Venezia, 4.03.1678 - Vienna, 28.07.1741
La vita
Nacque a Venezia nel 1678, figlio di un violinista della cappella di S.Marco. Alla formazione musicale, iniziata con il padre e forse seguita dal Legrenzi, che era maestro di cappella della basilica marciana, affiancò la formazione al sacerdozio. Nel 1703 fu ordinato sacerdote, ma appena un anno dopo dovette rinunciare a dir messa per ragioni di salute: pare che soffrisse d’asma.
Nello stesso anno 1704 veniva nominato maestro di violino delle ragazze allevate all’Ospedale della Pietà. Qui rimase praticamente per tutta la vita, fino al 1740, anche come direttore di coro e “maestro dei concerti”, e furono anni di prestigio e di splendore per la Pietà, soprattutto per merito delle composizioni sacre e strumentali che Vivaldi scriveva per le giovani allieve. Esse le eseguivano in coro e con l’orchestra, durante i concerti che si tenevano nella chiesa della Pietà nei giorni festivi e richiamavano numeroso pubblico.
Nel 1713 fu rappresentato a Vicenza il suo primo dramma in musica, Ottone in villa, e da quel momento il teatro diventò per Vivaldi un impegno gratificante, reso più impegnativo dal fatto che spesso si assumeva anche le funzioni di impresario. Per meglio sviluppare l’attività di operista, interruppe due volte (1718-22; 1725-35) il rapporto con la Pietà.
A differenza della maggior parte dei musicisti italiani del tempo, Vivaldi rimase tutta la vita in Italia. Quando si recò ad Amsterdam, invitato d’onore per le feste centenarie di quel teatro (1737), potè misurare di persona quanto grande fosse la fama che gli aveva acquistato la sua opera strumentale. Il soggiorno ad Amsterdam fu il solo che fece all’estero, ad eccezione del misterioso viaggio che lo portò a Vienna 4 anni dopo: vi trovò oscura morte e fu seppellito nel cimitero dei poveri.
L’opera
Il più recente catalogo delle opere di Vivaldi è il Verzeichnis der Werke A.Vivaldis di Peter Ryom (Lipsia, II ediz. 1979). Precedente è il Catalogo numerico-tematico della produzione strumentale compilato da Antonio Fanna (Milano, 1968).
L’opera strumentale completa di Vivaldi fu pubblicata a partire dal 1947 da Ricordi, sotto la direzione di G.F. Malipiero. Ad essa è seguita, da alcuni anni, sempre presso Ricordi, l’edizione critica delle musiche strumentali e sacre inedite.
Vivaldi compose 46 opere teatrali: molte di esse furono rappresentate la prima volta a Venezia al teatro S. Moisè. Alcune di esse sono state riprese recentemente: Il Giustino, Fornace, Orlando, La fida ninfa.
Musica sacra: 45 composizioni per soli, coro e orchestra, o per coro e orch., o per soli e orch., soprattutto parti dell’ordinario delle messe e salmi, che Vivaldi scrisse per le funzioni religiose che si svolgevano alla Pietà e in altre chiese veneziane: tra le più note un Gloria, un Credo, un Beatus vir, uno Stabat Mater, un Magnificat;
numerosi mottetti e antifone per soli e archi;
un oratorio su testo latino, Juditha triumphans, scritto per le ragazze della Pietà, dove fu eseguito nel 1716.
La musica strumentale di Vivaldi è la parte della sua produzione che gli acquistò la fama presso i contemporanei e quella per la quale è soprattutto ricordato. Ci rimangono 75 sonate a tre o a solo, 23 sinfonie e circa 450 concerti. Solo una parte di questi lavori fu stampata mentre era in vita: circa 40 sonate e 100 concerti, questi ultimi pubblicati da Reger e Le Cène ad Amsterdam; opere che avevano come strumento solista il violino, perché erano quelle richieste dal mercato editoriale, soprattutto all’estero. Fra le principali raccolte si citano:
L’estro armonico, 12 concerti op. 3 per 1, 2, 4 violini, archi e b.c., 1712;
La stravaganza, 12 concerti op. 4 per violino, archi e b.c., 1712-13;
Il cimento dell’armonia e dell’invenzione, 12 concerti op.8 per violino, archi e b.c., 1725. I primi 4 concerti di questa raccolta sono universalmente conosciuti con i nomi delle 4 stagioni;
La cetra, 12 concerti op.9 per violino, archi e b.c, 1728;
6 concerti op.10 per flauto, archi e b.c., 1729-30.
Ci è giunta attraverso manoscritti (i più importanti sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Torino) la restante parte delle musiche strumentali: oltre a concerti per archi e per violino, concerti per viola d’amore, violoncello, flauto, oboe, fagotto, tromba, mandolino; concerti nei quali suonano come solisti diversi strumenti.
Nei suoi concerti Vivaldi adottò costantemente le stesse forme per ciascuno dei tre tempi: l’Allegro iniziale è articolato in 4 ritornelli, eseguiti dall’intero gruppo strumentale, che incorniciano 3 Soli; nell’Adagio, in una tonalità vicina, il solista è accompagnato con discrezione dal b.c. o da pochi strumenti; l’Allegro conclusivo, nelle tonalità d’impianto, è più breve e più mosso del primo tempo.
Osservando questa costante ripetitività, ci fu chi affermò paradossalmente che Vivaldi scrisse non 450 concerti, ma 450 volte lo stesso concerto. E’ una battuta, e si incarica l’ascolto di smentirla. Se risulta prevedibile, e certamente lo è, la scansione delle varie fasi, soprattutto negli Allegro, è raro che si rivelino stanchezze e ripetitività; la vivacità dell’invenzione e il suo rapido rinnovarsi conservano freschezza ad ogni concerto.
La personalità
Vivaldi fu, insieme a Haendel, il compositore della prima metà del Settecento che i contemporanei di tutta Europa apprezzarono e ammirarono di più. All’interno dei singoli Paesi vivevano e operavano artisti di livello uguale e anche superiore (si ricordino Bach in Germania e Rameau in Francia), ma la loro fama non sorpassò le frontiere, come avvenne invece a Vivaldi (e ad Haendel). L’accoglienza festosa tributatagli ad Amsterdam quando era quasi al termine della sua carriera suggella i suoi meriti e la sua fama.
Questa fama non gli derivava dalle opere teatrali né dalla composizioni sacre, ma esclusivamente dai concerti – i concerti che Bach aveva attentamente studiato, che i maestri tedeschi e nostrani avevano imitato, che avevano affascinato anche i francesi, poco amanti in genere dei concerti italiani, e pure colpiti dal semplice realismo descrittivo delle Stagioni e di alcuni concerti a programma, che rispondevano ad una loro inclinazione nazionale.
Le ragioni del successo di Vivaldi sono contenute nella qualità della sua musica. A differenza delle opere strumentali dei maestri suoi contemporanei, i suoi concerti non sono mai generici, non somigliano a nessun concerto di altri: sono proprio di Vivaldi. C’è un segno inconfondibile che li distingue e che è frutto di un linguaggio personale. Gli elementi connotativi di questo linguaggio sono soprattutto le idee musicali, i motivi tematici: freschi, incisivi, accattivanti, stringati e chiaramente inseriti in strutture formali ben rilevate. Gli Allegro sono balzanti, assecondati da ritmi stimolanti, e contrastano fortemente con la distesa serenità degli Adagio, in cui le melodie prendono snodi ampi e sconosciuti prima di lui.
Si avverte, tra solista e orchestra, una marcata tensione, e questo antagonismo – vivo nel primo Allegro, placato nell’Adagio, risorgente nell’ultimo Allegro – conferisce al concerti vivaldiano una forza drammatica che era sconosciuta alla forma del concerto. Oltre alla gioia del suono, alla chiarezza del periodare, grande merito di Vivaldi fu il senso prezioso del tempo psicologico, che gli risparmiò le cadute di tensione, le lungaggini, gli indugi: qualità rare e non ultima ragione della sua rinnovata fortuna, oggi.
Da Nuova storia della musica di R.Allorto, Ricordi







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