Espulsi da Israele alcuni giornalisti italiani. «Complici involontari dell’attacco a Tel Aviv»
GERUSALEMME - Una giornalista free-lance italiana è stata fermata e interrogata dalle autorità israeliane. Per la polizia avrebbero avuto contatti con due terroristi anglo-pakistani autori alla fine di aprile di un attentato suicida a Tel Aviv. Una notizia tenuta segreta e fatta trapelare ieri sera. Secondo i servizi di sicurezza gli estremisti sarebbero riusciti a entrare in Israele dalla Striscia di Gaza a bordo dell’auto della reporter italiana, che però era ignara delle loro intenzioni. Una manovra studiata dagli attentatori per poter far passare le cinture esplosive. Sull’automezzo, insieme alla giornalista, si trovano altri colleghi, tutti impegnati a seguire gli eventi nei territori occupati per conto di siti Internet e riviste della sinistra. Dopo gli accertamenti gli italiani sarebbero stati espulsi.
LA VICENDA - Omar Khan Sharif, 27 anni, sposato con due figli, e Asif Hanif, 30, sono cittadini inglesi d’origine pakistana. Hanno una vita normale in Gran Bretagna, un lavoro. Sono devoti musulmani e simpatizzano per la formazione estremista Al Muhajiroun. Chi li conosce bene sostiene che hanno accentuato il loro radicalismo dopo alcuni viaggi in Medio Oriente. Separatamente raggiungono la Siria e a Damasco frequentano corsi religiosi. E’ probabile che nella capitale siriana siano arruolati da un reclutatore. Forse è un attivista di Hamas oppure legato alla rete di Al Qaeda. Sharif e Hanif raggiungono in Israele, via Giordania. Si comportano da turisti e inspiegabilmente riescono a beffare i severi controlli israeliani. La coppia compie due-tre visite nella striscia di Gaza dove si mescola ai membri di un movimento pacifista internazionale che si batte contro l’occupazione. Per coprire i loro movimenti gli anglo-pakistani si presentano come «turisti alternativi». La mimetizzazione funziona. Nella Striscia entrano in contatto con il loro referente di Hamas che gli consegna l’esplosivo. Ma il problema è come attraversare il confine con Israele, sempre strettamente sorvegliato. I terroristi ottengono così un passaggio dai giornalisti italiani e riescono a passare la frontiera senza problemi. La polizia sostiene che i controlli sarebbero stati meno severi proprio per la presenza dei giornalisti.
L’ATTACCO - Dopo il soggiorno a Gaza i due si trasferiscono a Tel Aviv e trovano alloggio in un ostello segnalato da una guida turistica. Nella notte del 30 aprile Hanif e Sharif si avvicinano ad un pub sul lungomare di Tel Aviv, il «Mike’s Place». Entrambi indossano una cintura-bomba. Il primo viene intercettato da una guardia all’esterno del locale e si fa saltare. Muoiono tre persone. Sharif tenta di attivare la carica, ma è difettosa. Forse esplode solo il detonatore. Ferito, fugge verso la zona Sud della città e fa perdere le sue tracce. Il suo corpo verrà ritrovato in mare verso la fine di maggio.
LA POLEMICA - Le indagini puntano sul passato dei due kamikaze. Sia la polizia inglese che quella israeliana vogliono capire se i terroristi sono legati a una rete più ampia. L’attentato è stato rivendicato da Hamas e dalle Brigate di Al Aqsa. Ma ci si chiede se le fazioni locali non abbiano stretto un patto operativo con gruppi esterni per aprire un nuovo fronte. Dalla Gran Bretagna emergono informazioni sulla presenza di altri terroristi pronti ad immolarsi in nome della causa palestinese. Israele concentra la sua attenzione sulle presunte complicità e accusa formazioni pacifiste di aiutare gli estremisti. Gerusalemme accusa apertamente l’«International Solidarity Movement» di aver dato «ospitalità» ai kamikaze a Gaza. Accusa respinta dagli attivisti. Un contrasto duro su cui pesa la morte di Rachel Corrie, un’americana di 26 anni, uccisa da un bulldozer israeliano mentre faceva da scudo umano a dei palestinesi. E il ferimento di Tom Hurndall, un inglese colpito dai militari: è in coma irreversibile.
Guido Olimpio
No comment. Tratto dal corriere di oggi
Cordiali Saluti




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