Uno scritto tratto dal sito www.celticworld.it ci dà l'occasione per cominciare ad affrontare un annoso problema...
Uno dei misteri più intriganti del contatto tra il mondo celtico e quello greco è costituito dall’affermazione suggerita dagli scrittori della scuola di Alessandria secondo cui i Greci avevano preso “molto della loro filosofia” dai Celti.
I Celti furono tra i primi a sviluppare la dottrina dell’immortalità del’anima.
Tale dottrina passò poi, secondo Sozione di Alessandria (200-170 a.C. circa), dai Celti ai Greci.
Alessandro Cornelio Poliistore (105 a.C. circa), cita un testo di Aristotele a supporto di quest’idea.
Alcuni studiosi hanno affermato che l’Aristotele citato da Poliistore non fosse il famoso Aristotele (384-322 a.C.), che fu maestro di Alessandro Magno.
L’asserzione è citata da numerosi autori greci successivi, alcuni dei quali utilizzano fonti delle quali noi purtroppo non disponiamo.
Quale validità hanno i loro argomenti?
Comunemente si ritiene che sia stato Pitagora, il matematico, filosofo e mistico greco del Vi sec a.C. a elaborare la dottrina dell’immortalità dell’anima.
Tuttavia, secondo la tradizione, Pitagora non mise mai per iscritto i propri insegnamenti, e a distanza di pochi ani dopo la sua morte (500 a.C. circa), a causa delle contraddizioni presenti nelle notizie trasmesse a riguardo della sua vita e dei suoi insegnamenti, egli era divenuto una figura leggendaria.
Le sue dottrine furono diffuse dai suoi discepoli; l’importante organizzazione politica cui questi diedero vita fu soppressa intorno al 450 a.C.
Conseguentemente non abbiamo prove definitive in merito a che cosa Pitagora abbia insegnato.
Comunque, la più nota asserzione a suo proposito è quella secondo la quale egli avrebbe insegnato la dottrina dell’immortalità dell’anima, che era più che altro una dottrina sulla reincarnazione e sulla trasmigrazione delle anime.
Molti scrittori del mondo antico hanno posto la loro attenzione sulla superficiale somiglianza tra questa dottrina e quella druidica.
Secondi i Druidi la morte consisteva soltanto in un cambiamento di luogo, e la vita continuava con tutte le sue forme e i suoi beni in un “Altro Mondo”, il mondo della morte da cui si separavano le anime viventi.
Conseguentemente, tra i due mondi (il mondo reale e l’Altro Mondo) aveva luogo un’incessante scambio di anime: una morte nell’Altro Mondo portava un’anima in questo mondo. Così Filostrato di Tyana (170-249 d.C. circa) notava che i Celti celebravano con cordoglio la nascita e con gioia la morte.
Giulio Cesare, da cinico militare, poteva osservare:
“Uno dei loro principali insegnamenti è che l’anima è immortale e che, dopo la morte, trapassa di corpo in corpo. Con tale teoria, che distrugge la paura della morte, ritengono di eccitare al massimo grado il coraggio”
De Bello Gallico, VI, 14
Sozione, che scrive nel II secolo a.C., fu il primo a trasmettere l’idea che i Greci avessero preso la dottrina dell’immortalità dell’anima dai Celti.
Il più antico contatto tra i Greci e il mondo celtico di cui si abbia notizia ebbe luogo nel IV secolo a.C., e se Pitagora insegnava questa dottrina alla fine del VI secolo a.C., la sua adozione da parte dei Greci è precedente all’arrivo dei Celti.
Ma i Celti avevano avuto contatti precedenti con i Greci?
Ecateo di Mileto (520-476 a.C. circa) era contemporaneo di Pitagora e indubbiamente sapeva dell’esistenza dei Celti.
Poliistore, citando Aristotele, afferma che la dottrina dell’immortalità dell’anima era stata appresa da Pitagora da uno schiavo a nome Zalmoxis, e Clemente di Alessandria (150-216 d.C.), teologo e grande conoscitore della letteratura greca e della filosofia stoica, afferma che Zalmoxis doveva essere un Celta.
Diogene Laerzio (III sec d.C.) afferma che “lo studio di questa filosofia (l’immortalità dell’anima) ebbe origine tra i barbari”, e Celso (178 a.C. circa), citato da Origene (186-256 d.C.), sottolinea che i Celti “Erano un popolo molto saggio e antico”.
La tradizione a riguardo è comunque controversa, visto che Diodoro Siculo (morto attorno al 21 a.C.), rovescia i termini della questione, affermando che i Celti avevano sviluppato la loro dottrina a partire da quella di Pitagora “Prevalse tra i Celti la dottrina Pitagorica, che insegnava che le anime degli uomini sono immortali” e aggiunge “I Druidi, che erano uomini di più alto intelletto, disciplinati dalle regole di fratellanza stabilite dall’autorità di Pitagora, furono esaltati dalla ricerca del profondo e dalla serietà dello studio….e affermarono che le anime sono immortali”
Ippolito (170-236 d.C.), utilizzando Diodoro come fonte, avanza la medesima ipotesi, ma si spinge oltre, affermando che Zalmoxis, non Celta ma Trace, fu persino maestro di Pitagora, alla cui morte tornò a Nord dove ebbe il modo di erudire i Druidi.:
“I Druidi, fra i Celti, avevano esaminato in profondità la filosofia Pitagorica; Zalmoxis, lo schiavo di Pitagora, di stirpe Tracica, divenne per loro il fondatore di questa disciplina. Dopo la morte di Pitagora, egli si fermò presso di loro, e venne da loro considerato come il fondatore di questa filosofia. I Celti li onorano (i Druidi) come profeti e pronosticatori, perché essi fanno previsioni basandosi su lettere e numeri, secondo gli insegnamenti pitagorici…”
RMentre gli autori della scuola di Alessandria, che sostengono che i Greci presero la loro dottrina dai Celti, sono certamente antecedenti rispetto a coloro che sostengono l’ipotesi contraria, rimane da considerare una terza opzione:
Forse, semplicemente, le due dottrine si svilupparono in maniera parallela.
E a ben guardare, persino una quarta opzione: forse la somiglianza tra le due dottrine è talmente superficiale in realtà da non sussistere…la dottrina pitagorica così come ci viene riportata credeva nella trasmigrazione delle anime attraverso tutte le forme viventi, i Druidi invece credevano nella rinascita dell’anima in diversi corpi umani e nel loro passaggio dall’uno all’Altro Mondo.
Si potrebbe quindi sostenere che la dottrina pitagorica e quella druidica si escludevano vicendevolmente.


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