Dobbiamo avere chiaro un punto: il referendum sull'estensione dell'articolo 18 può rappresentare il momento di svolta nelle politiche economiche e sociali. Parla della possibilità concreta di invertire una tendenza che dura ormai da oltre 20 anni e che ha permeato le politiche di governo. Queste politiche hanno determinato nuove ingiustizie e nuovi squilibri e hanno fallito anche sul terreno del cosiddetto sviluppo. Il tema della precarizzazione del lavoro e della diminuzione delle retribuzioni reali sono due facce della medesima medaglia. C'è, quindi, un collegamento diretto tra vittoria del referendum e nuova politica economica. Sta in quella connessione anche la possibilità di vittoria del referendum.
Un tema su tutti: il nodo di una irrisolta e sempre più acuta questione salariale. Siamo di fronte a un processo reale di impoverimento di massa che delinea una vera e propria emergenza nazionale, che viene relegata nelle pagine economiche dei giornali. Un vero scandalo! Si sommano due fattori in un mix devastante per i redditi da lavoro e da pensione: le conseguenze perverse della cosiddetta politica della concertazione (la truffa dell'inflazione programmata) e la dinamica dell'aumento dei prezzi, squadernata, in particolare, dopo l'introduzione dell'euro. In una battuta: abbiamo salari italiani e prezzi europei.
Mettere a confronto la dinamica dell'aumento delle retribuzioni reali in Italia e nei principali Paesi industrializzati è illuminante: fatte uguali a 100 le retribuzioni nel 1997, nel 2002, l'Italia è l'unico Paese che ha un saldo negativo (nel 2002 siamo a quota 97 mentre l'area dell'Euro si attesta, come media, intorno a 105). Siamo, in Italia, dentro un processo di progressiva diminuzione dell'incidenza delle retribuzioni sul complesso della ricchezza prodotta a tutto vantaggio del profitto e della rendita. Negli ultimi 20 anni, la quota del monte salari sul Pil è diminuita di quasi il 10% e negli ultimi 10 anni, mentre la produttività è cresciuta mediamente del 2% l'anno e l'inflazione di una media di circa il 4%, le retribuzioni nette sono diminuite di circa il 5%. Le statistiche dell'Istat dicono che i salari ad aprile sono cresciuti rispetto a un anno fa dell'1,7% rispetto a una inflazione tendenziale del 2,7%: un punto secco in meno. Ma le cose vanno ancora peggio di quanto questi dati dicano.
L'aumento dell'inflazione segnalata dalle statistiche non rende chiaro la reale incidenza di tali aumenti sui redditi popolari. Non si tratta solo del problema della composizione del paniere su cui viene calcolata l'inflazione, vi è il problema della diversa incidenza degli aumenti dei beni di prima necessità in relazione alle concrete condizioni sociali. Facciamo 3 esempi concreti: le spese per l'alimentazione, secondo una recente indagine dell'Eurispes, sono aumentate nel solo 2002 di ben il 29%; le spese per l'affitto di una casa di 80 metri non di pregio in una zona intermedia nelle 10 città metropolitane (Roma, Milano, Napoli, ecc.) ha avuto un incremento, negli ultimi 3 anni, del 39% (ricerca Ares); le spese per mandare un figlio a scuola sono cresciute solo in quest'ultimo anno dell'8,5% (Eurispes). Questa è l'inflazione reale per le famiglie che vivono di stipendio o di pensione. D'altra parte, i dati sull'aumento della povertà (quella ufficiale, segnalata dalle statistiche) squarciano il velo di una realtà spesso oscurata: il fenomeno comprende non più solo soggetti definiti marginali (anziani, disoccupati, famiglie monoparentali) ma lambisce fasce sempre più grandi di lavoro dipendente.
La recente legge finanziaria aggraverà ulteriormente questi dati: a causa dei tagli diretti alle spese sociali e per quelli agli enti locali che si riversano sui cittadini in termini di aumento delle tariffe o diminuzione dei servizi pubblici. A questo si aggiungono le conseguenze determinate dai provvedimenti del governo ancora pendenti e in via di approvazione definitiva (primi fra tutti, la delega previdenziale e quella fiscale). Le politiche neoliberiste coniugano assieme due sciagure: aumento della precarietà e incremento della povertà.
Il referendum è quindi una grande occasione. La vittoria del Sì per l'estensione dell'articolo 18 chiama una nuova politica economica e sociale, a partire dal tema decisivo della distribuzione del reddito: aumento dei salari e delle pensioni, adeguamento automatico delle retribuzioni all'aumento dei prezzi, salario sociale come risposta alla disoccupazione di massa. Questa è la posta in gioco con il referendum del 15 e 16 giugno. Per questo l'esito del referendum riguarda immediatamente i lavoratori dipendenti ma interessa direttamente tutti gli strati popolari, dalle degradate periferie urbane, dove il tema dell'abitare spesso si trasforma in disperazione, ai distretti industriali dove la crisi economica espone sempre di più ai rischi della recessione, al meridione dove la disoccupazione, giovanile e non solo, si fa dramma sociale.
http://www.liberazione.it/giornale/030601/LB12D69C.asp




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