«Governo degli iracheni, non degli occupanti»
Intervista al segretario del Partito comunista iracheno, Hamid Majid Mousa. Dalla clandestinità sotto Saddam Hussein, al «programma» per la transizione
GIULIANA SGRENA - INVIATA A BAGHDAD
L’Iraq è tutt'altro che pacificato. Quella di ieri notte a Falluja è stata una vera battaglia. Gli americani minimizzano, parlano di un marine morto, ma secondo gli abitanti sarebbero cinque. Falluja è una vera polveriera alle porte di Baghdad dove ieri, invece, la situazione era apparentemente tranquilla. Sulla piazza Andaluz un vecchio compagno distribuiva Tareq al Shaab (La via del popolo), il giornale del Partito comunista, il primo a riapparire dopo la caduta di Saddam. Alle spalle la sede del Partito comunista iracheno. Manifesti, appelli, militanti che vanno e vengono. Dopo anni di clandestinità i comunisti mostrano il loro volto senza timore di essere giustiziati. Il giornale ha pubblicato una lista di militanti e dirigenti giustiziati dal regime di Saddam, sono 167 i nomi, «ma abbiamo molte altre liste che stiamo per pubblicare», ci dice il segretario generale del partito, Hamid Majid Mousa, mentre ci riceve nel suo ufficio. 60 anni, originario di Babilonia, ha vissuto molti anni in Kurdistan, dove il partito era legale. «Ora potete lavorare alla luce del sole, ma il paese è sotto occupazione. Come vi sentite?», chiediamo a Hamid Majid Mousa. «La maggior parte degli iracheni è felice per la fine del regime di Saddam, ma non è contenta della situazione - ci risponde - perché questo cambiamento è arrivato con l'occupazione, non pacificamente. Come partito speravamo che questo cambiamento avvenisse grazie alla forza degli iracheni senza guerra e senza occupazione, ma ora dobbiamo fare fronte alla situazione, impegnarci ancora per la nostra libertà. Ora possiamo lavorare pubblicamente per fare in modo che il nostro popolo vinca la paura di fare politica e prenda nelle proprie mani il futuro del paese. Questa fase è eccezionale, una emergenza nazionale: non solo il regime è collassato, ma anche lo stato con tutte le sue istituzioni. La mancanza di un governo dà molta autorità agli occupanti. Un potere rispetto alle istituzioni, ma non nella realtà dei distretti popolari, nelle campagne, nelle aree povere del paese. Il potere in queste zone è esercitato dalle autorità locali, dai religiosi, dai capi delle tribù. Quello che manca è una autorità reale nazionale. Come iracheni dobbiamo trovare una soluzione al caos partendo dalla costituzione di un nostro governo e dall'affermazione dei nostri diritti. Un governo reale non come quello previsto dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che dà pieni poteri agli occupanti e agli iracheni il ruolo di consulenti. Deve essere un governo sostenuto dal popolo e dall'aiuto degli americani, che per ora devono rimanere: hanno distrutto il paese e adesso devono ricostruirlo secondo la Convenzione di Ginevra e con la supervisione dell'Onu».
L'intenzione degli americani non pare quella di andarsene. Siete sicuri di poter avviare questo processo sotto l'occupazione Usa?
Non parlo delle loro intenzioni, penso che non siano venuti per gli iracheni ma sulla base di una scelta strategica che risponde al desiderio di dominare il mondo. Io parlo di quello che vogliono gli iracheni: un governo ampio che emerga da una conferenza nazionale che rappresenti tutta la società e i partiti politici iracheni che hanno lottato contro la dittatura e la tirannia. Stiamo formando un fronte di forze politiche che abbiano una visione comune sulla formazione del governo. L'accordo riguarda: l'eliminazione di quel che resta della dittatura, lavorare per ricostruire le istituzioni irachene e tutto il paese dopo le distruzioni della guerra, elaborare nuove leggi e preparare libere elezioni sotto la supervisione dell'Onu per confermare o meno il governo, che per un anno dovrà essere provvisorio. Preparare una nuova costituzione da sottoporre a referendum, negoziare la presenza delle forze straniere e la loro partenza dal paese. Il paese potrà così tornare a una vera vita.
Quali sono i partiti che concordano su questo programma?
Il Partito democratico del Kurdistan (Barzani), l'Unione patriottica del Kurdistan (Talabani), l'Alto consiglio islamico (al-Hakim), Pachachi (coalizione di democratici indipendenti), Iraqi national congress (Chalabi), Arabic socialist movement e Iraq islamic party (Mohsen Abdul Hamid), l'Assirian democratic movement (cristiani) e il Partito comunista iracheno. Siamo d'accordo sul programma ma non sulla formula di governo.
Ma gli americani hanno un altro piano, un governo formato da stranieri rappresentanti delle forze di occupazione.
Sappiamo anche che gli Usa vogliono un governo che risponda ai loro interessi. La risoluzione 1483 dell'Onu del resto è un progetto anglo-americano che avalla l'autorità di occupazione mentre per gli iracheni è prevista solo la consultazione. Quello americano e quello iracheno sono due progetti alternativi. Noi prepariamo il terreno per assumere un ruolo politico. Se gli Stati uniti vogliono stabilizzare il paese dovranno accettare la nostra soluzione.
Ma se non l'accettassero, per cacciare gli americani sareste disposti a combattere?
Ora agiamo in una situazione legale e pacifica. Il nostro programma è sostenuto dal popolo, questa è la strada per la stabilità e la libertà del nostro paese. Gli americani hanno il potere ma non la soluzione. Tutti i partiti iracheni hanno respinto la risoluzione del Consiglio di sicurezza, bisogna lavorare per cambiare la situazione anche all'Onu. Negli Usa molti sono contro l'occupazione, i paesi arabi sono favorevoli a un governo iracheno. Alcuni paesi europei contrari alla guerra che hanno accettato la risoluzione Onu sono pronti ad appoggiare un governo nazionale.
Ogni giorno ci sono attacchi contro gli occupanti americani, con vittime. Esiste una resistenza organizzata?
Non c'è una resistenza armata organizzata, sono atti individuali e gli scontri non sono sempre per gli stessi motivi. Questo non vuol dire che gli iracheni accettino l'occupazione: alcuni reagiscono all'arroganza degli americani che non rispettano le tradizioni. A volte si dice che questi scontri sono provocati da sostenitori dell'ex-regime. Ma a Hit alcuni elementi dell'ex-regime hanno appoggiato le truppe americane. Ma avvertiamo gli americani che se l'occupazione dovesse continuare allora sì la resistenza sarà organizzata.
Chi ha approfittato di più della situazione sono i religiosi, soprattutto gli sciiti. Esiste il pericolo di uno stato islamico?
Gli sciiti in Iraq sono il 60%, ma non tutti sono islamisti, non tutti fanno riferimento ai partiti religiosi. Anche tra i partiti religiosi ci sono estremisti e moderati. I partiti sciiti ma anche quelli sunniti sono per un governo islamico, ma sono divisi sul come e quando stabilirlo: c'è chi pensa che la strada sia quella delle elezioni e chi invece che debba essere imposto con la forza.
Quanto conta l'influenza dell'Iran?
Alcuni partiti religiosi hanno relazioni spirituali, ideologiche e politiche con l'Iran, ma tutti devono tener conto della volontà del popolo.
Comunque è evidente un processo di islamizzazione ...
E' stato Saddam, dopo la guerra del Golfo, a dare un ruolo ai mullah e agli sheikh, quello che sta avvenendo oggi è solo l'estensione di quella campagna. Ora il vuoto di potere ha permesso ai partiti religiosi di esercitare una certa autorità. Ma è una situazione temporanea. L'alternativa passa attraverso la costituzione di un governo nazionale.
Dopo aver lavorato in clandestinità, come state ricostruendo il partito?
In Kurdistan abbiamo potuto lavorare apertamente, ma nel resto del paese c'erano molti rischi, in gioco era la vita. Comunque siamo sempre rimasti un partito dell'interno. Da quando abbiamo aperto questa sede vengono da tutto l'Iraq: giovani, vecchi, donne e uomini, lavoratori, contadini, intellettuali, kurdi, sciiti, sunniti, assiri. Siamo un partito democratico e laico. Ci aspetta molto lavoro.
il manifesto 6 giugno 2003
http://www.ilmanifesto.it




Rispondi Citando
