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  1. #1
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    Predefinito Domani è il gran giorno...

    ...della kermesse azzurra; facciamo un po' di memoria sul come ci si è arrivati.

    Questo governo sostiene l'azione dei giudici. Questo governo difende l'indipendenza della magistratura. Di più: questo governo si schiera con i movimenti di impegno e di protesta nati in questi anni a sostegno dell'azione dei «togati».
    Con questo programma il 16 maggio del 1994, l’allora neopresidente del consiglio Silvio Berlusconi si presentò alla Camera dei Deputati.
    A ricordarcelo, dieci anni dopo, è un libro di Gianni Barbacetto, «B. Tutte le carte del Presidente», edito da Marco Tropea, che uscirà il prossimo 10 febbraio e che ricostruisce giravolte e angoli oscuri dell'itinerario berlusconiano attraverso un'antologia di documenti, scritti e discorsi.
    Scritti e discorsi tanto più utili visto che molti, oggi, credono di ricordare il Berlusconi di dieci anni fa. Ma forse si sbagliano. Berlusconi dice di volere essere sempre uguale a sè stesso. Invece - e il libro lo documenta - cambia a poco a poco, sfumando in un'immagine nuova.
    Dieci anni fa era da poco passato l'apogeo di mani pulite, e Berlusconi non poteva non modellare la sua immagine ufficiale sui sentimenti della "gente”, e sui sondaggi:
    «Questo governo - diceva allora - è dalla parte dell'opera di moralizzazione intrapresa da valenti magistrati, dalla grande stampa di informazione e da quei settori del mondo politico e sociale che in quell'opera si sono riconosciuti».
    Perfino i giornalisti che sostenevano i giudici milanesi non erano, dieci anni fa, comunisti disinformatori. Neanche i movimenti della società civile lo erano. Parlando di criminalità Berlusconi affermava:
    «Hanno avuto ed hanno un grande valore, accanto all'opera di tanti magistrati probi, di tanti agenti di polizia e carabinieri, e delle stesse forze armate della Repubblica, i movimenti di impegno e di protesta che intorno alla questione della criminalità e della mafia hanno fatto sentire la loro voce».

    Falcone e Borsellino erano morti da poco. La stagione degli attacchi alla magistratura doveva ancora venire. Il Berlusconi del 1994 sembrava, insomma, tutto dalla parte dei giudici:
    «Da questo governo - spiegava - non verrà mai messa in discussione l’indipendenza dei magistrati e sarà dato impulso a un’amministrazione equilibrata e saggia della giustizia penale, affinché lo svolgimento dei processi pendenti a carico di numerosi imputati di concussione e corruzione si compia in un clima di civiltà giuridica e di rispetto di tutte le regole, da quelle che tutelano i pubblici ministeri a quelle che tutelano le parti civili e gli imputati».

    Con il senno di poi è facile leggere fra le righe di quest’ultima osservazione l’annuncio del Berlusconi futuro, quello schierato solo a difesa dei suoi interessi. Ma nel 1994 chi se ne sarebbe accorto? Berlusconi aveva scelto di impostare l’immagine pubblicitaria del suo movimento sul valore «novità».
    Forza Italia nasceva, nel discorso registrato il 26 gennaio ad Arcore, come una «libera associazione di elettrici e di elettori di tipo totalmente nuovo», perché «la vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi», dopo «l’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e del finanziamento illegale dei partiti».
    Berlusconi ha la mania della novità, anche a costo di cancellare il passaggio del tempo, di nascondere le rughe con un trucco. Ha la smania di proiettarsi nel futuro.
    Ma gli slogan di quel primo discorso, riascoltati troppe volte in questo decennio, paiono ormai gusci vuoti:
    «La storia d’Italia è a una svolta. Vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politica senza mestiere. Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno, quello di un’Italia più giusta...»

    Dieci anni fa come oggi.

  2. #2
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    Predefinito

    Ecco cosa ha prodotto e produce il lascito ereditario, prodotto da Bettino e dalla frantumazione democristiana...

    Nulla è cambiato perché è nei loro geni...
    Se questo è il nuovo che avanza, tanto valeva tenerci il "prodotto originale"!?

    Al cantar l'uccello ...

    B.

  3. #3
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    Predefinito Un testimone oculare

    Dotti: ha venduto un detersivo
    di Susanna Ripamonti

    MILANO. Lui li conosceva bene. Vittorio Dotti, ex capogruppo alla Camera di Forza Italia, ex avvocato di Silvio Berlusconi, ex fidanzato di Stefania Ariosto, dieci anni fa era un uomo di punta dell’allora neonato partito di maggioranza. Lui era la colomba, esponente della componente moderata, più disposta al dialogo con l’opposizione, Cesare Previti il falco, vorace predatore della cosa pubblica e in questo, fedele interprete della concezione dello Stato del premier. L’ala rapace di Forza Italia non ha mai smesso di rimproverargli di aver usato Stefania Ariosto per annientare gli avversari interni al partito. Lui ha sempre risposto che solo uno sprovveduto avrebbe potuto usare una mina vagante come l’incontrollabile teste «Omega» per aprirsi un varco nella giungla forzista ed eliminare la concorrenza. I risultati del resto sono sotto gli occhi di tutti: ha lasciato la politica, ha perso il suo cliente più prestigioso e solo adesso è timidamente approdato a una nuova esperienza politica, aderendo al movimento dei Repubblicani europei, componente della lista Prodi, che parteciperà alle elezioni europee don Ds, Margherita e Sdi.
    Avvocato Dotti, lei è uno di quelli che possono dire: “io c’ero”.

    Quando Berlusconi decise di scendere in campo, candidandosi come l’uomo nuovo che avrebbe risolto tutti i guai dell’Italia, per gente come lei era già chiaro il bluff?
    «Vede, Berlusconi ha venduto l’idea di un nuovo partito esattamente come si vende un detersivo. C’era un aspetto mediatico, che naturalmente era molto diverso dal contenuto anche se in quel momento poteva essere seducente l’idea di un partito che annunciava tra i suoi obiettivi la valorizzazione del mercato, che a suo dire era soffocato da lacci e lacciuoli che compromettevano la possibilità di creare nuovi posti di lavoro. E poi c’era una novità oggettiva: col disfacimento diei vecchi partiti moderati si apriva un vuoto che poteva essere riempito da una forza politica moderna, liberale, in un momento in cui tutti si definivano liberal, anche i comunisti».

    Parliamo del pacco, della confezione regalo con cui Berlusconi ha venduto il suo prodotto...
    «Berlusconi ha sempre sovrapposto il veicolo e il contenuto esattamente come fa adesso. Si fa il lifting ed è convinto di ottenere consenso perchè appare più giovane, fresco, energico. Quello che conta è l’immagine, anche perchè il contenuto riguarda soprattutto lui. La politica di Forza Italia risponde principalmente ai suoi interessi, è sempre stato così. Per raggiungere l’obiettivo si è circondato di politologi e di sondaggisti, che gli avevano prospettato una facile vittoria e così è stato».

    Tra i suoi consiglieri c’era anche Bettino Craxi. Esatto?
    «Io non vivevo ad Arcore e non sono stato testimone diretto di incontri tra lui e Berlusconi, ma sicuramente Craxi ha avuto un peso decisivo nel convincerlo a creare un nuovo partito, come del resto lo hanno avuto altri esponenti della vecchia Dc, che poi non a caso sono entrati in Forza Italia. Ma la spinta decisiva è arrivata da Dell’Utri».

    Perchè è stato decisivo il ruolo di Dell’Utri, lui dirigeva Publitalia, l’agenzia di raccolta di pubblicità della Fininvest....
    «Proprio per questo. Lui conosceva il mercato. Gli agenti di Publitalia erano in contatto con la gente più importante di tutte le province d’Italia, erano in grado di convincere gli imprenditori a portare decine di miliardi nelle casse delle tivù di Berlusconi, figuriamoci se non sarebbero stati in grado di convincerli a votare per l’uomo che prometteva le cose che stanno più a cuore alla piccola e media impresa: meno tasse, liberalizzazione del mercato del lavoro.... Dell’Utri aveva tutti i contatti, era a capo di questa rete e proprio per questo era certo della possibilità di farcela».

    Insomma, un’operazione di marketing in senso stretto. E quali erano i criteri di scelta dei dirigenti, dei candidati?
    «Berlusconi non ha mai fatto l’esame finestra per decidere se qualcuuno aveva o non aveva capacità politiche. Ha scelto i suoi amici, i suoi professionisti e poi si è appoggiato alla rete di Publitalia che convogliava finanziamenti e sostenitori. Ricordo le serate ad Arcore, in cui lui stesso teneva dei corsi di formazione e di indottrinamento. Esattamente come si addestrano dei piazzisti, degli agenti di vendita. La regola fondamentale era quella di individuare chi riusciva meglio in televisione. Direi che il criterio di selezione era principalmente questo. Il resto non gli interessava: i suoi candidati sono solo un numero, una massa di manovra di cui disporre».

    In Forza italia lei era la Colomba e Previti il Falco. Ma che spazio aveva un moderato nella gabbia dei rapaci?
    «Molto poco direi, i falchi hanno vinto subito, anche perchè Berlusconi ne faceva parte. Volevano lo scontro frontale con l’opposizione, ma all’epoca non erano così palesi gli obiettivi che col senno di poi tutti abbiamo capito. Certo, se avesse detto subito che il suo obiettivo era quello di delegittimare la magistratura e di sottoporla al controllo dell’esecutivo, io non sarei mai entrato in Fi. Non mi sarei certamente trovato d’accordo con tutte le leggi fatte in questi anni, che avevano come unico scopo quello di impedire i processi contro Previti e il premier. È una battaglia che non avrei mai condiviso, così come non sono d’accordo coi tentativi di riformare la costituzione e di annientare gli organi di controllo e di garanzia come la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica».

    Il tutto mentre Berlusconi non ha ancora risolto il problema del conflitto di interessi.
    «Il vero problema di Berlusconi è che non può e non vuole separare i suoi interessi professionali dal suo ruolo politico. Peccato che sia rimasto così impermeabile alla cultura delle istituzioni e che sia così convinto che i suoi poteri gli consentano di realizzare i suoi interessi strettamente personali».

    A questo punto forse, potrebbe ringraziare Stefania Ariosto che l’ha costretta a lasciare Forza Italia prima di mettere a dura prova la sua capacità di resistenza...
    «Diciamo che c’è modo e modo, anche se col senno del poi devo ammettere che sarei sicuramente uscito da Forza Italia, indipendentemente dalla vicenda Ariosto e dalle sue conseguenze».

  4. #4
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    Predefinito Un complice

    "Eravamo nel settembre 1993, Berlusconi mi convocò nella sua villa di Arcore e mi disse: 'Marcello, dobbiamo fare un partito pronto a scendere in campo alle prossime elezioni...' Lui aveva provato in tutti i modi a convincere Segni e Martinazzoli per costruire la nuova casa dei moderati...'Vi metto a disposizione le mie televisioni', aveva detto. Tutto inutile, e allora decise che il partito dovevamo farlo noi. Poi c'era l'aggressione delle Procure e la situazione della Fininvest con 5.000 miliardi di debiti. Franco Tatò, che all'epoca era l'amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d'uscita: 'Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale'... I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l'inchiesta della P2, andò in carcere e perse l'azienda".
    (Marcello Dell'Utri intervistato da Antonio Galdo per il libro "Saranno potenti?", Sperling & Kupfer, 2003).

  5. #5
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    Predefinito Re: Un complice

    In Origine Postato da MrBojangles
    "Eravamo nel settembre 1993, Berlusconi mi convocò nella sua villa di Arcore e mi disse: 'Marcello, dobbiamo fare un partito pronto a scendere in campo alle prossime elezioni...' Lui aveva provato in tutti i modi a convincere Segni e Martinazzoli per costruire la nuova casa dei moderati...'Vi metto a disposizione le mie televisioni', aveva detto. Tutto inutile, e allora decise che il partito dovevamo farlo noi. Poi c'era l'aggressione delle Procure e la situazione della Fininvest con 5.000 miliardi di debiti. Franco Tatò, che all'epoca era l'amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d'uscita: 'Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale'... I fatti poi, per fortuna, ci hanno dato ragione e oggi posso dire che senza la decisione di scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l'inchiesta della P2, andò in carcere e perse l'azienda".
    (Marcello Dell'Utri intervistato da Antonio Galdo per il libro "Saranno potenti?", Sperling & Kupfer, 2003).
    E così ... creato il "partito" ... buttarono l'esca e tante banane ... abboccarono ...

    Al cantar l'uccello ...

    B.

  6. #6
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    Predefinito Re: Re: Un complice

    In Origine Postato da Barbanera
    E così ... creato il "partito" ... buttarono l'esca e tante banane ... abboccarono ...

    Al cantar l'uccello ...

    B.

  7. #7
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    Predefinito Il gosth writer

    "Sì, Berlusconi è entrato in politica per impedire che gli portassero via la roba"
    (Giuliano Ferrara, La Stampa, 25 febbraio 1994).

  8. #8
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    Predefinito Premonizione?

    Il fascino pericoloso dell’uomo di Arcore
    di Andrea Barbato

    Questo articolo è stato pubblicato dieci anni fa sull’Unità, il giorno della discesa in campo di Berlusconi.

    Arriva, volando sull’onda elettronica come una Mary Poppins della politica, l'uomo di Arcore. Arriva già preconfezionato, precotto, in kit di montaggio, istruzioni incluse. Uguali come clonazioni, parlano le cassette registrate, non l’uomo in carne e ossa: non siamo nell’era dei messaggi? E del resto, in un’occasione ufficiale come una dichiarazione di guerra, perché sottoporsi a domande, tanto più se si possiedono personalmente microfoni e telecamere? Così, l’Italia pre-elettorale ascolta il sermone del replicante, magari cerca di articolarlo e spezzettarlo, ma il risultato è lo stesso. Forse si può partire da qui, da questa singolare scelta dell’autointervista, per cercare di capire chi è l’uomo del destino, e di indovinare se quello splendido villone brianzolo dai viali innevati sarà una Versailles o una Sant’Elena. Forse Berlusconi (insieme al diversissimo Di Pietro) è il personaggio più popolare d’Italia: e anzi ci sembra di ricordare un’indagine d’opinione nella quale precedeva - nella classifica di celebrità di tutti i tempi - addirittura Gesù Cristo. È diventato quasi un sinonimo: di abilità imprenditoriale, di successo rapido. Agnelli si nasce, Berlusconi si diventa. Ecco l’esempio pratico di come chiunque, con laboriosità spregiudicata, potrebbe diventare miliardario, tirare le fila di quel grande teatro dei burattini che è l’universo dell’informazione e dello spettacolo, mettere in riga i potenti magari esaudendo i loro desideri, e in fine presentarsi come il salvatore della patria, il raddrizzatore dei torti, la fata del libero mercato, il mago che può salvarci dal fisco incontentabile, ma soprattutto dal totalitarismo statalista e collettivista.

    Piano-bar e finanza
    Che si vuole di più? Di Berlusconi, gli italiani sanno tutto: la sua carriera, il suo passato di intrattenitore da crociera, l’edilizia, i quartieri residenziali milanesi, il gran salto nell’affare televisivo, l’infortunio della iscrizione alla P2, la conquista della Mondadori e della Standa, l’estensione di un immenso impero economico-finanziario sia pure lesionato da debiti immani, i successi sportivi con il Milan... C’è poco da raccontare, in una biografia così pubblica, che si svolge tutta all’aperto, sotto gli occhi di una folla che è anche utente e spettatrice. Cosa rivelare che già non si sappia sulle riunioni di Arcore, sulle amicizie politiche, sugli aneddoti personali? Berlusconi è stato senza dubbio, nel bene e nel male, il protagonista degli anni Ottanta, decennio di ascese e cadute, di spregiudicatezze e di rampantismo, di grinta e di complotti. Oggi che Berlusconi si ricicla, si propone come uomo nuovo, bisognerebbe ricordargli (ma si può dialogare con una cassetta magnetica?) che mai nessuno è stato fortunato come lui nei rapporti con la vecchia classe politica, quella che gli italiani dovrebbero essere chiamati a seppellire. Nessuno ha goduto dell’appoggio più diretto del lungo governo del suo strettissimo amico Craxi e dei suoi alleati dc, durante la IX legislatura. Prima con l’assenza di leggi, poi con leggi e decreti favorevoli, il tutto in una materia - la comunicazione - che è strettamente legata al consenso, alla manipolazione delle idee, e quindi in ultima analisi alle scelte politiche. Berlusconi ha avuto l’intuito e l’abilità di non indossare un’uniforme, di non percorrere la strada maestra del fiancheggiamento. Ha usato la benzina politica per crearsi una sua macchina particolare, colorata, sfavillante. Ha ricercato con meticolosità i gusti, le attese, le debolezze, i desideri della platea, e ha fatto di tutto per soddisfarli.

    L’ingrediente soft
    Il meccanismo è semplice e geniale: io somiglio a voi tutti, e vi do quello che chiedete e vi aspettate, e noi tutti cresciamo insieme e ci somigliamo sempre di più. Se questo ingranaggio fosse applicato (come accade nella storia) a pulsioni nazionalistiche, o militaresche, o etniche, o religiose, si avrebbe un regime di tipo mediorientale o sudamericano. Ma Berlusconi, nel trasferirlo in politica, si è portato via il suo materiale soffice: il consumo, l’applauso, il sorriso a tutta bocca, l’ammiccamento, la risata. Non è difficile, nell’Italia melensa e immemore, trasformare tutto questo in progetto, club di buongoverno, tricolore di Forza Italia. Dunque, sul fondo, c’è un’ideologia berlusconiana. Parte dal denaro, si occupa del denaro, arriva al denaro. Ma Paperone non c’entra: ora sappiamo che l’oro è anche uno strumento di potere. Prima di tutto, per difendere l’oro stesso, minacciato da statalismi, concorrenze, sinistrismi. Poi, per stimolare quel mondo di marionette litigiose che, visto da Arcore o dall’elicottero della Fininvest, sembra essere il mondo politico. Un mondo di ietti, ambiziosi, straccioni, incapaci di comunicare. Lui, Berlusconi, ha i soldi, che da sempre muovono la politica. Ma ha anche gli strumenti della comunicazione, che sono i mattoni del consenso. Le idee diverse, il pluralismo? Sono utili alle aziende, muovono la scena: non ci sarebbe Otello senza Iago, ma Iago è pur sempre il tortuoso traditore. Meglio rinchiudere tutto nella confezione di una cassetta.Su Berlusconi sono state scritte biografie, alcune perfide, altre agiografiche.

    Disprezzo per la politica
    Il suo stile sbrigativo piace a molti, che forse confondono quel carattere, così utile a un imprenditore, per una promettente qualità politica. Sarebbe anche lungo elencare le ragioni degli altri, di quelli che hanno riflettuto sui pericoli dell’ingresso di Berlusconi in un’area che in marzo potrebbe arrivare addirittura al governo. Si possono diluire i propri interessi personali negli interessi generali? Ci sarà una grave confusione fra chi sarà chiamato a decidere e chi beneficerà di quelle decisioni? Ci può essere lealtà competitiva se uno dei concorrenti dispone - malgrado rinunce formali - di un grandioso apparato di imbonimento, una fabbrica di cassette e di opinioni in cassetta? E su quale idea delle libertà, della società, dell’etica, della solidarietà, delle passioni civili, è fondato un progetto politico che sembra scritto su un fissato bollato? Si può fondare un movimento utile e duraturo basandolo sulla paura di qualcosa che non c’è (il comunismo), sulla caricatura degli avversari, su fantasiose promesse fiscali, su vaghezze nominali come la liberal-democrazia, su regole di mercato che lo stesso gruppo ha allegramente eluso e violato negli anni, sull’unico ideale del consumo...? Consumo di speranze, colori, musiche... La vita non è un quiz, l’amministrazione pubblica non è le ruota della fortuna, le idee della gente non sono un karaoke. Se il successo di Berlusconi invita a riflettere (anche sulla sua indubbia bravura) e rispecchia un’Italia che vorrebbe essere spensierata e spregiudicata anche a costo di chiudere gli occhi, è l’ambizione di Berlusconi il nuovo dato da esaminare, perché un uomo che ha già tutto gioca una partita così grossa e rischiosa? Le risposte possibili sono molte. Perché solo così può sperare di salvare ciò che ha. Perché è sempre stato un giocatore. Perché disprezza la politica. Perché il potere che ha non gli basta più. O, infine, perché crede in quel che dice. Fra tutte, questa, sarebbe la risposta più allarmante.

  9. #9
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    Predefinito

    In Origine Postato da Barbanera
    Ecco cosa ha prodotto e produce il lascito ereditario, prodotto da Bettino e dalla frantumazione democristiana...

    Nulla è cambiato perché è nei loro geni...
    Se questo è il nuovo che avanza, tanto valeva tenerci il "prodotto originale"!?

    Al cantar l'uccello ...

    B.
    Che ingrati, questi berluschini; NON intervengono NE' sulla cronaca (se non per sparare le solite mazzate) NE' sulla LORO storia...

  10. #10
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    Predefinito A posteriori...

    ...senza specificare i "posteriori" di CHI.


    Invece di andare a Nassiriya
    di Antonio Padellaro

    Oggi, a Roma, non si celebra, come annunciato, il decennale della fondazione del partito azienda ma si officia la divinizzazione di un potente miliardario. L’altro giorno, su queste colonne, avevamo scherzato sui prodigi del premier scomparso e sul rito della sbendatura post lifting. Quando, però, si apprende cosa succederà, dalle undici in poi, nel Palazzo dei Congressi all’Eur, passa la voglia di ridere. Cori polifonici che intonano gli inni (di Berlusconi). Il Credo Laico (in Berlusconi) declamato dalla meglio gioventù del partito. La Carta dei Valori (di Berlusconi) distribuita ai 1500 fedeli, scelti tra i più devoti. La liturgia è quella delle funzioni in cattedrale: pueri cantores e sbuffi d’incenso, nell’attesa che l’Operato del Signore si manifesti alle folle adoranti. Tuttavia, c’è del metodo in questa farsa. Sarà propaganda pura per le televisioni di tutto il mondo. Sarà il piatto avvelenato servito ai riottosi alleati. Esponenti della «vecchia politica» che il presidente-padrone sostiene, non a torto, di avere miracolato, ma che adesso considera alla stregua di nociva zavorra (la storia che nella Cdl un partito del 3 per cento non può contare come il 60 per cento di Forza Italia). Sarà, soprattutto, l’ascensione del premier verso il record di preferenze alle prossime Europee; perfino oltre i tre milioni di voti ottenuti cinque anni fa. Il plebiscito con cui egli intende surclassare qualsiasi potenziale concorrente (Fini). O qualsiasi attuale avversario (Prodi) o futuro rivale (Ciampi). Entrambi, non a caso, pesantemente attaccati sulle presunte colpe dell’euro nel crescente costo della vita.
    In un classico sulle tecniche di dominio («Le 48 leggi del Potere»), Robert Greene e Joost Elffers illustrano i fondamenti di un sistema fideistico applicato alla politica.
    Primo, promettere qualcosa di grande e di innovativo ma con parole vaghe e concetti di assoluta semplicità. Secondo, preferire il visivo e il sensoriale al razionale; circondarsi di lusso, abbagliare i seguaci con mirabolanti splendori, riempire i loro occhi di spettacolo. Terzo, ispirarsi alle religioni ufficiali per strutturare il gruppo; creare riti per i seguaci e organizzarli gerarchicamente. Quarto, mascherare le fonti di reddito e convincere gli adepti che dall’aver fede nel leader non può venire loro che bene. Quinto, porre le basi della dinamica «noi-contro-tutti»; costruire la nozione di un nemico infido che trama per la rovina del gruppo: un esercito di non-credenti disposto a fare qualsisai cosa per fermare le forze del bene. Spiegano gli autori: qualsiasi individuo esterno al gruppo che tenti di rivelare la natura ciarlatanesca del sistema fideistico potrà da quel momento in poi, essere identificato come appartenente a questa forza nemica. Non siamo sicuri che Berlusconi abbia letto Greene ed Elffers. Sappiamo, però, che oggi, all’Eur, tutto ciò sarà lì, tragicamente visibile.
    Ha scritto Pierluigi Battista («La Stampa», 19 gennaio) che dal giorno della famosa discesa in campo Berlusconi «sembra avere invaso ogni angolo dell’immaginazione politica, del discorso pubblico, delle passioni diffuse». È certamente così anche se chi dovrebbe rappresentare l’opinione pubblica a questa invasività troppo spesso non sa dare che risposte indulgenti. Prendiamo il cosidetto mistero del lifting. Per quasi un mese del presidente del Consiglio, segnalato in quel di Porto Rotondo, non si ha notizia alcuna. La cosa diventa più strana e imbarazzante quando tutti, dicasi tutti i premier della coalizione pro Usa trovano il tempo e il cuore per fare visita, in Iraq, ai soldati dei loro contingenti. Berlusconi no. Per gravi ragioni di sicurezza, spiegano trepidanti le fonti ufficiali. Qualcuno (questo giornale) chiede se, per caso, una così prolungata assenza sia dovuta a cause di forza maggiore. La cortese risposta è: siete uccelli del malaugurio, il presidente sta come un fiore. Si apprende poi che il fiore si è sottoposto a un intervento blefaroplastico. I giornali (quasi tutti i giornali) prendono la cosa benone. La stampa internazionale («Financial Times», «El Pais», «Indipendent») si mostra sbalordita ma qui da noi nesssuno (quasi nessuno) batte ciglio. Anzi, si chiedono lumi ai più autorevoli bisturi che spiegano come il presidente avesse «un marcato rilassamento della pelle del collo»; ma che ora, fortunatamente, «il collo è fresco e la linea della mandibola ben definita» («Corriere della sera»). C’è chi apprezza «la ricerca dello stupor mundi facendo teatro del proprio corpo». E chi si congratula per «l’esordio leggero e la cantatina non impegnativa» dell’altra sera a via dei Coronari («La Repubblica»). Un giornalismo blefaroplastico, liftato, che sa stare al mondo, che non ha certo bisogno delle sgridate preventive dei guardiani della liposuzione: «Migliorarsi non è in sé censurabile: e il farlo con gli strumenti della tecnica, pure a dispetto dei moralisti polverosi, che in Italia abbondano, è solo un omaggio alla modernità» («Panorama»). Purtroppo è vero. Siamo dei moralisti polverosi. E non saremo mai moderni. E neppure off shore. Per questo oggi festeggiamo, in meritata solitudine, i peggiori dieci anni della nostra vita.

 

 
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