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Roma. Fidel Castro ha organizzato un’oceanica manifestazione di protesta davanti alla nostra ambasciata (e a quella spagnola) all’Avana. Sarà perché l’atteggiamento italiano nei suoi confronti è assai cambiato rispetto all’amichevole accoglienza riservatagli pochi anni fa a Roma.
Siamo nel ’96. Castro, autentica primadonna, sa farsi desiderare: arriva a Roma per il vertice della Fao nel cuore della notte, all’1.30 del 16 novembre, con 24 ore di ritardo. Ufficialmente per via del maltempo. Attorniato da un esercito di guardie del corpo grosse come armadi, cui la polizia italiana affianca gli agenti incappucciati dei Nocs, il caudillo cubano si presenta alla conferenza la mattina stessa.
E la platea, fino ad allora sonnacchiosa, è tutta per lui. Giornalisti e delegati pendono dalle sue labbra di guru del terzomondismo populista. Fidel non li delude: parla sì e no cinque minuti (un’inezia rispetto alle sue abitudini), ma il discorso è una fragorosa invettiva contro l’iniquità del capitalismo, responsabile della morte per fame di milioni d’innocenti. L’uditorio lo applaude convinto.
Nessuno sembra ricordare che le peggiori carestie del secolo si sono verificate sotto regimi comunisti: dall’Urss (1921-22 e 1932-33) alla Cina (1959-61), fino ai paesi africani (come l’Etiopia) beneficiati dall’aiuto fraterno dell’esercito cubano. Anche il premier italiano Romano Prodi, che riceve Castro in pompa magna, è prodigo di elogi verso il suo intervento, che definisce “forte, duro, con molte cose giuste”. Terrà la conferenza finale del vertice Fao a fianco di Fidel, ostentando confidenza. Intanto, la sinistra antagonista va in brodo di giuggiole.
Il Manifesto pubblica come proprio inserto Granma, quotidiano del Pc cubano. Ed è un mezzo autogol, poiché quelle pagine trasudano grigiore burocratico e culto della personalità. I deputati verdi Paolo Cento e Vito Leccese sottolineano che “le ultime elezioni politiche a Cuba si sono svolte sotto la sorveglianza minuziosa degli osservatori internazionali, che nulla hanno potuto denunciare”: peccato fossero monopartitiche. Addirittura estasiata, di fronte a Fidel, è Manuela Palermi, che dirige Liberazione, giornale di Rifondazione comunista: “Carisma? Direi che ha quasi un eccesso di carisma; è la storia, quello che ha fatto, ad averglielo cucito addosso”.
Un vero borghese, parola di Agnelli.
In Castro molti vedono l’ultimo paladino della lotta all’Occidente sfruttatore. Ma il caudillo rosso, per quanto sprezzante a parole verso il capitalismo, non disdegna la buona tavola offerta dai capitalisti: il 17 novembre è ospite per cena a casa Agnelli.
Gianni Agnelli non lesina riconoscimenti a Fidel. Ne parla come di “un uomo che incarna un pezzo di storia, importante”. Ma aggiunge con arguzia che il despota cubano gli è sembrato “prima di tutto un borghese”. Anche il ministro degli Esteri, Lamberto Dini, a lungo dirigente di quel Fondo monetario di cui Castro dice peste e corna, ci tiene a omaggiare il líder maximo. Lo va a trovare nell’albergo dove alloggia a Roma, l’Holiday Inn, unendosi al pellegrinaggio delle più svariate
sinistre.
Con Fausto Bertinotti, Leoluca Orlando, la band dei Nomadi e Michail Gorbaciov (di passaggio), si mette in fila, sia pure con meno entusiasmo, anche una delegazione al massimo livello del Pds.
Massimo D’Alema solleva il problema delle riforme democratiche a Cuba, ma si affretta ad aggiungere che “noi rispettiamo l’autonomia nazionale dell’Avana”, un riguardo che difficilmente avrebbe usato verso una dittatura di colore opposto. In realtà, D’Alema pare infastidito, forse ingelosito, dall’attenzione dei media per Castro e osserva che “forse vi è stata un po’ di sovreccitazione nei mezzi di comunicazione di massa”.
Martedì 19 novembre Fidel si reca in Vaticano, scortato da un corteo di veicoli pieni di uomini armati, tra cui spicca un gippone con un mitragliatore che spunta dal tetto. Si parla di libertà
religiosa a Cuba, dove era stata abolita perfino la festività del Natale, e delle condizioni per un viaggio del Papa nell’isola. La visita pontificale si farà, nel gennaio ’98, ma non avrà, purtroppo, gli effetti di svolta epocale previsti da molti osservatori.
Tuttavia c’è già chi presenta Giovanni Paolo II e Castro come alleati: nella critica all’Occidente affamatore, sostiene Marco Politi su Repubblica, “i due si sentono molto vicini”.
Fidel conclude il soggiorno a Roma con un salto in Campidoglio, dove il sindaco Francesco Rutelli lo accoglie. Baci, abbracci, consegna della Lupa di bronzo al líder. Un trionfo. Altri paesi europei sono meno compiacenti.
Negli stessi giorni si apre una grave crisi diplomatica tra Cuba e la Spagna di José María Aznar, che è il primo partner commerciale dell’Avana ma non cede sui diritti umani. In Italia la questione è ritenuta secondaria. Pochi mesi dopo, il 21 febbraio ’97, Andrea Manzella scrive su Repubblica un articolo in cui, pur riconoscendo la natura autoritaria del castrismo, presenta Cuba come “un modello di Stato sociale funzionante”, esente “da fenomeni di corruzione”, simbolo “di una capacità di resistenza sociale rispetto ai fallimenti del mercato globale”, ed esorta l’Europa a dialogare con Fidel: in materia di welfare “alcuni essenziali problemi cubani sono concettualmente simili ai nostri”.
Giudizi che oggi, all’indomani di fucilazioni e processi farsa, sarebbe imbarazzante ripetere. Ma che forse, placatesi le acque, potremmo tornare a sentire.
saluti




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