Tre anni fa Ian Cazacu, un operaio rumeno emigrato in
Italia, venne bruciato vivo con una bottiglia di benzina dal datore di
lavoro cui aveva chiesto di essere regolarizzato. L'assassino, un
imprenditore di Gallarate, venne condannato per omicidio; l'appello
confermo' la condanna. La vedova, Nicoleta Cazacu, qualche tempo dopo
chiese un permesso di soggiorno per le due figlie studentesse, 19 e 21
anni. Ma la legge in questi casi richiede la disponibilita' di 100 euri
al giorno; le ragazze Cazacu, figlie di un onesto operaio e non di un
boss mafioso, non hanno tanto denaro. Permesso negato. Neanche alla
signora Cazacu e' stato dato un permesso di soggiorno definitivo: solo
uno provvisorio rinnovato di anno in anno. Non le e' stato versato
neanche il risarcimento deciso dai magistrati. Alla fine, la Cassazione
ha annullato la condanna dell'assassino: rifare tutto il processo
daccapo. La vedova e le figlie cercheranno di sopravvivere fino al
giorno della sentenza, che a questo punto non arrivera' prima di altri
tre o quattro anni; e saranno sole. Gli avvocati compagni che un tempo
difendevano cause come queste (Pecorella del "Soccorso rosso", per
esempio) ormai hanno di meglio da fare. Forse ci sara' un'intervista da
qualche parte: e sara' tutto. In Italia, Ian Cazacu credeva di trovare
una lavoro onesto. Sua moglie, semplicemente un po' di giustizia. E'
andata male a tutt'e due.
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riccardo orioles <riccardoorioles@libero.it>
tanto per abbaiare
2 giugno 2003 n. 181




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