Mercoledì, 18 Giugno 2003
IO, AMICO DELUSO DI ISRAELE
di MASSIMO FINI
Sono grato a Riccardo Calimani per la pacatezza con cui risponde al mio duro articolo sul conflitto israelo-palestinese. Forse ha ragione quando scrive che sotto il "velo di sacrosanta amarezza" avverte qualcosa di personale. Sono stato amico di Israele. Per ragioni familiari, perché mia madre, Zenaide Tobiasz, è un'ebrea russa che perse tutti i congiunti sterminati sul fronte sovieto-tedesco (ma io non mi sento e non sono ebreo perché rifiuto qualsiasi legame che non derivi da libera scelta) e per ragioni sentimentali, per il rapporto che mi legava a Nino Seniga, per anni presidente dell'Associazione Amici di Israele.Proprio grazie a Seniga feci, nel 1971, il mio primo viaggio a Gerusalemme, a Tel Aviv, sul Golan, sul Mar Morto. E rimasi affascinato ed ammirato da ciò che il popolo di Israele era riuscito a cavare e a costruire dal e sul deserto. Se i miei amici israeliani mi avessero detto: «Hai visto? Il nostro diritto a restare qui, su questa terra, ci viene da ciò che di questa terra, arida e inospitale, abbiamo fatto», io avrei detto loro di «sì» con tutto il mio cuore. Ma i miei amici facevano invece risalire il loro diritto a tempi biblici e a testi sacri.Quando sento basare diritti territoriali sulla Bibbia, sul Vangelo, sul Corano mi metto in allarme. Perché è storico che proprio alle cosiddette "grandi religioni monoteiste" si devono, almeno sino al Ventesimo secolo, i peggiori massacri e misfatti
E il fatto che in seguito siano arrivate ideologie ancora più nefande, come il nazismo e il comunismo, non le assolve, né per il passato né per il presente. Notavo cioè, allora, nei miei amici israeliani e negli altri - una durezza e anche, se posso dirlo, un'ottusità ideologica che non prometteva nulla di buono. Come poi si è visto.
Sono certo che, come scrive Calimani, "ci sono molti israeliani che vogliono la pace". Ma Israele è uno Stato democratico e se i suoi governi si comportano come si comportano, da decenni, ciò significa che gli israeliani che non vogliono la pace, sono più numerosi di queli che la vogliono. Così come ci sono certamente molti palestinesi che vogliono la pace, ma evidentemente non hanno i numeri, la forza, il coraggio per prevalere.
Il dramma della Palestina è che non ci troviamo di fronte a una ragione e a un torto - ché, allora, sarebbe facile scegliere - bensì a due ragioni. Ma da troppo tempo queste ragioni vengono fatte valere, da entrambe le parti, in modo irragionevole. Cinquant'anni sono tanti e si ha diritto di perdere la pazienza. In Kosovo, dove pur erano di fronte due ragioni, bastò solo un anno e mezzo perché il cosiddetto Occidente perdesse la pazienza, peraltro nel modo peggiore perché si addebitarono i torti a una parte sola, bombardandola allegramente per una settantina di giorni.
Io non desidero che in Palestina sia bombardato nessuno. Sono contrario, da sempre, a questi interventi di forza, dall'alto, nei conflitti altrui, si tratti di Bosnia, di Somalia, di Kosovo. Penso che i popoli debbano conservare l'elementare diritto di farsi anche la guerra, quando ritengono che siano lese loro ragioni vitali, come han sempre fatto, e continuano a fare, gli europei e gli americani. E quindi dopo mezzo secolo di inutili tentativi diplomatici dell'intera comunità internazionale per separare israeliani e palestinesi credo che si abbia anche il diritto alla stanchezza: si massacrino, se è questo che vogliono.
La mia attuale indifferenza verso il conflitto israelo-palestinese deriva anche dal fatto, come ho scritto, che gli avvenimenti di Palestina godono di una straordinaria attenzione da parte della stampa mondiale, mentre altre popolazioni, molto più consistenti dal punto di vista numerico, muoiono in silenzio, assassinate dalla pervasività devastante del modello economico occidentale. E se poi qualcuno pensa che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese significhi la fine del terrorismo globale si illude e si sbaglia di grosso; quello è un conflitto locale, drammatico e importante ma dovuto a una situazione molto particolare. Mentre l'11 settembre è il segnale che contro l'Occidente è iniziata una lotta di tutto il mondo "altro", di cui Osama Bin Laden è solo uno dei rappresentanti e nemmeno il più autorizzato e credibile.
Massimo Fini




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