Antonio Gaspari, Vittorfranco Pisano
Dal popolo di Seattle all'ecoterrorismo
recensione di Carlo Stagnaro - 29/5/2003
Nell'intero Occidente c'è davvero la grande chiesa sognata da Jovanotti, quella che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa. C'è, almeno, nella misura in cui la santa albanese è stata ridotta a una sorta d'icona laica dell'altruismo, della solidarietà. Un tradimento pari quasi a quello perpetrato ai danni del terrorista cubano, la cui parabola l'ha condotto a fungere da bandiera delle manifestazioni pacifiste, roba che grida vendetta a Marx.
Quest'area nebulosa, che spazia dal cattolicesimo terzomondista fino ai bombaroli d'estrema sinistra si coagula intorno ad alcune parole d'ordine. L'ecologismo. L'avversione alla globalizzazione. L'odio per tutto ciò ch'è "americano" - per così dire, "right or wrong, America's not my country". E la disponibilità a compiere, o almeno giustificare, qualunque razza di gesto violento, purché volto a colpire gli odiati capitalisti, speculatori, inquinatori.
Si tratta d'un universo culturale spesso sottovalutato, che tuttavia rappresenta una minaccia concreta e attuale non solo alla sicurezza dei cittadini dei paesi sviluppati, ma anche alla stessa cultura cui essi debbono il proprio benessere. All'analisi di queste preoccupanti tendenze è consacrata l'ultima fatica di Antonio Gaspari e Vittorfranco Pisano, Dal popolo di Seattle all'ecoterrorismo. Movimenti antiglobalizzazione e radicalismo ambientale (21mo Secolo, Milano, 2003, pp.150, €13,00).
Il punto di partenza è la constatazione che l'attenzione per la natura s'è evoluta, ha subito una sorta di mutazione genetica, ed è divenuta un'autentica ideologia, che si pone come alternativa al liberalismo (dal punto di vista politico), al capitalismo (da quello economico) e al cattolicesimo (da quello religioso). L'ecologismo radicale è tutt'uno coll'estremismo noglobal nel denunciare la "logica del profitto", il libero mercato e il dominio sul Creato che Dio ha, secondo i cristiani, affidato all'uomo. Anzi: tutto ciò avrebbe determinato ogni genere di disastro ambientale e avrebbe portato l'uomo a infestare il pianeta con la propria stessa presenza. E' obiezione ben poco ascoltata quella che le maggiori aggressioni all'ecosistema si siano consumate nei paesi e nell'epoca del socialismo reale.
Il punto è che i fautori della "deep ecology" sono pronti a tutto; essi non rispettano la proprietà perché la vedono come un furto, e non tengono in alcun conto la vita umana dacché per loro vale meno della vita animale o addirittura dei microbi. Ciò ch'è ancor più grave, queste posizioni di fatto nichiliste non sono limitate a ristrette sacche di radicalismo ma, in forma più o meno edulcorata e consapevole, hanno infettato ampi e insospettabili settori della società. Per citare solo un esempio tra i tanti: in segno di protesta contro l'intervento militare in Iraq, viene organizzata il 22 marzo 2003 una giornata di boicottaggio della compagnia petrolifera Esso. Alcuni manifestanti, poi fermati dalle forze dell'ordine, compiono atti di vandalismo ai danni di tre distributori di benzina. Il processo si consuma a tempo di record e gl'imputati vengono condannati a una pena lieve (tre mesi di carcere con la condizionale contro i nove invocati dal pubblico ministero). La ragione per cui la richiesta dell'accusa non viene accolta è che i balordi "avrebbero agito per motivi di particolare valore sociale e morale". Compagni che sbagliano, insomma, per cui tutto è lecito: dalle azioni di "disobbedienza" ai sabotaggi ai gesti di terrorismo vero e proprio. "Oltre a stimolare la militanza degli attivisti - nota Pisano - questi eventi generano l'apprensione di un pubblico più vasto, spesso non bene informato e soggetto a condizionamenti propagandistici anche ai fini di una passiva, ma visibile, partecipazione a manifestazioni di protesta".
Eccezioni che confermano la regola? No. Piuttosto, l'aggressività e la spavalderia degli ecologisti radicali sono una regola che ammette qualche eccezione. Quel che più colpisce è che quest'individui - mossi apparentemente da un altruismo malriposto, o da un'ideologia mal digerita - motivano le proprie malefatte con argomenti che vanno dalla tutela dell'ambiente alla difesa dei reietti del pianeta. Eppure lo fanno nel momento di più straordinaria crescita, di più diffuso benessere che l'umanità abbia mai conosciuto. Non solo: la Terra non ha mai goduto di tecnologie tanto efficienti e così poco inquinanti come quelle partorite dalla scienza contemporanea.
E poi, e poi. E poi, se appena si distoglie lo sguardo dalla pagliuzza nell'occhio del capitalista, non si potrà fare a meno di notare la trave in quello dell'ecologista. Perché dietro alle belle parole, dietro alle migliori intenzioni, non si muovono idealisti immacolati, ma trafficoni della peggior risma. "L'attenzione, l'enfasi ed il potere acquisito negli ultimi venti anni dalle associazioni ambientaliste - sottolinea Gaspari - è stato tale da poter conferire diversi gradi di impunità. Essere riconosciuti come 'paladini' dell'ambiente, ha permesso ad alcuni personaggi di accedere a una serie infinita di privilegi, non ultimo quello di raggiungere cariche prestigiose e gestire denaro e proprietà pubbliche in maniera disinvolta".
Oltre tutto, combattere contro il mercato libero significa necessariamente lottare per la chiusura dei mercati. E questo fa terribilmente comodo a quegli attori economici occidentali che, giorno dopo giorno, perdono colpi nei confronti della concorrenza dei produttori del Terzo Mondo. Come mostrano gli autori di Dal popolo di Seattle all'ecoterrorismo, grattando il verde si trova il protezionista: né è difficile seguire i mille rivoli dei finanziamenti alle associazioni ecologiste per risalire a precisi e forti interessi. Quelli di chi non gradirebbe dover competere onestamente con imprese straniere agguerrite. Naturalmente, questo equivarrebbe ad affamare le popolazioni povere del pianeta; e non è sufficiente, come fanno molti noglobal, mettersi la coscienza a posto con qualche spicciolo d'elemosina (gli aiuti governativi) dopo aver eretto un muro invalicabile (i dazi e le tariffe).
Gli ambientalisti rappresentano, secondo Gaspari e Pisano, un'autentica minaccia al nostro stile di vita, alla nostra cultura, alla nostra sicurezza. Per giunta, essi sono animati da idee perverse, da una scarsa comprensione dei meccanismi economici, da un'ostentata ignoranza della realtà e da loschi interessi. Come essi abbiano potuto assurgere al rango quasi di leader religiosi, ascoltati e riveriti da tutti, dipinti come incarnazione stessa dell'obiettività e dei "buoni sentimenti" dai media, è un mistero che non è dato conoscere. Ma certo i nostri discendenti si rotoleranno dal ridere leggendo la cronaca degli anni nostri. Una gaiezza segnata però da un filo d'inquietudine: se il neopaganesimo ambientalista dovesse infine trionfare, i nostri discendenti non studieranno la storia. Mangeranno bacche e si rotoleranno nel fango.
Carlo Stagnaro


Rispondi Citando

) ha preso un bel granchio.

