Le tante opzioni della crisi coreana

| Venerdi 13 Giugno 2003 - 18:17 | Sabrina Lauricella |

Nuove mosse sulla scacchiera asiatica per il riassetto degli equilibri geopolitici dell’area. Dopo l’accordo della scorsa settimana tra Seul e gli Stati Uniti per il riallocamento delle truppe USA a sud del 38mo parallelo, la Corea del Nord per mezzo della KCNA, l’agenzia di stampa ufficiale, ha messo sotto scacco l’avversario ammettendo, per la prima volta in via ufficiale, di essere impegnata nella produzione di armi nucleari. Dallo scoppio della crisi nell’ottobre 2002, i nordcoreani avevano più volte fatto riferimento alla possibilità di dotarsi di armi “di dissuasione”, validi deterrenti contro eventuali aggressioni statunitensi. Ma mai, fino allo scorso lunedì 9, ne avevano ammesso esplicitamente e attraverso i media di Stato l’effettivo possesso. Lo scopo - afferma il rapporto dell’agenzia stampa della Repubblica democratica popolare di Corea - non è ricattare i paesi limitrofi, ma possedere un deterrente contro la politica ostile degli americani che consenta, allo stesso tempo, di ridurre gli investimenti in armi convenzionali e investire le risorse umane e il denaro disponibile per il miglioramento della situazione economica. Vale a dire: visto che gli Stati Uniti ci hanno tagliato i rifornimenti energetici dal 2002 e che i vari organismi internazionali di credito, come il FMI e Banca Mondiale, fortemente influenzati da Washington, hanno chiuso i rubinetti, noi non possiamo fare a meno di ricorrere al nucleare.
Il messaggio è chiaro e rivolto non solo agli americani, ma a tutti i paesi dell’area (vedi Cina, Corea del Sud, Giappone e, perché no, Russia) in grado di offrire aiuti diretti (come ha già fatto Seul in passato) o di intervenire, anche solo diplomaticamente, per far pressione sul governo USA, affinché riveda le sue posizioni. Non è infatti un segreto che l’economia nordcoreana sia in forte difficoltà e che la dipendenza dagli aiuti umanitari sia sempre più alta; la crisi alimentare peggiora di giorno in giorno, aggravata dalle inondazioni che non molti mesi fa hanno sconvolto parte del paese e distrutto case e coltivazioni. La carestia ha già ucciso moltissime persone. La stabilità politica di Pyongyang potrebbe essere messa a dura prova dal persistere o dall’aggravarsi della situazione, tanto più che per il mantenimento della apparato militare e di polizia interna sottrae risorse che potrebbero essere impiegate per il sostentamento della popolazione. La posta in gioco per il paese un tempo sotto la sfera sovietica è quindi molto alta: la sua stessa esistenza. A minarla si è aggiunto il riavvicinamento tra Seul e Tokyo, ufficializzato lunedì scorso con il comunicato congiunto dei due governi che ha chiuso il viaggio in Giappone del presidente sudcoreano Roh Moo-hyu. Il summit con il primo ministro giapponese Junichiro Koizumi, durato quattro giorni, teoricamente è stato organizzato proprio per cercare una soluzione pacifica e diplomatica alla crisi causata dal programma nucleare di Pyongyang. Di fatto, ha condotto ad un importantissimo e storico cambio di rotta nelle relazioni nippo-coreane, decisamente fredde sin dalla conquista giapponese della penisola nel 1905 e, successivamente, dalla spartizione della Corea tra sovietici e americani dopo la sconfitta del Giappone da parte degli alleati. A cinquant’anni dall’armistizio del 27 luglio 1953, le due nazioni hanno colto l’occasione per riaprire il dialogo ma anche per trovare valide risposte politiche ed economiche al dilagare della presenza americana nell’area e magari all’eccessivo apprezzamento dello yen, che mette sotto pressione le esportazioni nipponiche. A tale scopo i due leader politici hanno parlato di sviluppare i rapporti bilaterali e di avviare negoziati per un’area di libero scambio commerciale, forse nella speranza che un domani si possano coinvolgere anche altri paesi asiatici come ad esempio la Cina, il più grande, ambito e inconquistato mercato mondiale. Evidentemente, un progetto del genere nel sud-est dell’Asia non può non scontrarsi con gli interessi americani. La crescente richiesta di oro nero da parte dei paesi asiatici in rapida crescita economica, infatti, ha fatto sì che negli ultimi decenni la “piazza asiatica” sia divenuta il punto principale di confluenza del greggio proveniente da diversi produttori del mondo. Grazie alle nuove posizioni acquisite in Afghanistan ed Iraq, Washington è oggi in grado di influenzare più che mai il mercato del petrolio, oltre ad avere un controllo militare e di intelligence su gran parte del continente. Ciò significa poter gestire le fonti energetiche dei propri concorrenti commerciali, come l’Unione Europea, il Giappone e la Cina, che proprio da questa piazza importano la maggior parte del petrolio di cui necessitano (gli Stati Uniti ne importano invece meno di un quarto). È assai improbabile che Washington in futuro si astenga dall’usare quest’arma per accaparrarsi una fetta, più grande possibile, del mercato cinese. Intanto la risposta americana è arrivata per bocca del premier conservatore australiano John Howard, che ha dichiarato che il suo paese è impegnato in dialoghi con l’amministrazione Bush per realizzare un blocco navale alla Corea del nord. Sembra che nel progetto sia stato coinvolto anche il Giappone mentre ne sia esclusa la Corea del sud. L’accusa mossa a Pyongyang è di usare le navi per fare un commercio di armi e di stupefacenti. Inoltre secondo un giornale conservatore giapponese, “fonti sudcoreane” (probabilmente un modo diplomatico per intendere la CIA...) sostengono che esperti nucleari iraniani avrebbero durante l’anno visitato più volte la Corea del nord per acquistare armi atomiche da Pyongyang. Se confermata (o ritenuta vera...) la notizia darebbe agli Atlantici la possibilità di giustificare un eventuale intervento in Iran e in Corea allo stesso tempo. Proprio ieri gli americani hanno affermato per bocca di Perle che potrebbero essere necessarie “operazioni chirurgiche” negli impianti nucleari nordcoreani. In ogni caso è indubbio che la realizzazione di un blocco navale (che tra l’altro significherebbe un ampliamento dell’embargo per la Corea del nord) richiederebbe una modifica del diritto internazionale visto che, al momento, non è possibile fermare navi in acque internazionali. Una modifica ad hoc e, evidentemente, mirata contro Pyongyang. Anche il governo australiano ammette che la cosa potrebbe essere molto pericolosa per il già fragile equilibrio dell’area e che per realizzare un contingente internazionale con tale scopo sarebbe necessario l’intervento dell’ONU. Intanto l’agenzia ufficiale nordcopreana ha fatto sapere che il ministro degli esteri non parteciperà al prossimo Forum regionale annuale dei paesi dell’ASEAN (ARF) che inizierà il prossimo 18 giugno.
Intanto Seul e Tokyo sperano di poter comporre diplomaticamente la crisi, anche se non si sono trovati d’accordo sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Corea del nord nel caso in cui si rifiuti di porre fine al programma bellico. Il premier sudcoreano, desideroso forse di non chiudere per sempre il discorso riunificazione che poco prima dall’inizio della crisi sembrava essere una opzione possibile, spinge per il “dialogo”: all’inizio della settimana un alto funzionario di Seul ha dichiarato, al riguardo, che il suo governo è fortemente convinto che Pyongyang usi il ricatto nucleare per ottenere aiuti economici e garanzie sulla sicurezza del suo governo.
Diversamente il Giappone, sentendosi più minacciato dall’atteggiamento aggressivo della Corea del nord, non esclude la possibilità di “pressioni” più forti per “incoraggiare” una soluzione pacifica del problema, tanto più che dalla guerra in Afghanistan ha potuto riarmarsi.
Tutto ciò non è sfuggito al governo nordcoreano che, con la dichiarazione di lunedì, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, tranquillizzando i due vicini circa le sue intenzioni e aprendo indirettamente uno spiraglio ad un’eventuale collaborazione economica e politica. Sottolineando le necessità del paese, inoltre, ha lasciato intendere che eventuali aiuti esteri potrebbero dissuaderlo dal fare ricorso al nucleare. Staremo a vedere se i paesi dell’area raccoglieranno l’invito - tanto più che non vedono di buon occhio un eventuale conflitto - o se prevarranno gli interessi geopolitici ed economici di Washington. Gli Stati Uniti, intanto, per bocca del Segretario di Stato Powell hanno dichiarato martedì che continuano a preferire una soluzione diplomatica, anche se non hanno specificato l’eventuale moneta di scambio che sono disposti a concedere.
Quale sarà, quindi, la prossima mossa USA?
Tenere chiusi i forzieri dei finanziamenti internazionali e mantenere l’embargo sui rifornimenti energetici?
Magari continuando a denunciare all’opinione pubblica la pericolosità del programma nucleare, così da indebolire la Corea del Nord, estendere anche su Pyongyang il controllo - magari con una guerra - ed ostacolare ogni tentativo di aggregazione politico-economica nell’area?
Oppure concedere interventi finanziari a sostegno del disastrato sistema produttivo nordcoreano e riaprire i negoziati -interrotti ad aprile - tra Corea del Nord-Usa-Cina, allargandoli poi a Tokyo e Seul, in un clima di collaborazione e rafforzamento dei rapporti tra i paesi dell’area?
La partita a scacchi continua, ma ben conosciamo le opzioni preferite dalle parti della Casa Bianca.



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