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  1. #1
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito L'Ulivo comincia a ripensarci sull'Art 18, nuove indicazioni per andare a votare

    ARTICOLO 18

    Caldarola a Liberazione: dirò «sì»

    Astensioni inattese, come quella di Sergio Cofferati che con la sua scelta ha creato più di un malumore tra i suoi. Ma anche tanti sì a sorpresa. Il referendum sull’articolo 18 promosso da Rifondazione, dai Verdi, dalla Fiom (metalmeccanici Cgil) e da quella parte di minoranza Ds che si riconosce in Cesare Salvi ha frammentato sinistra e centrosinistra. L’allargamento delle tutele alle aziende sotto i 15 dipendenti non convince la maggioranza della Quercia che si è ufficialmente espressa con il leader Fassino per l’astensione. Ma è proprio dall’ala riformista che guida il partito che arriva un sì al quesito: quello del dalemiano Peppino Caldarola, che lo annuncia sulle colonne di Liberazione , il quotidiano del Prc. Un «sì tecnico», perché «votare sì mi sembra l'unica modalità di voto che consente di bloccare tutte le manovre del governo attorno all'art. 18 e può aprire uno spazio di discussione su quale sia la migliore tutela per i lavoratori». Farà così anche D’Alema? In controtendenza pure la posizione di Claudio Petruccioli, ulivista Ds, che sempre su Liberazione spiega che andrà a votare perché «difende il referendum», senza però dire se sceglierà il sì o il no. Per votare sì anche il presidente dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro e i leader del Pdci Diliberto e Cossutta, che pure considerano «sbagliato» il referendum. Nella Margherita, schierata su no o astensione, spicca invece il sì del sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino.

  2. #2
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito

    1) Il mio sì politico contro Berlusconi
    Parla un piccolo imprenditore del Nord Est. Il referendum era sbagliato, ma
    ora lo scontro è diventato molto più grande e vale la pena di starci. I miei
    colleghi industriali? Si asterranno, anche se non credono alla balla dei 200
    mila posti di lavoro persi. Il Cavaliere? Comincia a perdere consensi
    MANUELA CARTOSIO
    Qualcuno ci ha messo in un bell'imbarazzo con `sto referendum idiota
    sull'articolo 18. Ci sono dei pro e dei contro. Devo ancora pensarci». Dieci
    secondi cronometrati - nel Nord Est tutto va veloce - e il pensamento è
    fatto. «Andrò a votare e indipendentemente dal quesito voterò sì. Il mio
    sarà un voto politico contro Berlusconi, una soddisfazione a cui non intendo
    rinunciare». Leopoldo Franceschini, piccolo imprenditore veneziano, ha
    capito quel che il centro sinistra astensionista finge di non capire. Quello
    del 15 giugno sarà un voto politico contro il governo. Bando a sofismi e
    distinguo, quindi, il sì è un obbligo.



    Perché definisce il referendum un'idiozia?

    Come imprenditore ho sempre considerato una grande idiozia la guerra
    sull'articolo 18 messa in piedi da Berlusconi e Confindustria. Il
    referendum, sul fronte opposto, persevera nell'idiozia. Amministro tre
    aziende nel settore dell'elettronica e delle telecomunicazioni. Due hanno
    più di 15 dipendenti, una è sotto la soglia. Di due cose sono certo. La
    prima è che non è l'articolo 18 a frenare la crescita dimensionale delle
    aziende. D'Alema ha toppato clamorosamente quando da presidente del
    consiglio ha aperto il capitolo dell'articolo 18. La seconda è che le
    condizioni di lavoro, i comportamenti degli imprenditori non variano se i
    dipendenti sono più o meno di 15.

    D'accordo sulla prima. Sulla seconda, forse, i lavoratori la pensano
    diversamente.

    Scherza? Nel Nord Est se un imprenditore soffia un po' forte in faccia a un
    dipendente, quello gli sbatte la porta in faccia e lo molla. Qui sono i
    lavoratori che licenziano i padroni, non viceversa.

    L'Italia non è tutta Nord Est.

    D'accordo. C'è gentaglia, ci sono delinquenti che sfruttano e ne
    approfittano. E' più che giusto sanzionare i licenziamenti di rappresaglia o
    antisindacali. Ma se dalle nostre parti si licenzia è perché proprio non se
    ne può fare a meno. Le faccio un esempio. Avevo messo un ragazzo su un
    impianto delicato e lui, senza avvisare, se ne stava tranquillamente a casa.
    Ho dovuto pagare per licenzarlo, è un costo aziendale che accetto. Non mi
    va, però, che un giudice m'imponga di riassumerlo.

    Se l'articolo 18 è un falso problema, perché le associazioni imprenditoriali
    fanno terrorismo sostenendo che la vittoria del sì costerebbe 200 mila posti
    di lavoro? Lo dice anche il suo conterraneo Brunetta, passato dal no
    all'astensione.

    Brunetta si astiene? Mi dà una notizia. Per me è una ragione in più, da
    cittadino, per votare sì. Cofferati non ha tutti i torti a dire che questo
    referendum divide quel che era stato unito. Però non mi va di disertarere le
    urne in compagnia di Berlusconi e di Brunetta.

    I suoi colleghi, invece, si asterranno in massa?

    Certo, ma non perché credono alla balla dei 200 mila posti di lavoro in
    meno. Pensano, semplicemente, che questo referendum è inutile, che non vale
    neppure la pena d'andare a votare. Non è come il referendum sulla scala
    mobile. Allora sì che l'oggetto del contendere era sostanzioso. Di questo
    referendum non ne parlano neppure. E' tempo perso.

    Di che cosa preferiscono parlare?

    Delle prediche di Fazio che sbaglia sempre indirizzo e imputa a noi piccole
    imprese tutti i mali d'Italia. Non sapremmo fare il nostro mestiere, non
    avremmo idee e voglia di rischiare. Ma vada a dirlo alle banche. Sono loro
    che non rischiano e ci lesinano i finanziamenti. Questa è la ragione vera
    del nanismo delle aziende italiane, non l'articolo 18.

    Tra gli imprenditori del Nord Est le quotazioni del governo Berlusconi
    restano alte?

    C'è delusione e insoddisfazione. Io deluso non sono perché Berlusconi non
    l'ho mai votato e non mi è mai piaciuto. Come non mi piace Tremonti. L'unico
    effetto della sua legge è stato di far salire i prezzi degli appartamenti
    nei centri storici. Le agevolazioni andavano concesse solo a chi i soldi li
    investiva nell'azienda, non nei mattoni. E' per bocciare questo governo che
    il 15 giugno voterò sì.

    2) Articolo 18, la posta in gioco per il Sud
    All'assemblea dei delegati delle fabbriche napoletane, Cgil e Fiom fanno
    appello alla mobilitazione per il «sì»
    Obiettivo quorum. Dalle piccole e medie imprese meridionali, regno della
    precarietà, si attende un segnale decisivo. Una task force per battere città
    e piccoli centri
    FRANCESCA PILLA
    NAPOLI
    Omar Diar, senegalese, delegato della Cisl in un'impresa bergamasca. Il
    padrone per risparmiare sui costi riduce i sistemi di sicurezza, Omar ha un
    incidente, gli vengono amputate quattro dita. Licenziato per assenteismo.
    Orfeo, commesso della Esselunga, capelli troppo lunghi, licenziato in tronco
    anche se portava la cuffia regolamentare. Tiziana, immigrata dell'est
    Europa, impiegata in una ditta d'import-export, durante una trasferta il
    datore di lavoro prenota in albergo una camera matrimoniale, lei rifiuta.
    Licenziata. Marina, dipendente del calzaturificio Bata, entra in maternità e
    quando ritorna a lavoro le dicono che è stata sostituita. Tutti reintegrati,
    i giudici non hanno riscontrato nessuna giusta causa per il loro
    licenziamento. Quattro storie, quattro vicende di lavoratori, il modo
    migliore per far comprendere l'importanza dell'articolo 18. Paolo Cagna
    Ninchi, presidente del comitato nazionale per il «sì» al referendum
    sull'estensione delle tutele alle imprese sotto i 16 dipendenti, parla così
    alla platea di delegati/e delle fabbriche napoletane di Cgil e Fiom. Il
    tempo stringe e proprio dal Sud, dove il problema della precarietà nelle
    piccole e medie imprese è particolarmente diffuso, può arrivare un segnale
    importante e magari decisivo per il raggiungimento del quorum. Così al
    centro dell'assemblea organizzata dalla Cgil la decisione sulle iniziative
    da mettere in campo nei prossimi nove giorni.

    L'informazione deve passare nelle fabbriche e per questo i comitati sono già
    all'opera con banchetti e assemblee. L'impegno dei lavoratori però va ben al
    di là. Molti prenderanno le ferie in anticipo per formare vere task force e
    battere in lungo e largo le città e i piccoli centri, dove la battaglia è
    più aspra. Una rete capillare di mobilitazione che percorrerà le stazioni
    ferroviarie e della metro, gli ipermercati, i quartieri, con un'attenzione
    particolare alle donne preoccupate per il loro futuro e per quello di figli
    e mariti.

    La posta politica in gioco è alta. Con la vittoria del referendum non solo
    si eliminerebbe la differenza tra lavoratori di serie a e di serie b, ma
    s'imprimerebbe uno stop definitivo all'attacco ai diritti, rompendo il
    fronte unito di governo e Confindustria che attraverso il libro bianco, la
    riforma dell'istruzione, i programmi sulla sanità, il tentativo di
    smantellare il sistema pensionistico, tentano l'offensiva a tutto campo allo
    stato sociale.

    Questo il messaggio della maggior parte degli interventi. Ersilia Salvato,
    sindaco di Castellammare, ha quindi confermato l'impegno nella campagna
    referendaria, rilevando che gli inviti all'astensione mettono in pericolo la
    democrazia e la partecipazione dei cittadini. Argomento, quello della
    partecipazione, ripreso con un doppio significato dalla Fiom, perché come
    detto da Maurizio Mascoli, segretario regionale, il paragone con
    l'impossibilità dei meccanici a votare fino a questo momento l'accordo
    separato è automatico. Della stessa opinione Gianni Rinaldini, segretario
    nazionale: i collegamenti con il «verbale» presentato da Federmeccanica e il
    referendum sono abbastanza facili; se nel primo caso infatti si delegittima
    il contratto nazionale e s'indeboliscono i lavoratori, l'intento per le
    tutele complessive è in atto da tempo. «Siamo alla resa dei conti - ha
    spiegato Rinaldini - si vuole cancellare il cnl ed è in ballo anche la
    sopravvivenza della stessa Fiom, così come l'abbiamo conosciuta». Poi la
    sferzata a Cofferati che con la scelta dell'astensionismo «seppur legittima
    a livello personale, ha determinato sconcerto tra i lavoratori ed è
    sbagliata nei confronti del nuovo movimento che chiede protagonismo su
    diritti, democrazia, pace e quindi partecipazione alla politica». Un
    fermento recepito dalla Cgil e sottolineato da Michele Gravano, segretario
    regionale. Per Gravano, inoltre, con il referendum tornano in campo le
    proposte della Cgil e si crea una sponda di solidarietà con i lavoratori
    delle pmi, che pure sono scesi in piazza il 23 marzo del 2002 in difesa
    dello statuto.

    Infine l'invito a sindaci e presidenti delle regioni del Sud ad andare a
    votare perché l'astensione da parte loro sarebbe politicamente scorretta. E
    da Napoli Rosa Russo Iervolino ha già fatto sapere che il 15 e il 16 giugno
    si recherà alle urne.

    3) STUDI&RICERCHE
    Confindustria smentisce D'Amato
    EMILIANO BRANCACCIO
    Possibile che la consegna del silenzio attorno al referendum del 15 giugno
    per l'estensione dell'articolo 18 possa essere interrotta al solo scopo di
    dar fiato alle corbellerie economiche del presidente di Confindustria e dei
    suoi suggeritori ? Antonio D'amato ha dichiarato che l'articolo 18
    pregiudica la crescita dimensionale delle imprese. Non staremo qui per
    l'ennesima volta a citare l'immensa mole di studi in grado di smentire
    categoricamente questa affermazione. Ci limiteremo a richiamare l'attenzione
    su una sola ricerca, elaborata, ironia della sorte, proprio dai tecnici di
    D'Amato, cioè dal Centro studi Confindustria. In essa leggiamo: «Quanto alle
    soglie, l'analisi empirica non sembra rivelare salti di rilievo nella
    numerosità delle imprese in corrispondenza dei valori più critici (15 e 35
    dipendenti), al contrario di quanto dovrebbe accadere nell'ipotesi in cui la
    soglia fosse avvertita come un limite da non valicare»

    . Data l'ostinazione con la quale il presidente D'Amato continua a
    considerare l'articolo 18 un drammatico vincolo alla crescita delle imprese,
    si deve ritenere che i vertici di Confindustria non coltivino molto
    l'abitudine di leggere gli studi da essi stessi commissionati.

    D'Amato ha pure sostenuto che se vincessero i Si ci sarebbero più
    disoccupazione e più lavoro nero. Sarebbe così gentile il presidente da
    citare la fonte da cui trae un simile convincimento ? Per quel che ci
    risulta, infatti, persino l'Ocse (un'istituzione notoriamente sostenitrice
    della flessibilità del lavoro) ha ammesso che non sussiste la benché minima
    correlazione tra le norme di protezione dei lavoratori e il tasso di
    disoccupazione.

    Quanto al lavoro nero, l'affermazione di D'Amato appare stupefacente, visto
    che tutti i paesi che negli anni `90 hanno optato per lo smantellamento
    delle tutele sono anche quelli in cui si è verificato uno straordinario
    incremento della quota di attività sommersa in rapporto al Prodotto interno
    lordoi.

    Inoltre, per quanto riguarda l'Italia, vale la pena di ricordare che mentre
    nel Centro-nord del paese il sommerso rappresenta appena il 12,1% del Pil,
    nel Mezzogiorno esso oltrepassa abbondantemente il 40%. Viene allora da
    chiedersi in base a quale misterioso criterio il presidente di Confindustria
    arrivi ad attribuire la diffusione dell'attività sommersa alle norme di
    protezione dei lavoratori. Queste, infatti, applicandosi in modo uniforme su
    tutto il territorio nazionale, non sono assolutamente in grado di spiegare
    il divario tra Nord e Sud del paese.

    La verità, insomma, è che gli effetti perversi dell'articolo 18
    preannunciati da D'Amato e dagli altri avversari del referendum sono privi
    di serie basi scientifiche. Tra le tante improvvisazioni economiche di
    D'Amato c'è tuttavia una dichiarazione politica che induce a riflettere.
    All'assemblea annuale di Confindustria egli ha infatti affermato che, una
    volta passata la tempesta referendaria, si potrà finalmente tornare a
    discutere dell'abolizione dell'articolo 18 anche per le grandi imprese.
    L'ennesima dimostrazione, questa, che il tempo delle mezze misure è finito.

    L'esito del referendum sarà infatti decisivo per chiarire se la politica
    economica prossima ventura potrà ancora fondarsi su un insensato attacco
    alle tutele dei lavoratori, oppure se dovrà finalmente tornare a
    concentrarsi sui nodi cruciali e dimenticati del vincolo macroeconomico e
    della programmazione industriale.

 

 

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