12.06.2003
«Non andare a votare per l'articolo 18 e ti riassumo»
di Rachele Gonnelli

Prima li ha licenziati in tronco, non solo senza giusta causa ma senza alcun motivo. Così. Poi gli ha fatto un discorsetto. Gli ha spiegato che se non fossero andati a votare per il Referendum sull'articolo 18, poteva anche riassumerli. Ma ad ogni buon conto per ritrovare il loro posto di lavoro avrebbero dovuto portare dopo il voto, cioè all'inizio della prossima settimana, il libretto elettorale senza il timbro del seggio. Insomma, la prova che non erano effettivamente andati a votare.

La vicenda accade a Cosenza, una provincia che sta sprofondando nella disoccupazione ed è stata denunciata dal segretario della Cgil della Calabria Ferdinando Pignataro durante un comizio per il Sì. A lui è stata raccontata a sua volta da una delegata della Cgil, Brunella Solbaro, segretaria territoriale della Fisac-Cgil, il sindacato dei bancari. «Ma l'aziendina dove è accaduta - precisa lei - non è del settore bancario». «A me - aggiunge la Solbaro - è arrivata casualmente, per via amichevole. Ma ho la netta impressione che ricatti di questo tipo nella nostra zona siano molto diffusi. Questo episodio denota una particolare rozzezza del datore di lavoro in questione, ce ne sono senz'altro di più raffinati. Chiedere di portare il certificato elettorale senza il timbro è infatti facile da aggirare: basta dire di averlo perso e l'ufficio elettorale è tenuto a dartene un altro...Dietro però c'è un contesto, quello calabrese, dove pur di avere la dignità di un lavoro c'è un esercito di persone giovani e meno giovani disposte ad accettare di tutto, lavori sottopagati, diritti calpestati, minacce».

Il piccolo imprenditore di Cosenza è convinto di avere ragione e ha voluto testare i metodi imparati o desunti da chi attacca i sindacati un giorno sì e l'altro pure: il Grande Imprenditore delle televisioni. Come lui ha parlato ai tre lavoratori a cui era scaduto il contratto con fare paternalistico, li ha invitati a non avere una «visione negativa» come quella dei sindacati, ha detto loro che se avesse vinto il Sì avrebbe avuto le mani legate. Invitandoli a considerare bene le conseguenze di quel voto anche dal punto di vista personale...La reazione dei lavoratori è stata di stupore. «Anche perché - racconta Brunella Solbaro - non erano molto avvertiti sulla problematica del referendum. L'informazione, si sa, è stata scarsa e lo è in genere sui diritti in una regione come la nostra».

Al termine del discorsetto sulle magnifiche sorti e progressive della piccola imprenditoria senza regole e senza lacci e lacciuoli, il piccolo imprenditore cosentino ha comunque preteso di avere la prova dell'adesione dei lavoratori alle sue indicazioni elettorali: un bel certificato elettorale intonso da esibire lunedì o martedì, con comodo.

«Quei tre lavoratori avevano una busta paga, anche se non corrispondente all'effettiva retribuzione. E dietro la porta quell'imprenditore, come altri qui, - spiega la delegata Cgil - ha una fila di persone disposte ad accettare anche condizioni peggiori. Perciò ha pensato di utilizzare la pressione sul referendum per un ricambio o per imporre meno diritti o meno paga. È una via che hanno provato in tanti e che dimostra la grande drammaticità della situazione lavorativa al Sud».

Ma adesso il sindacato cosa farà? e i lavoratori in questione, cosa hanno deciso di fare? «Abbiamo cercato di capire se si poteva arrivare a una denuncia più dettagliata - racconta ancora la delegata - ma c'è un grande timore, il ricatto è forte. Però uno di loro ha detto che a votare ci andrà. Vedremo poi cosa succederà. Certo, se dovesse accadere una cosa brutta, ci sarà una risposta adeguata, faremo una battaglia».

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