Per un'analisi dell'odierno imperialismo
di Domenico Losurdo

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1. Uno strano elenco

Stando all'ultimo numero di Contropiano, l'odierna situazione internazionale sarebbe caratterizzata dalla "competizione" sempre più intensa "tra il nascente polo imperialista europeo con gli altri poli (USA, Giappone, Cina)". Dinanzi a questo quadro, anzi a questo elenco, alcune domande subito s'impongono. Ma perché non inserirvi la Russia, che tuttora dispone di un arsenale nucleare inferiore soltanto a quello della superpotenza americana? O perché non inserirvi l'India? Certo, il suo prodotto interno lordo è inferiore a quello della Cina, ma la percentuale destinata al bilancio militare è sensibilmente superiore, a giudicare almeno dai dati riportati dal volume di aggiornamento del 2002 dell'Enciclopedia Britannica. In ogni caso, l'India è una potenza nucleare, nutre "smisurate ambizioni" e conduce "una politica di potenza cinica", ha "moltiplicato gli interventi nello Sri Lanka dal 1987 al 1990" e ha sviluppato una non trascurabile marina da guerra che esibisce la sua forza sin "nello stretto di Malacca" (Jacobsen e Khan, 2002). A tutto ciò si accompagna l'ascesa di un'ideologia che celebra la "supremazia indù" e "ariana" (Lakshmi, 2002); è quest'ideologia che spinge il governo a chiudere un occhio o entrambi sui pogrom anti-islamici; ed è sulla base dell'islamofobia e dell'antisemitismo anti-arabo che l'India stringe legami sempre più stretti con gli Stati Uniti e Israele. Oppure, perché non inserire nell'elenco dei "poli imperialisti" un paese come il Brasile? Il suo reddito pro capite è pressappoco cinque volte quello della Cina, e non mancano le voci che attribuiscono ambizioni nucleari al grande paese latino-americano. E' vero, se facciamo riferimento al prodotto interno lordo, una certa distanza separa il Brasile dalla Cina; ma tale distanza non è certo superiore a quella che separa la Cina non diciamo dagli USA o dal Giappone o dall'Unione Europea nel suo complesso ma già dalla Germania presa isolatamente. Alle domande qui formulate l'articolo di Contropiano da me criticato risponde indirettamente, allorché evidenzia la competizione "tra le economie più forti e/o i poli imperialisti". E, dunque: "polo imperialista" è sinonimo di potenza economica (misurata in termini di prodotto interno lordo). A questo punto, per fare l'elenco dei poli imperialisti basta riprodurre la classifica dei paesi con più alto prodotto interno lordo. Sennonchè, ben lungi dall'essere oggettivo, l'elenco si rivela del tutto arbitrario: non si comprende perché esso debba includere la Cina e concludersi con essa, piuttosto che fermarsi prima o procedere ancora oltre.
L'approccio statistico mette fuori gioco la storia, la politica, l'ideologia. L'unica cosa che realmente conta è l'empiria immediata dell'ammontare del pil. Con conseguenze paradossali. Se dovesse bloccarsi la crescita economica della Cina, questa cesserebbe di essere un paese o un "polo" imperialista; diventerebbe invece imperialista il Brasile di Lula, se dovesse avere successo nel suo tentativo di sottrarsi all'abbraccio neocolonialista dell'Alca e di dare impulso allo sviluppo di un'autonoma economia nazionale. I paesi più importanti del Terzo Mondo vengono così posti dinanzi ad una imbarazzante alternativa: o continuare ovvero tornare ad essere una semicolonia oppure diventare una potenza imperialista! Se vogliono evitare l'accusa di imperialismo, devono rassegnarsi alla sconfitta politica o al fallimento sul piano economico!

2. Il ruolo della Cina

Ma proviamo a far reintervenire la storia, la politica, l'ideologia. Alla vigilia delle Guerre dell'oppio, la Cina è certo ai primi posti nella classifica dei paesi con più alto prodotto interno lordo; ma non per questo è un paese imperialista, come conferma l'orribile oppressione e umiliazione che essa appena dopo comincia a subire. E ai giorni nostri? Facciamo pure astrazione dal fatto che, nel grande paese asiatico, a detenere il monopolio del potere politico è un partito comunista che nei suoi documenti ufficiali tuttora si richiama a Marx, a Lenin e a Mao, oltre che al socialismo, un partito al quale fino a ieri non erano ammessi gli imprenditori e che ancora oggi, stando ai dati riportati dal "Il Sole-24 ore" dell'8 novembre, vede al suo interno una larga maggioranza di operai, contadini e pensionati. Sì, sorvoliamo su tutto ciò, anche se prima o dopo bisognerà pure aprire un dibattito su un tema ineludibile per coloro che si richiamano a Marx: un partito comunista che conquista il potere in un paese in condizioni semicoloniali e di terribile arretratezza economica deve impegnarsi in primo luogo a ridistribuire le scarse risorse disponibili (senza neppure propriamente risolvere il problema della fame e dell'inedia), oppure deve far leva sullo sviluppo delle forze produttive (che è anche il prerequisito per la difesa dell'indipendenza nazionale)? Ma qui partiamo dall'ipotesi che in Cina sia stato intrapreso e portato a termine un processo di restaurazione capitalistica. Dobbiamo considerare imperialista un paese che è fondamentalmente ripiegato al suo interno e che vede tutte le sue forze assorbite dall'obiettivo di quadruplicare in vent'anni il pil, così com'è riuscito a fare nei vent'anni precedenti? L'imperialismo ha anche una dimensione ideologica, come dimostra da ultimo l'esempio degli USA, che si autodefiniscono una "nazione eletta" ed "unica" e che rivendicano il loro diritto a intervenire e a portare avanti la loro "grande missione" in ogni angolo del mondo. Diametralmente opposta è l'ideologia ribadita dal recente Congresso del PCC che, sul piano internazionale, riafferma i principi della coesistenza pacifica e dell'uguaglianza tra i diversi paesi e, sul piano interno, chiama a raddoppiare gli sforzi per mantenere la "stabilità" e assicurare il benessere generale ad una popolazione che ammonta ad un quinto dell'umanità! L'attenzione ai problemi della pace e dello sviluppo rappresenta un chiaro elemento di continuità ideologica rispetto al passato: si pensi, ad esempio, agli anni della Conferenza di Bandung. Ipotizzare una trasformazione indolore in un "polo imperialista" da parte di un paese a lungo alla testa dei movimenti di emancipazione nazionale significa dar prova - avrebbe detto Trotskij - di un "riformismo rivoltato"!
D'altro canto, possiamo considerare definitivamente conclusa la lotta di liberazione nazionale che ha presieduto alla nascita della Repubblica Popolare Cinese? Non si tratta solo di Taiwan. A partire per lo meno dal trionfo degli USA nella guerra fredda, insistenti risuonano le voci che prevedono o auspicano per il grande paese asiatico una fine analoga a quella subita dall'Unione Sovietica o dalla Jugoslavia: "una nuova frammentazione della Cina è l'esito più probabile" - annunciava un libro di successo pubblicato a new York nel 1991 (Friedman e Lebard, 1991). Quattro anni dopo, è la rivista "Limes" a richiamare l'attenzione, già nel suo editoriale, sull'aspirazione di importanti circoli statunitensi ed occidentali a smembrare la Cina in "molte Taiwan". In quello stesso numero della rivista un ex-generale degli alpini e ora docente di geopolitica scrive a proposito dei cinesi: "Sanno benissimo che la loro espansione economica sta suscitando gelosie e timori e che il mondo esterno, dagli Stati Uniti al Giappone e agli Stati confinanti, spera nell'instabilità interna e forse nella frammentazione del colosso cinese" (Jean, 1995, p. 121). Ancora quattro anni dopo, nel 1999, sempre su "Limes", un altro generale, si richiama, simpateticamente, agli studi di un "esperto" statunitense che invita l'amministrazione del suo paese ad "affrontare in maniera più coerente la futura frammentazione della Cina" (Mini, 1999, p. 92). E questi inviti non sono semplici esercitazioni accademiche. Sempre nel 1999, l'anno del bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado, un esponente di rilievo dell'amministrazione americana dichiara che la Cina già solo per la sua "dimensione" costituiva un problema ovvero una potenziale minaccia per i suoi vicini (Richardson, 1999). D'altro canto, lo scudo spaziale particolarmente caro a Bush jr. mira anche o in primo luogo a mettere il grande paese asiatico, impegnato nello sviluppo e nella corsa per superare l'arretratezza, dinanzi ad un dilemma: rinunciare ad un deterrente nucleare credibile (e quindi esporsi disarmato al ricatto di Washington), oppure farsi coinvolgere in una corsa al riarmo economicamente e politicamente devastante. E' una riedizione del "grande gioco" che ha comportato la disfatta e lo smembramento dell'Unione Sovietica.
E, dunque, anche a voler partire dal presupposto (arbitrario) della restaurazione del capitalismo in Cina, le sue contraddizioni con gli USA non potrebbero essere definite come competizione tra "poli imperialisti". Sarebbe preoccupante se i comunisti fossero in grado di riconoscere e appoggiare una lotta per la liberazione o l'indipendenza nazionale solo quando questa si svolge in condizioni disperate o assai difficili!

3. L'Unione Europea non è uno Stato

Per quanto riguarda i rapporti tra superpotenza americana e Unione Europea, si fa spesso riferimento al tendenziale mutamento dei rapporti di forza sul piano economico tra questi due "poli imperialisti". Ma è privo di senso un confronto tra due grandezze così eterogenee: l'Unione Europea non è uno Stato! Da che parte si schiererebbe l'Inghilterra nella fantomatica ipotesi di un conflitto tra le due rive dell'Atlantico? E da che parte si schiererebbe l'Italia di Berlusconi? E riuscirebbe a sopravvivere l'odierno, malfermo, asse franco-tedesco all'eventuale ritorno al potere in Germania dei democristiani e in Francia di un partito socialista dai forti legami con Israele? Ancora una volta l'economicismo si rivela fuorviante. Diamo uno sguardo alle modalità con cui oggi si svolge la corsa al riarmo: nel 2003 gli Stati Uniti spenderanno da soli più dei 15-20 paesi inseguitori messi assieme Incolmabile sembrerebbe essere il vantaggio su cui può contare la superpotenza americana, la quale, tuttavia, continua ad accelerare: solo per il settore della Ricerca e dello Sviluppo militare Washington destina risorse finanziarie superiori ai bilanci militari complessivi della Germania e della Gran Bretagna messi assieme (Brooks e Wohlforth, 2002, pp. 21-2). Infine: "gli USA spendono per la Difesa quasi il doppio dell'insieme degli altri membri dell'Alleanza (prima dell'allargamento)" (Venturini, 2002).
E ora rileggiamo Lenin: la guerra tra le potenze imperialistiche interviene allorché i rapporti di forza si modificano a favore della potenza emergente e a danno della potenza sino a quel momento egemone. Lo illustra in modo particolarmente brillante la dialettica che presiede allo scoppio della prima guerra mondiale, col declino dell'Inghilterra e la contemporanea ascesa della Germania. Sennonchè, la situazione odierna è del tutto diversa: i rapporti di forza certo si modificano ma accrescendo ulteriormente il vantaggio di cui gode la superpotenza americana. Alla vigilia della prima guerra mondiale, l'Europa è divisa e lacerata da due contrapposti schieramenti diplomatico-militari che raggruppano i paesi che successivamente si affrontano sui campi di battaglia; ai giorni nostri vediamo all'opera un'unica Alleanza, che si allarga sempre di più e che continua ad essere egemonizzata dagli Stati Uniti. Negli anni che precedono il 1914 l'Inghilterra suona ripetutamente l'allarme per il progressivo rafforzarsi del potenziale militare della Germania; ai giorni nostri, al contrario, gli USA sferzano gli alleati europei perché destinano insufficienti risorse al bilancio militare e così rischiano di non essere più in grado di partecipare, in funzione subalterna, alle spedizioni punitive in ogni angolo del mondo sovranamente decise da Washington.
Far riferimento all'antagonismo anglo-tedesco, e quindi alla dialettica che presiede allo scoppio della prima guerra mondiale, non ci aiuta in alcun modo a comprendere gli odierni rapporti internazionali. Semmai, ferma restando l'assoluta peculiarità di ogni situazione concreta, è un diverso capitolo di storia che conviene tener presente. Nel 1814 termina il duello che aveva contrapposto Londra e Parigi per quasi un quarto di secolo e che aveva persino travalicato i confini dell'Europa, configurandosi agli occhi dei contemporanei come una sorta di guerra mondiale. Al crollo dell'"imperialismo napoleonico" - così si esprime Lenin nel luglio 1916 - fa seguito l'egemonia incontrastata della Gran Bretagna, che può così sviluppare la sua espansione coloniale ed estendere la sua influenza in ogni angolo del mondo. E' la cosiddetta "pace dei cento anni". Naturalmente, anche in tale arco di tempo non mancano le tensioni e i conflitti tra le grandi potenze, per non parlare dei massacri di cui queste si rendono responsabili nelle colonie. Resta il fatto che una sfida mortale alla potenza egemone verrà lanciata soltanto ad un secolo di distanza dal trionfo inglese del 1814. Per dirla col Lenin dell'Imperialismo: "Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell'Inghilterra d'allora". Oggi, in realtà, è decisamente più grande il distacco che separa la potenza egemone rispetto ai possibili sfidanti. Diamo la parola allo storico statunitense Paul Kennedy: "L'esercito britannico era molto più piccolo degli eserciti europei, e perfino la Marina reale non superava per dimensioni le due Marine combinate delle potenze che occupavano il secondo e il terzo posto - in questo momento, tutte le altre Marine del mondo messe insieme non potrebbero minimamente intaccare la supremazia militare americana" (in Hirsh, 2002, p. 71). E non si dimentichi che lo strapotere navale, sommato al controllo delle aree più ricche di petrolio e di gas naturale, dà agli USA la possibilità di tagliare le vie di rifornimento energetico ai potenziali nemici. Da questo punto di vista, il Giappone è in una condizione di debolezza ancora maggiore dell'Unione Europea.
Se così stanno le cose, non ha senso stare a scrutare l'orizzonte alla ricerca di nubi che preludano ad una futura tempesta militare e ad un futuro scontro tra gli USA e l'Unione Europea ovvero tra gli USA e il Giappone. Chi pensa che, con la scomparsa dell'Unione Sovietica e cioè del paese scaturito dalla rivoluzione d'Ottobre e dalla lotta contro la carneficina della prima guerra mondiale, il mondo sia tornato alla situazione precedente il 1914, farebbe bene a ricredersi.

4. Un impero planetario

Al di là del mutamento rappresentato dal crollo del tradizionale colonialismo e dall'esistenza di paesi e partiti di governo che continuano a richiamarsi al socialismo, trasformazioni profonde sono intervenute anche nei rapporti tra le grandi potenze capitalistiche. La guerra inter-imperialista di cui parla Lenin è lo strumento per ridefinire le sfere d'influenza in base ai nuovi rapporti di forza, che sono il risultato della disuguaglianza dello sviluppo. Ai giorni nostri, invece, sempre più netta emerge l'ambizione degli Stati Uniti di costruire un impero planetario, da gestire in modo solitario ed esclusivo. Siamo in presenza di un fenomeno nuovo. Certo, nel momento in cui ritiene di poter rapidamente liquidare l'Unione Sovietica e, sull'onda di questa ulteriore vittoria, di costringere la Gran Bretagna alla capitolazione, Hitler accarezza l'idea di utilizzare l'Europa continentale così assoggettata e unificata per lanciare una sfida anche agli Stati Uniti e conquistare l'egemonia mondiale. Ma si tratta di un'illusione di breve durata e, soprattutto, di un progetto che, sin dall'inizio, è privo delle gambe per poter realmente camminare. Ai giorni nostri, invece, gli USA sono già presenti dappertutto con le loro navi da guerra e con le loro basi e, grazie all'enorme vantaggio militare accumulato, con arroganza sempre maggiore teorizzano il loro diritto a intervenire e a dettar legge in ogni angolo del mondo. Nella cultura statunitense è ormai diventato un luogo comune il richiamo all'impero romano: esso ora sarebbe risorto a nuova vita al di là dell'Atlantico, senza più le limitazioni geografiche e temporali del passato, in modo da consacrare il dominio perenne della nazione "unica" ed "eletta da Dio". Per poter fronteggiare questa folle ambizione, è intanto necessario prenderla sul serio: è fuorviante mettere sullo stesso piano gli Stati Uniti e le altre grandi potenze capitalistiche.
Hanno dunque ragione Kautsky e Negri a parlare rispettivamente di "ultra-imperialismo" e di "Impero"? Il realtà, il discorso dell'Impero ormai unificato e il discorso, apparentemente contrapposto, dello scontro all'orizzonte tra i poli imperialisti partono da un presupposto comune: sarebbe lecito parlare di imperialismo solo allorché la rivalità tra le grandi potenze capitalistiche è così acuta da sfociare o tendere a sfociare nello scontro armato. Ma le cose non stanno in questi termini: durante la guerra fredda, agli Stati Uniti è senza dubbio riuscito di egemonizzare l'intero mondo capitalistico. Non per questo l'imperialismo era dileguato: nel 1956, Washington approfitta della crisi di Suez per estromettere dal Medio Oriente Inghilterra e Francia, le quali, tuttavia, sono e si sentono così deboli nei confronti del loro "alleato" di oltre Atlantico, che finiscono col rinunciare senza opporre grande resistenza ad una loro tradizionale e importante zona d'influenza. Dopo la fine della guerra fredda, lo squilibrio di forze a favore della superpotenza americana si è ulteriormente accentuato. Ma ciò non comporta in alcun modo il dileguare dell'imperialismo.
Al contrario, oggi risulta quanto mai istruttiva la polemica di Lenin con Kautsky: l'imperialismo non mira all'assoggettamento soltanto delle zone agrarie e delle aree periferiche; la ricerca dell'egemonia può acutizzare la questione nazionale persino nel cuore stesso dell'Europa, come osserva Lenin nel luglio 1916, nel momento in cui, con le armate guglielmine alle porte di Parigi, la guerra sembra doversi concludere con una vittoria della Germania "di tipo napoleonico". Ai giorni nostri, gli aspiranti padroni del mondo non si accontentano di ridisegnare radicalmente la geografia politica dei Balcani e del Medio Oriente. Al di là della Cina, presa particolarmente di mira per la sua storia e la sua ideologia, ad essere minacciata di smembramento è anche la Russia. Persino per quanto riguarda i paesi di più consolidata tradizione capitalistica, il loro rapporto con la superpotenza americana può essere descritto solo in parte mediante la categoria di competizione inter-imperialistica. Si pensi in particolare all'Italia: gli USA la possono controllare con le basi militari e con le truppe sottratte alla giurisdizione ordinaria, con una rete capillare di spionaggio che si avvale dei metodi tradizionali e della tecnologia sofisticata di Echelon, con gli attentati terroristici e la strategia della tensione che scatta al momento opportuno, con la loro forte presenza economica, con un ceto politico che rigurgita di Quisling o aspiranti Quisling. Nel 1948, nell'ipotesi di una vittoria elettorale della sinistra, la Cia aveva approntato piani per proclamare l'indipendenza della Sicilia e della Sardegna: la dialettica oggettiva dell'imperialismo tende ad acuire la questione nazionale nel cuore stesso della metropoli capitalistica.
D'altro canto, per deboli che siano, le titubanze e le riserve di alcuni paesi europei, non ci consentono di metterli sullo stesso piano dei più decisi istigatori della guerra: è l'asse statunitense-israeliano dell'aggressione imperialista che è comunque deciso a distruggere non solo l'Iraq, ma anche l'Iran, la Siria, la Libia, per non parlare della Palestina. A questo proposito, esprimo il mio pieno e caloroso consenso all'appello di Contropiano a concentrare il fuoco contro il "nemico principale", unificando nella lotta contro la guerra "i popoli di Seattle e di Durban". E ritengo che la rivista colga altresì nel segno allorché, in prima pagina, chiama alla mobilitazione contro la "guerra preventiva dichiarata dagli Stati Uniti al resto del mondo". Ma c'è reale consonanza tra queste parole d'ordine e l'analisi complessiva dell'imperialismo qui da me criticata? Forse è il momento di sviluppare un dibattito approfondito.

* Docente dell'Università di Urbino

Riferimenti bibliografici


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