Dalla metà degli anni `30 ad oggi, i servizi segreti israeliani si sono sempre spinti molto al di là dei tradizionali compiti di spionaggio e controspionaggio perseguendo obiettivi che si sono sovrapposti alla sfera della politica
Una storia intrigante Un intreccio inestricabile di pericolo e fascino cui non sfugge «Mossad», il volume di Benny Morris e Ian Black ora tradotto, per Rizzoli, da Enzo Peru
DAVID BIDUSSA

Come trattare il mondo dello spionaggio? E' possibile farne una storia - possibilmente anche critica, evitando accuratamente il continuo scontrarsi con il complesso fantasmagorico e fascinatorio del mondo delle spie e degli agenti segreti? Il mondo dello spionaggio ha radunato nell'immaginario collettivo la somma di tutte le proiezioni morbose che ci trasciniamo nel nostro Io profondo: sesso sfrenato, senso del rischio, estetica dell'eroismo, possesso della tecnologia più sofisticata.
Questa è l'icona della spia. In parte corrisponde a un immaginario che ci trasciniamo dietro dalla figura del traditore o del doppiogiochista così come spesso ce lo hanno raccontato i romanzi di appendice; in parte corrisponde a una dimensione del conflitto tra Stati in cui le figure principali sono aristocratici e «parvenus» che si incrociano e più spesso intrecciano relazioni in cui il sesso gioca un ruolo e ancora di più la doppiezza. Di solito a questo meccanismo non sfugge l'icona della presunta perfidia femminile (Mata Hari è o non è l'icona proiettata di un universo maschile e guerriero, popolato e succube dell'oppressione di un tradimento femminile, comunque dove domina la perversione della femmina?).
Per certi aspetti il volume di Benny Morris e Ian Black - Mossad, traduzione di Enzo Peru, Rizzoli, pp. 669, euro 22,00 - «non delude». Infatti, anche qui ritornano o si ripetono quelle storie in cui l'elemento del rischio si associa all'utilizzo della dimensione del fascino e della circuizione. E' il caso, per esempio, di Yolande Harmer - poi Yolande Gabai - figura controversa di spia prima al servizio degli israeliani e poi in una posizione di ambiguità sotto un test continuo di fedeltà durante il suo soggiorno parigino alla fine degli anni `40 dopo una fase di «quinta colonna» tra i diplomatici occidentali e arabi presenti al Cairo, città o in cui opera per conto del servizio israeliano nei mesi tra la dichiarazione di spartizione dell'Onu (29 novembre 1947) e i primi mesi della prima delle guerre tra Israele e i suoi vicini (1948).
Quella del Mossad è una storia che assomiglia a molte altre in termini di insieme di successi e di insuccessi, di vicende in cui si intrecciano sospetti, intrighi, doppiogioco e incertezze. Ma è anche una storia che presenta alcune specifiche. Queste linee costituiscono la vera ossatura del libro.
Per una lunga fase (grosso modo il quindicennio che intercorre tra la metà degli anni `30 e l'inizio degli anni `50) organizzare la rete spionistica significa pensare a costruire la rete logistica - di supporto locale organizzativo, ma anche di sistema di favori - in grado di non ostacolare il processo di immigrazione ebraica. In quest'ambito il servizio di controspionaggio è essenzialmente un servizio di distrazione della potenza mandataria prima e poi dei regimi che non permettono o che con molta lentezza concedono visti di uscita. Si tratta di corrompere, comprare, favorire i percorsi alternativi di uscita.
E' un tipo di strategia che tornerà più volte anche nell'Europa della guerra fredda e che assume nel quadro di Israele una specifica fisionomia e una ben precisa funzione: non si tratta di dimostrare alcuna superiorità ma di garantirsi una soglia minima demografica in grado di permettere una mobilitazione interna. Ovvero di fare massa.
In questo quadro la conoscenza del potenziale militare e del quadro interno dei paesi confinanti non costituisce il problema principale. Per Israele gli Stati di confine sono nemici, presentano un quadro politico stabile, non si tratta di conoscerne le dinamiche interne, ma di consolidare la propria posizione.
Le cose cambiano nel 1952. In quell'anno il primo quadro politico d'insieme dedicato ai paesi arabi e alla loro situazione interna stilato dal Mossad riferisce di una situazione stabile. Nel luglio del 1952 l'insurrezione degli «ufficiali liberi» agli ordini del generale Muhammad Naguib, ma la cui anima organizzativa è Gamal `Abd al-Nasser, fa cadere la monarchia. Per Israele è una sorpresa totale, ma è, anche, l'indicatore che il proprio servizio di informazioni è completamente inadeguato (per molti aspetti è una situazione che si ripeterà anche nella crisi del maggio 1967 rispetto alla situazione della Giordania).
L'inizio della politica di penetrazione non più finalizzata all'immigrazione (un'ultima volta avverrà sempre con una struttura semiclandestina tra 1956 e 1961 e interesserà il Marocco), ma alla conoscenza delle trasformazioni che coinvolgono i singoli paesi arabi da l'avvio a una nuova fase.
In questa nuova fase non contano più solo le strutture operative logistiche proprie. Conta la rete di conoscenze, di quinte colonne interne, di rete di informatori interni di cui è possibile dotarsi. Conta anche una strategia volta alla destabilizzazione interna di alcuni paesi confinanti - è il caso dell'Egitto dove nel 1954 il Mossad opta come servizio di destabilizzazione anche in contrasto con le linee adottate dal Ministero della Difesa.
Questa nuova strategia inaugura una nuova stagione di intelligence secondo due registri: da una parte una azione volta a colpire personalità chiave nel campo avversario (è il caso dei due attentati a Mustafa Hafez , direttore dello spionaggio militare nella striscia di Gaza e a Salah Mustafa, suo rappresentante in Giordania, uccisi con la stessa tecnica - un pacco-bomba - l'11 e il 12 luglio 1956). Dall'altra l'innalzamento del controllo interno delle opposizioni e/o dei possibili attori politici in alternativa o destabilizzanti rispetto al gruppo laburista di maggioranza.
Il servizio di controspionaggio inizierà così tra 1952 e 1955 a sorvegliare tanto i partiti della coalizione di destra, tanto i partiti della sinistra sospetti di avere simpatie con L'Unione Sovietica. Tra gli anni '50 e gli anni `60 il tema del controspionaggio interno avrà un peso determinante e significherà anche il lento deterioramento delle forze del sionismo socialista (ovvero del Mapam) ancora con simpatie per il mondo socialista dei paesi del blocco sovietico. Quest'attività rientrerà più generalmente nella lotta alla presenza sovietica militare e di supporto scientifico per l'armamento in particolare in Egitto.
Con la «Guerra dei Sei Giorni» la strategia cambia. L'inizio della guerra israelo-palestinese costringe a tattiche diverse, all'infiltrazione, alla corruzione, alla delazione in cambio di protezione. Questo in una fase in cui la guerra di confronto si svolge nel quadro territoriale israelo-giordano. Uno degli effetti dell'espansione militare di Israele è anche quello di definire l'area dello scontro non solo nei territori occupati, ma anche all'interno della «linea verde» ovvero i confini precedenti al 5 giugno 1967.
Ma la vera svolta è psicologica e politica. La vittoria fulminea, il «blitzkrieg» del giugno 1967 proposto come una vittoria dell'intelligenza sulla forza, della qualità sulla quantità, apre una sfida che si ripercuote sul piano dell'azione terroristica e delle sue repliche da parte del Mossad.
La guerra tra palestinesi e Israele diviene quella dell'astuzia, del colpo mancino, della costruzione affascinante dell'azione esemplare. Sono gli anni degli attentati o degli atti terroristici «sorprendenti» e della vendetta le cui icone fondamentali sono le giornate di Monaco nel settembre 1972 quando la squadra olimpionica israeliana viene sequestrata da guerriglieri palestinesi e l'azione fulminea di annichilimento del commando che a Entebbe libera gli ostaggi di un aereo di linea israeliano. In mezzo ci sta il primo terremoto politico e militare di Israele (la guerra del Kippur) e l'inizio di una nuova parabola che segna una rinnovata stagione di Israele e del suo servizio di controspionaggio: il quadro libanese, la crisi di governo per il controllo del territorio più lunga di quelle aperte nel Medio oriente dall'inizio del processo di decolonizzazione.
Questa nuova situazione propone una strategia articolata: non si tratta più della «guerra sporca» o dell'adozione di sistemi di lotta volti alla eliminazione fisica dell'avversario. La destabilizzazione complessiva dell'area obbliga a una metamorfosi e induce a una politica di schieramento: sono gli anni degli aiuti all'Iran del coinvolgimento di Israele e dei suoi servizi segreti nell'Irangate, sulla capacità o meno di gestire le fughe di notizie che portano allo scandalo Vanunu, ovvero alla conoscenza del potenziale nucleare di Israele da parte di uno dei suoi tecnici.
In tutte queste nuove scene che si susseguono il Mossad, per quanto leggendario e spesso celebrato servizio di controspionaggio di successo, ha sostanzialmente dimostrato tutti i suoi buchi, spesso le sue incertezze, comunque le sue falle.
Che cosa resta dunque? Secondo Morris e Black al di là dei limiti di ciò che si può sapere, della possibilità di leggere fonti, documenti e rapporti, comunque dei limiti posti alla consultabilità delle fonti, resta sul piatto della valutazione storica un fatto: i servizi segreti israeliani si sono sempre spinti molto al di là dei tradizionali compiti dello spionaggio e del controspionaggio. Talora - e forse non a caso nell'ultimo ventennio - hanno assunto decisioni e perseguito obiettivi che si sono sovrapposti alle sfere proprie della politica e della decisione politica.
Laddove il compito rimaneva quello della valutazione e della previsione delle intenzioni e delle capacità militari dei propri vicini, quell'obiettivo è stato sostanzialmente soddisfatto con più o meno successo.
Laddove, invece, il problema era la decisione politica lo scenario cambia e riguarda non più l'esuberanza decisionale, ma la presenza o meno di una classe politica in grado di governare, ovvero dotata di una visione strategica di lungo periodo. In sua assenza conta un dominio imperiale o la capacità della superpotenza di riferimento ad esserci e a pesare.
Ma il problema dello scenario di governo e della capacità di controllo sul territorio rimane, a prescindere dal successo tecnico o specifico sulla congiuntura. Alla fine dunque il problema della storia del Mossad - nei suoi successi come nelle sue sconfitte, ma soprattutto nella sua strategia - non è che un modo di guardare da un angolo specifico lo stesso problema: ovvero la possibilità o meno di un ceto politico di sapere governare e risolvere la crisi regionale in cui si trova collocato. Del controspionaggio come «spy story» giustamente rimane poco da dire e, alla fine, si riduce a uno sguardo voyeuristico, come osservare la storia sociale e politica di un intero contesto attraverso il buco della serratura. Sollecita la fantasia, ma non consente una comprensione maggiormente articolata e informata. Comunque è l'aspetto meno essenziale ed è giusto che rimanga sullo sfondo.