...
    "Preoccuparsi e' inutile. Infatti se esiste una soluzione al problema non ha senso preoccuparsi. E se la soluzione non esiste allora perche' preoccuparsi?" - Ignoto.

  10. #10
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    Amici pollisti, vedo che nessuno vuole aiutarmi. Se voglio trovare qualche opinione di destra mi devo arrangiare come al solito da solo.

    Lo sapete cosa siete? Cattivi. E' da una settimana che non ci dormo la notte, su questa cosa.

    Per fortuna sul sito del periodico on line di destra ideazione.com ho trovato le risposte ai miei dubbi.

    Ecco le cretinate che raccontava quell'incapace di Visco (pensate un po' che diceva che con i vincoli di bilancio era impossibile tagliare le tasse di 70mila miliardi, ma se le pensa di notte, queste cazzate) ed ecco anche la semplice ricetta per uscire dal tunnel: aumentare la competitività delle imprese: meno tasse, più innovazione tecnologica.

    A che punto vanno i lavori, per aumentare la competitività delle imprese? Quanti posti abbiamo guadagnato?

    Su, ragazzi, il sogno non è finito. C'abbiamo il Miccichè e il Tremonti, il miracolo economico vedrete che presto arriverà, la sfiga non può mica continuare per sempre.

    1.6.2001
    http://www.ideazione.com/settimanale...1/lamoneta.htm

    Politica economica?
    Tutto il contrario di quello che ha fatto Visco

    di Carlo La Moneta

    In una lunga e puntuale intervista al Corriere della Sera del professor Vincenzo Visco, interprete e protagonista della politica economica del Governo uscito battuto dalle recenti elezioni, si notano tre tratti salienti: una posizione snob ed elitistica verso il popolo italiano; una certezza granitica nella politica che è uscita sconfitta dal voto popolare; una sorta di dissonanza cognitiva che porta Visco ad assumere, paradossalmente, la posizione di chi ha votato per il polo nei confronti della nuova maggioranza parlamentare, e del governo che essa sosterrà. In breve, Visco sostiene che il popolo ha creduto alle irrealizzabili promesse di Berlusconi; che una politica liberale non si può fare nella maglia stretta del contesto definito dagli indirizzi della Unione Europea; che egli si attende la riduzione della propria aliquota irpef al 33 per cento. Nell’ultimo punto, e con chiaro intento paradossale, Visco ribadisce il primo: le promesse di questa maggioranza liberale sono inaffidabili ed io sfido il prossimo ministro dell’economia a tenere fede a questa missione impossibile che la maggioranza gli affiderà.

    Rispondiamo al professor Visco, limitandoci a dire dove e come si potrebbero individuare le linee di una possibile e praticabile politica economica liberale. Nel sito web del Corriere della Sera, ad esempio, si trova il testo del rapporto 2001 sull’indice della libertà economica, curato da quel giornale e dal Centro Einaudi di Torino. E’ una buona lettura di base per trovare una politica economica amica della crescita in Italia. Il rapporto parte da sei indicatori e li sintetizza in un indice riassuntivo della libertà economica. Le sei variabili analitiche sono: il peso dello stato, la struttura dell’economia, la legalità, la tassazione, la stabilità dei prezzi e la politica monetaria, lo stato dei mercati finanziari. L’Italia è schiacciata sempre verso la coda della graduatoria europea. Nel punteggio finale siamo penultimi e poco distanti dalla Grecia: noi a 7, la Grecia a 6,8 e l’Unione Europea a 7,4. Il Regno Unito si trova ad 8,7, l’Irlanda ad 8,3 e i Paesi bassi ad 8,6. C’è una Europa americana: quella del triangolo Gran Bretagna, Irlanda, Olanda. Gli Stati Uniti, con i medesimi metodi di valutazione, sono ad 8,9. I paesi con un punteggio elevato crescono più rapidamente, mostrano moderni ed efficienti mercati finanziari ed una economia che assorbe più rapidamente i vantaggi e le capacità della tecnologia dell’informazione e della comunicazione: cioè gli effetti della nuova rivoluzione industriale.

    Se colleghiamo queste premesse analitiche a un rapporto di Ignazio Visco, già dirigente della nostra banca centrale ed ora vicesegretario generale dell’Ocse, troviamo una singolare coincidenza. Il rapporto di Visco si legge nel sito web di quella istituzione e dice che i paesi crescono meglio quando investono nella diffusione dello spirito di impresa, sostengono l’innovazione e la dilatazione delle capacità operative del capitale umano, facilitano la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e rafforzano la struttura di base, economica e finanziaria, del proprio assetto macroeconomico. La politica economica del governo battuto dalle elezioni non era coerente con i cinque punti di Visco ed ha condotto l’Italia nella coda della sub graduatoria renana rispetto alla posizione degli europei all’americana. Perché ha tutelato i fondamentali macroeconomici senza toccare l’efficienza della macchina statale e, in alcuni casi, generando ulteriori frizioni organizzative al suo interno, sostenendo un federalismo che era solo la contrapposizione dei poteri locali alle amministrazioni periferiche dello stato. Ha inasprito le tasse, non ha creduto nell’impresa e non ha sostenuto l’innovazione tecnologica: che non si può identificare con i sussidi alle famiglie che comprano un personal computer.

    Non è facile rimontare il gap renano del nostro paese: perché agisce come se fosse la Germania o la Francia senza averne le robustissime gambe necessarie nella pubblica amministrazione centrale, la risorsa francese, né nel sistema di interlocking che regge le banche, la risorsa renana. Si consiglia infine la lettura di un paper, scritto da un italiano, per il national bureau of economic research: il professor Luigi Zingales spiega come solo in Europa si possa pensare che il corporate governance sia riconducibile al corporate laws. Troppo forte, insomma, come conferma l’intervista del professore Visco, l’illusione europea che un gruppo di illuminati possa e debba spiegare al popolo bue come deve fare per vivere meglio. Una politica economica liberale lascia il popolo più libero di organizzare la propria vita e gli offre mercati finanziari ed opportunità tecnologiche che allargano la gamma delle sue scelte contro un futuro ignoto ma pur sempre governabile. Governance e governatore sono parole latine: ed il secondo è il gubernator, cioè il timoniere: non è il padrone del mare ma chi conosce come attraversarlo spinto dalle forze del vento e dell’acqua. Conosce i suoi limiti e conduce in porto la nave. Libertà economica significa anche capacità dei governi di riconoscere le forze che essi non controllano ed indicare la strada migliore per cogliere i propri traguardi. Le navi toccano i porti perché buoni timonieri ed eccellenti equipaggi si fidano reciprocamente l’uno dell’altro. Per questi motivi è razionale diffidare di quelli che hanno sempre ragione, anche quando nessuno gli crede più, e mettere alla prova nuovi timonieri.

    1 giugno 2001


    La copertina di Ideazione.com del 27 settembre 2002 illustra bene i risultati degli Uomini del Fare

 

 
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