Tutto qui
ROSSANA ROSSANDA
C'è una ragione semplice che obbliga a mettere un sì sulla scheda del referendum che estende l'articolo 18 alle imprese con meno di quindici dipendenti: mettere un no o non votare, significa dichiarare che è giustissimo licenziare senza giusta causa, senza motivo, per antipatia, o pregiudiziale politica, o capriccio. Dice all'imprenditore: manda pure via un dipendente senza motivo. Rispondere sì significa: puoi licenziare un dipendente perché sei in difficoltà economica, perché non lavora, perché compie una qualsiasi infrazione che sarebbe sanzionata anche dal codice. Se no, non lo puoi fare. Amen. Tutto qui. Ma che sia detto, per favore.
Nel mare di parole che si sono spese negli ultimi giorni, tardi e divagando per ogni dove - dalla teoria generale dei diritti alle leggi economiche secondo le quali nella piccola impresa o si lavora in amorosa empatia o si rischia il collasso - si è cercato di affogare l'elementarità del quesito: se il piccolo deve poter licenziare qualcuno, quando e come gli pare, o no. Questo è il nocciolo della cosa, oscurato dai molti e perfino sbalorditivi ragionamenti che ci sono stati inflitti: che la piccola impresa è la spina dorsale della nostra economia ma è incline a sprofondare nell'illegalità, nel nero e nel sommerso appena le si chiede qualche regola, a quel punto chi la vede più - roba che, se fossi un piccolo imprenditore, darei querela. Oppure, che la piccola impresa ha una forza poderosa ma se non può giostrare ogni momento sulla precarietà dei suoi dipendenti, crolla di colpo. All'anima! Non solo non abbiamo una grande industria, ma le piccole sopravvivono per miracolo. Eppure le grandi fanno di tutto per diventar piccole, esternalizzando, parola spaventosa per dire che si dividono in due, tre, dieci, a parità di prodotto e fatturato. Qualcuno deve pagare i costi della modesta capacità imprenditoriale italiana? Sia il dipendente.
Se il sistema referendario permettesse di scrivere la vera domanda in termini accessibili a tutti, questa avrebbe dovuto essere: cittadino e cittadina, vuoi essere licenziabile senza motivo? Proponendo di rispondere, naturalmente, no. E i no sarebbero stati, naturalmente, valanga. Ma quel quesito chiaro e tondo non si può fare. L'obbligo di esprimerlo in forme che sono immediatamente comprensibili soltanto agli addetti ai lavori, ha permesso, da Brunetta a Fassino, da D'Amato al perseguitato Pezzotta, di confondere le acque. Ce ne fosse stato uno che dicesse all'elettore: bada che a) le imprese con meno di quindici dipendenti possono avere ormai fatturati miliardari; b) il referendum non chiede ai padroni di sposare il loro dipendente per l'eternità secondo il rito di santa romana chiesa, ma soltanto di non divorziare senza giusta causa, e le giuste cause sono legione. E, ahimé, sono unilaterali - l'imprenditore è garantito. Chi non lo è mai fino in fondo è il lavoratore, neanche nelle imprese con più di quindici addetti, perché se il capitale se ne va, queste chiudono per giusta causa. Che palle dunque ci raccontano?
Dirla così brusca, certo non piace ai moderati di centro, di sinistra, partiti e sindacati. Preferiscono trovarsi dalla parte di Maroni, cosa che dev'essere ben dura - anche il mio amato Cofferati, esulcerato dall'intenzione maliziosa dei proponenti referendari. Perciò non osano dire: voterò no. Dicono: mi astengo, o per l'unità o per la modernità. Del resto il referendum serve a Bertinotti - come se fosse meglio servire invece a D'Amato. Del resto divide la sinistra - come se non si stessero dividendo loro da Epifani. Tante stupidaggini su un solo referendum non le avevo mai sentite. Questa è la colpa maggiore che attribuisco a coloro che l'hanno promosso. Ma è un peccato veniale rispetto al peccato mortale di non andare a votare sì, subito, domani.
il manifesto 14 giugno 2003
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