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30 Maggio 2003
REVISIONISMI. A BRESCIA LA LISTA HA PRESO LA METÀ DEI VOTI DEL CANDIDATO, CHE ORA VUOL LASCIARE
Sorpresa, Bossi ha perso le elezioni (e lo sa) se perde anche in Friuli salta l'asse con Tremonti
L'agonia della Lega continua, per questo il Senatùr non vuole il rimpasto e si tiene stretto i suoi ministri
Milano. Chi era con lui racconta che lunedì pomeriggio, alle cinque della sera, Umberto Bossi «era tremendamente incazzato per il risultato di Brescia». Il Senatùr era nel suo ufficio della sede nazionale della Lega, a Milano in via Bellerio. Prima un'occhiataccia furibonda ad alcuni fogli, poi la conferma dalla televisione e infine la reazione rabbiosa. I conti sono presto fatti. A Brescia la Lega è andata da sola al primo turno. Da un lato la giovane e bella e larussiana Viviana Beccalossi, la candidata del centrodestra a tre cilindri, anziché a quattro, dall'altro il sindaco uscente del centrosinistra, Paolo Corsini, finiti poi entrambi al ballottaggio dell'otto giugno prossimo. Stretto in questa tenaglia, l'uomo della Lega, Cesare Galli, è riuscito a portare a casa un lusinghiero 16,4 per cento.
Ma il problema per Bossi, lunedì pomeriggio, era un altro. E cioè il risultato di lista della Lega, giusto la metà di quello di Galli: poco più dell'otto per cento. Galli, infatti, era sostenuto da tre raggruppamenti, compreso il suo partito. E l'otto per cento alle amministrative di Brescia, confrontato con il dodici per cento raccolto sempre nella città della Leonessa alle ultime politiche, e con il diciotto per cento delle precedenti comunali, significa una sola cosa: che la Lega continua a perdere voti, che la lentissima agonia cominciata il 13 maggio di due anni fa non si è arrestata. Anzi. Il trend negativo non si ferma. Nonostante l'asse di ferro con Berlusconi e Tremonti a danno di Udc e An, nonostante la decisione di rispolverare la formula della Lega di lotta e di governo e correre da soli in alcuni centri, nonostante tutto la Lega non cresce. Sostiene una fonte leghista: «L'otto per cento a Brescia vuol dire il tre e mezzo alle politiche, mezzo punto in meno di due anni fa, quando con il tre e nove abbiamo sfiorato e non raggiunto il quorum al proporzionale». A molti osservatori politici il risultato della Lega di domenica scorsa è apparso invece indecifrabile. Anche perché, lo stesso Bossi, sempre lunedì pomeriggio, è passato in poche ore dalla rabbia alla soddisfazione. Dice ancora la fonte leghista: «Grazie proprio al dato generale di Galli a Brescia e al risultato di Treviso, dove la coppia leghista Gobbo-Gentilini è andata senza problemi al ballottaggio, Bossi è riuscito a trasmettere il messaggio non solo di aver tenuto, ma anche di aver vinto. Ricordiamoci però che quello di Treviso è un caso a parte e poi è l'unica città del Nord rimasta alla Lega».
A Brescia poi si dice anche che Bossi, in verità, non volesse mandare la Lega da sola. Il Cavaliere era stato chiaro con lui: «Ti prendi il Friuli con la Guerra, ma altrove non dai problemi». Trasmessi gli ordini alla base, il Senatùr ha dovuto suo malgrado riferire al premier: «A Brescia non riesco a tenere i miei, vogliono andare da soli». A voler andare da solo era appunto Galli, il quale avrebbe minacciato il Senatùr: «Io mi candido lo stesso, anche senza la Lega». Bossi, una volta tanto, avrebbe subito lui un ricatto e così per limitare i danni ha fatto mettere in lista, nell'ordine, un ministro (il Guardasigilli Roberto Castelli), il capogruppo alla Camera (Alessandro Cè), un sottosegretario (Daniele Molgora). Risultato: Castelli ha preso poche centinaia di voti, ed era capolista, e gli altri due sono andati peggio. Adesso si dice anche che Galli sarebbe pronto a uscire dalla Lega e che al ballottaggio vincerà Corsini, per cinque-seicento voti di scarto.
Ma la ferita maggiore per la Lega, e anche per il centrodestra, ancora deve venire. Il momento della verità saranno le regionali del Friuli Venezia Giulia. Il candidato del centrosinistra è Riccardo Illy, ex sindaco di Trieste, che ieri ha incassato pure l'appoggio di Vittorio Sgarbi. Contro di lui c'è, a nome di tutta la Casa delle libertà, la leghista Alessandra Guerra. La storia è ormai nota: Bossi ha voluto la Guerra a tutti i costi, Berlusconi per accontentarlo ha sfasciato Forza Italia in Friuli. Nei sondaggi Illy è avanti di cinque o sei punti. In Friuli Venezia Giulia si voterà l'otto giugno con il tatarellum a turno unico. La Guerra, di recente, ha recuperato il forzista Renzo Tondo, presidente uscente della regione che voleva la riconferma e che ha scatenato il pandemonio azzurro. Ma a fare la differenza sarà il sindaco di Udine, l'ex leghista Sergio Cecotti. A Udine si vota anche per il comune e Cecotti si è ripresentato a capo di una coalizione che comprende Ds e Margherita. Per la Guerra è stata una mazzata tremenda. I due sono sulla stessa piazza. In questo senso: la candidata leghista è di Udine e di conseguenza punta molto sulla sua città, dal momento che si prevedono scarsi risultati negli altri centri della regione, Trieste, Gorizia e Pordenone. Ma a Udine, Cecotti, che è molto popolare, ha organizzato una campagna elettorale a tappeto per sé e per Illy, di qui i timori della Guerra. Conclude il nostro interlocutore leghista: «Bossi in questi giorni sta tirando la corda con gli alleati per i ballottaggi in quei centri dove la Lega ha corso da sola al primo turno. Lo scopo è chiaro: assicurare l'appoggio leghista solo in cambio di un impegno massimo per il Friuli. Se si perde lì la sconfitta è soprattutto sua, che ha insistito per candidare la Guerra. Le regionali del Friuli, non tanto il risultato di Brescia, dove la candidata è di An, saranno determinanti per la verifica di governo».
A Roma, però, la temuta e annunciata vittoria di Illy ha già prodotto un risultato: Bossi è contro il rimpasto e vuole una blindatura di questo governo. Il Senatùr teme per i suoi ministri ma anche per il fidatissimo Giulio Tremonti, garante dell'asse di ferro con il Cavaliere. In Transatlantico, alcuni peones della maggioranza riferiscono che le sedie tra gli alleati di governo sono già cominciate a volare, ma nessuno esce ancora allo scoperto in vista dell'otto giugno. Gli schieramenti sono i soliti: da un lato azzurri e Lega, dall'altro centristi e An che chiedono un riequilibrio. Tutti aspettano le regionali del Friuli. In caso di sconfitta, per Bossi cominceranno tempi duri. E il leader leghista non potrà nemmeno più minacciare ribaltoni e clamorose uscite: metà tra deputati e senatori gli ha già fatto sapere che non lo seguirà. Al Senatùr così non resterà altro che assistere alla lenta agonia del suo partito, che secondo alcuni finirà per diventare una corrente di Forza Italia.




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