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" ANALISI E COMMENTI

La Road Map e il vero nodo del conflitto

Da un'analisi di Barry Rubin, direttore della Middle East Review of International Affairs
18 giugno 2003

Cosa si puo' dire della famosa "Road Map per la pace basata sui risultati"? Beh, prima di tutto che, per l'appunto, e' "basata sui risultati" e dunque non e' un calendario di scadenze automatiche.
In sostanza, dal punto di vista della struttura e dei contenuti, si tratta del diretto successore dei tanti piani di pace elaborati e dimenticati nell'era di Oslo, dal 1993 al 2000. Come per quelli, anche per la Road Map il quesito principale non riguarda tanto i singoli dettagli quanto il fatto stesso se verra' applicata oppure no. In questo senso, chi vuole capire quale sia il nodo vero intorno a cui ruota il conflitto e le reali possibilita' di risolverlo, con o senza Road Map, abbia la compiacenza di leggere questo articolo fino alla fine.
La principale novita' contenuta nella Road Map e' che per la prima volta indica esplicitamente, nero su bianco, che alla fine del processo vi sara' uno stato palestinese indipendente: una promessa che era solo implicita in tutti gli accordi firmati nel quadro del processo di Oslo degli anni Novanta. Secondo la mentalita' politica del Quartetto che sponsorizza la Road Map (Usa, Ue, Russia, Onu), questa novita' e' assolutamente cruciale. Quando i palestinesi capiranno che avranno il loro stato, pensano gli sponsor del Quartetto, e che dunque avra' termine la presenza israeliana nei territori contesi di Cisgiordania e Gaza, non potranno che essere ansiosi di attuare l'accordo. In effetti e' vero che qui si tocca un punto centrale della questione, ma purtroppo in un senso abbastanza diverso da quello che immagina il Quartetto, e per diverse ragioni.
Innanzitutto, per quanto buona possa essere l'offerta che viene fatta, essa arriva ai palestinesi solo attraverso il filtro della loro leadership, che sistematicamente li disinforma sui contenuti delle offerte. Anche quando il primo ministro palestinese Abu Mazen fa del suo meglio, viene immediatamente contraddetto da cio' che affermano il presidente dell'Autorita' Palestinese Yasser Arafat, i mass-media ufficiali palestinesi, i capi di Fatah, i predicatori di Hamas ecc. (Come ebbe a dichiarare in un'intervista a Fox News Dennis Ross, l'inviato americano per il Medio Oriente fino agli ultimi giorni dell'amministrazione Clinton: "Ancora oggi i palestinesi non hanno detto alla loro gente in cosa consisteva davvero la proposta di pace americana del dicembre 2000".)
Inoltre la maggior parte della dirigenza palestinese considera essenziale "come" viene ottenuto lo stato. I sintesi, essi ritengono che lo stato palestinese debba essere raggiunto con una soluzione che sia imposta a Israele o che perlomeno ne aggiri la volonta'. E questo perche' vogliono evitare di dover fare concessioni a Israele, di doversi impegnare con esso, di trovarsi con le mani legate rispetto alla futura continuazione della lotta. Dunque sperano di ottenere lo stato palestinese grazie a una combinazione di continue violenze anti-israeliane e di un intervento internazionale.
Per la dirigenza palestinese non conta tanto l'obiettivo in se' di uno stato indipendente, quanto piuttosto le condizioni da imporre alla controparte. Essi chiedono, e i paesi arabi li appoggiano, non un centimetro di meno di tutta la Cisgiordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme Est piu' il pieno "diritto al ritorno" di tutti i profughi palestinesi e dei loro discendenti all'interno di Israele. Ovviamente sanno che Israele non accettera' mai di propria spontanea volonta' queste condizioni. Dunque sanno che, se vogliono arrivare a tanto, possono farlo solo con una conquista militare, con il terrore e l'intimidazione, o con l'imposizione da parte della comunita' internazionale. Se il primo e piu' urgente obiettivo dei palestinesi fosse davvero uno stato indipendente, come e' noto avrebbero potuto ottenerlo gia' nel 2000, e probabilmente anche nel 1970, nel 1980 e nel 1990 . Dunque si prenda nota: la questione piu' difficile nei negoziati non sara' Gerusalemme, bensi' il cosiddetto "diritto al ritorno" , un tema sul quale anche Abu Mazen e' su posizioni intransigenti.
Tutto questo significa che la Road Map e' un errore o una pessima cosa? No. Studiosi o giornalisti possono tranquillamente dire che una certa iniziativa e' destinata al fallimento, ma i politici e i diplomatici hanno il dovere di tentare questa strada, non fosse altro perche' e' la migliore delle (poche) opzioni possibili.
Va tentata perche', nonostante eventuali fallimenti a breve termine, e' necessario sviluppare possibilita' di pace sul lungo periodo. Gli Stati Uniti cercano di farlo tentando di favorire - compito assai arduo - la formazione di una dirigenza palestinese piu' ragionevole. Abu Mazen non e' l'ideale (cosa che si potrebbe dire anche dei suoi interlocutori sul versante israeliano), ma rappresenta qualcuno che vuole porre fine alla violenza e risolvere il conflitto. Mostrare ai palestinesi che esiste un modo pacifico per risolvere il conflitto e' assolutamente vitale .
In secondo luogo, un cessate il fuoco risparmierebbe vite umane e migliorerebbe la situazione per tutti. Dunque vale la pena in ogni caso adoperarsi con forza per questo risultato.
Poi e' comunque possibile che ne scaturisca qualche concreto progresso diplomatico, anche se le probabilita' sono scarse .
Infine e' anche importante mostrare chi si assume la responsabilita' di far fallire le possibilita' di pace o anche solo di un cessate il fuoco. In questo senso e' essenziale che Israele si attenga agli impegni che si e' assunto. Mentre le misure di sicurezza si spiegano con le esigenze dell'auto-difesa, sarebbe un errore madornale non procedere con lo smantellamento degli avamposti nei territori. Israele li puo' smantellare, migliorando anzi le proprie condizioni di sicurezza, mentre al contrario tergiversare e litigare su questo punto offrirebbe un comodo argomento a chi vuole accusare Israele di violare il piano. Non c'e' alcun bisogno di commettere questo errore.
Detto tutto questo, resta il problema di capire come mai il conflitto israelo-arabo-palestinese si protrae da cosi' tanto tempo, e' cosi' difficile da risolvere e genera cosi' tanti lutti e violenze nonostante i termini della soluzione sembrino chiari a tutti e a portata di mano. Per farlo basta andare a rileggersi l'ultimo grande sondaggio d'opinione realizzato dalla Pew Foundation. Secondo questo sondaggio, alla domanda se l'esistenza di Israele e i diritti dei palestinesi possano conciliarsi il 70% degli europei e degli americani risponde si'. Quasi uguale (67%) la percentuale di israeliani che si dice favorevole alla nascita di uno stato palestinese che viva in pace a fianco di Israele. Per inciso, su questo tema i cittadini arabi israeliani esprimono un punto di vista pressoche' identico a quello dei loro concittadini ebrei. Invece, fra i palestinesi dei territori una schiacciante maggioranza dell'80% sostiene che i loro diritti e le loro esigenze "non possono essere soddisfatti finche' esiste lo stato di Israele" . E' facile immagine quali percentuali si toccherebbero se la stessa domanda fosse posta ai palestinesi in Libano, in Giordania o altrove. La radice del problema e' tutta qui, e c'e' da domandarsi quanta gente in occidente, governanti europei inclusi, abbia la minimia idea di come stanno le cose e dunque di quale sia il vero e principale ostacolo alla realizzazione di qualunque Road Map per la pace .

(Barry Rubin, 16.06.03)
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Shalom!!!