...Estera italiana.
Dopo l'interim di Berlusconi.
Roma. Franco Frattini, ministro degli Esteri dal novembre scorso, dice che “i sei mesi che hanno cominciato a ridisegnare il pianeta” sono stati per lui “un rodaggio eccezionale”.
“Era stato forse relativamente più facile nei primi cinquant’anni della Repubblica, per una media potenza come l’Italia, con le sue fragilità costitutive, fare diplomazia in un mondo in cui la pace fu assicurata dall’equilibrio tra i blocchi, che la limitarono ma la tennero al riparo senza troppo dispendio di energie. Ora anche per noi la politica estera ha il sapore di un redde rationem, di un rischio quotidiano. Implica la consapevolezza che resistere ai cambiamenti di equilibrio è un’impresa di per se stessa ambigua. Il gioco tra le nazioni è deciso dalla volontà di agire dei rispettivi leader sulla base di ipotesi non dimostrate per eliminare il rischio, finché si è in tempo. Se si aspetta che la minaccia sia chiara e delineata, il costo della resistenza può crescere fino a diventare proibitivo”.
Pronunciate ora, nel dopo Iraq, queste parole inquadrano ex post la circostanza che la più grave crisi dell’Alleanza atlantica dalla sua creazione e la controversia interna all’Europa sulla leadership
dell’Occidente siano valse un nuovo battesimo per la politica italiana. “Mezzo secolo fa, tra la fine della guerra e la firma del Patto atlantico, la classe dirigente nazionale, condizionata dai turbolenti equilibri domestici, era solcata da un impulso trasversale al neutralismo, figlio della paura, dell’impotenza, della marginalità di un paese uscito sconfitto dalla Seconda guerra mondiale”.
Non è difficile seguire la ricostruzione del ministro. Non credevano, infatti, a un ruolo italiano cattolici come Giovanni Gronchi o Giuseppe Dossetti né un socialista come Pietro Nenni, ma non ci credeva neppure l’ex classe politica liberale. Con qualche ritardo l’Italia si accorse che non poteva reggere la beata estraneità al gioco del riordino internazionale nella quale si sarebbe volentieri rannicchiata. Lo stesso Alcide De Gasperi l’avrebbe forse trovata rassicurante, se avesse assecondato solo considerazioni interne, di autoprotezione dalle tante sinistre compresa quella Dc.
Come scegliere a seconda del merito
Cinquant’anni dopo, in un frangente storicamente analogo, Frattini rivendica il fatto che l’Italia “abbia trovato la sua collocazione europea e atlantica al primo colpo”. E soprattutto che l’abbia fatto “riconoscendo e soppesando il suo interesse nazionale, che non mente mai”, senza adeguarsi alle verità degli altri che spesso si rivelano bugiarde.
Sarebbe stata plausibile un’Italia emula del cugino gollista, senza le forze armate né il potere di veto nel Consiglio di sicurezza di cui dispone la Francia? O neutralista come la Germania senza la sua statura economica?
“Seguire l’interesse nazionale significa scegliere a seconda del merito, non misurarlo lungo ‘assi’ precostituiti, che è dunque meglio non creare né subire. Esso poggia sulla certezza etica dei governi, sul coraggio di scegliere e sul dovere di risponderne agli elettori. Seguendo l’interesse nazionale ci siamo discostati dall’asse franco-tedesco durante la crisi irachena, ma nella Convenzione abbiamo condiviso l’ipotesi ‘francese’ del presidente Giscard. Questo è un modo franco e attivo di essere uno dei sei paesi fondatori, e rivendicarne lo status”.
Sta in quest’intreccio tra la riscoperta dell’interesse nazionale e l’elaborazione del rischio come fattore della politica estera il compendio dello sforzo con cui il governo italiano ha attraversato l’ora delle grandi scelte. “Un’ora delle scelte che per l’Italia uscita dalla Guerra fredda e sopravvissuta a se stessa negli anni Novanta, ha avuto un significato di autoricostruzione che le altre democrazie europee hanno stentato a percepire”.
La chiusura di un’epoca, cronologicamente già finita col crollo del Muro di Berlino, che in Italia intercettò il tracollo del sistema politico, privandola di una classe dirigente che avesse la mente sgombra per affrontare il bilancio di mezzo secolo di storia. E che ora è forse più facile analizzare dalla posizione di forza di un governo “che ha preso le sue decisioni al momento giusto”, non un minuto prima non un minuto dopo. Il ministro concede che “la nostra indipendenza e dignità nazionale hanno vinto suscitando meraviglia tra i nostri interlocutori e manifestando la sua ricaduta
dalle grandi opzioni strategiche fino alle partite minori, ‘eurodomestiche’, come quella delle quote latte, dei valichi, degli ecopunti. Non c’è esito migliore per una storia di cinquant’anni che ha penalizzato e ristretto la libertà di manovra della sua classe dirigente ma ha garantito la soglia di libertà dei suoi cittadini. Né c’è ringraziamento più asciutto a quella classe dirigente per aver mantenuto l’Italia nell’ordine europeo e atlantico che riconoscerne, insieme ai meriti, i limiti”.
Come spendere il credito acquisito
Che fare della ritrovata identità? Come spendere il credito acquisito? Come mettere a frutto la libertà di manovra sul piano internazionale? Domande preliminari sul tavolo del ministro, affollato dei dossier che sono il pane quotidiano di un capo della diplomazia.
Frattini li elenca tutti, ma proprio tutti. Non c’è questione tuttavia – l’Italia in Europa, le relazioni transatlantiche, il Mediterraneo, Israele, Arafat, il cambiamento dello status quo in Medio Oriente nel dopo Saddam, Gheddafi, la Siria, il Libano, gli organismi internazionali in crisi, Onu e Nato – che non possa essere ricondotta al no paper che prende corpo nelle righe che stiamo scrivendo. All’atto non protocollare che fa dell’Italia “un’espressione politica” e non soltanto geografica, impegnata a ricoprire un ruolo nell’ordine internazionale, dotata di quel “senso della patria evocato più volte dal presidente Ciampi, che è il senso di sé e del proprio posto nel mondo, mortificato dai molti che lo considerano una parolaccia”.
E che giustifica un protagonismo, che può diventare “velleitario per una non potenza militare quando è il momento delle forze armate, ma credibile quando è l’ora della politica”. L’atto in virtù del quale il ministro può esercitare il suo peso nel tentativo di convincere i partner europei a una posizione “non antagonista”, per non restare indietro all’unica potenza globale. Può sollecitare la trasformazione coerente della difesa euroatlantica: da “consumatore di sicurezza a spese degli Stati Uniti a produttore”.
Può affievolire in Europa quell’innamoramento a senso unico per la causa palestinese che fa chiudere gli occhi sul terrorismo. Può proporre agli Stati Uniti una “divisione dei compiti” che sappia sfruttare quel tanto di storia e cultura italiana, europea, mediterranea che ha gli strumenti per arrivare al cuore mediorientale. Può suggerire ai popoli del Mediterraneo “un iter d’integrazione che non sia solo un dialogo tra classi dirigenti, un discorso elitario, da summit, ma una soluzione globale, giusta, stabile: che coinvolga i cittadini nella ricostruzione economica, tolga loro il senso di frustrazione e li garantisca con un patto di stabilità sul modello di quello avviato nei Balcani”. Può studiare un set di regole nelle quali quei popoli “si sentano rappresentati” come base di un negoziato multilaterale che consolidi il processo di pace aperto da Bush col riordino del dopo Saddam.
Può favorire, via il rilancio economico che attrarrebbe gli investimenti dei paesi arabi ricchi, “l’integrazione Sud-Sud”. Può dire la sua, pur non sedendo nel Consiglio di sicurezza, sulla riforma delle Nazioni Unite, “il direttorio delle potenze vincitrici nella Seconda guerra mondiale, mentre è finita pure la terza”.
Può permettersi un raggio d’azione che Giulio Andreotti, mente affilata come un rasoio – “l’unico italiano che avesse un vero interesse per la politica estera” come lo definì Henry Kissinger una trentina d’anni fa – non avrebbe potuto aggiungere al carico di problemi di un presidente del Consiglio o di un ministro degli Esteri che doveva guardarsi le spalle dalle instabilità interne.
Può, in altre parole, permettersi “il lusso, e l’onere, di una politica estera”.
Forse è vero tuttavia che nessun paese europeo ha la forza di influenzare il corso dei grandi avvenimenti internazionali e che ciascuno è destinato a difendere come può i suoi interessi, che la politica estera, in senso classico, è una prerogativa illusoria.
“Non è illusorio però scegliere di partecipare al riordino internazionale, stare al tavolo di coloro che avevano capito, ciascuno secondo quel che può, o di marginalizzare se stessi”.
Da Il Foglio
saluti




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