Sul numero 405 della rivista bimestrale “Il Mulino” (il primo numero del 2003) Paolo Branca affronta il tema della modernizzazione dell'Islam e della possibilità dell'avvento di un riformismo islamico nell'articolo : “L'Islam oltre il fondamentalismo “ .
Temi simili, precisamente sull'Islam “liberale”, sono stati trattati in passato dalla rivista liberale IDEAZIONE, e anche sull'ultimo numero della rivista RESET sono affrontati argomenti correlati nella sezione “ L'EuroIslam: prove di convivenza fra Islam e Democrazia ”, nella quale segnalo l'articolo di Maurice Borramans “ A confliggere sono le ignoranze” e l'intervista a Sohib Bencheikh “Primo, separare Islam e politica “ .
Il Branca , riferendo le riflessioni del filosofo egiziano Fouad Zakariya , dopo aver presentato le posizioni moderatamente riformiste, che nel paese della rivoluzione islamica sciita, sono rappresentate dal presidente Kathamy ) (il quale da parte sua sembra ben conscio della necessità di una visione storica d'insieme delle ragioni della politica nei paesi musulmani, al fine di individuare uno sbocco idoneo a soddisfare i bisogni di oggi dei popoli isalmici) , espone anche le posizioni del conservatorismo arabo di matrice religiosa .
L'Islam conservatore integralista critica la democrazia occidentale proprio perchè la stessa è percepita basarsi sulla mutevole opinione degli uomini, attraversati da passioni contingenti e da interessi particolari, e pertanto fallibili. La Legge divina è invece per natura Perfetta e dunque superiore alla capricciosa volontà umana. Tuttavia, all'interno dell'Islam, gli intellettuali riformisti iniziano a pensare che la grandezza della democrazia possa invece essere armonizzata con la Perfezione morale degli insegnamenti religiosi, permettendo comunque l'esperienza democratica per ciascun uomo “ di trarre lezione dai suoi errori, di prendere coscienza delle sue debolezze e, proprio da ciò, di misurare la sua capacità di superarle “.
Su una linea di questo tipo, si muove un intellettuale iraniano, Abdolkarim Soroush , definito da molti con l'appellativo del “Lutero dell'Islam” per la sua apertura au una “libera interpretazione delle fonti” della Fede musulmana.
Il presupposto del riformismo islamico “liberale” si basa proprio sulla presa di coscienza che se la religione rivelata dal Corano è Sacra e Divina e Immutabile, “ la comprensione che si ha di essa è umana e terrena “. Pertanto l'interpretazione della Fede, nel corso del tempo, ha subito l'influsso della storia degli uomini, e occorre con sempre maggiore attenzione, separare ciò che è originario e puro nella Rivelazione Divina da ciò che appartiene alla lettura umana nel contesto storico-politico-sociale determinato. Ciò permette di determinare “ ciò che è permanente e cio' che è transitorio “, ma solo dopo aver compreso le verità della religione.
Uno degli elementi più importanti del dibattito presente nell'Islam “riformista” e “liberale” è quello sull'applicazione della Shari-ia. Il sudanese Abdullhahi Ahmed an-Na-im sostiene che “ la sharia non è l'intero Islam, ma un'interpretazione delle sue fonti basilari che è stata data in un determinato contesto storico “.
Se Paolo Branca nota comunque le contraddizioni esistenti nel processo di modernizzazione dei paesi musulmani e nel rapporto fra Islam e modernità, Borrmans insiste sull'inesistenza di un unico modello islamico di società, ponendo l'accento sulle notevoli diversità fra i musulmani e fra i paesi i notevolmente diversi, fra loro, islamici. Nella Umma esistono di fatto culture e l anche idee di òaicità molto diverse, e sentire religiosi articolati.
Del resto anche in Occidente, rispetto proprio ai rapporti con gli immigrati musulmani e i loro diritti, sussistono sensibilità e “laicità” differenziate, che si esprimono anche e soprattutto sul piano giuridico.
L'esigenza di una riforma profonda dell'Islam è sostenuta con forza da Soheib Bencheikh , giovane teologo musulmano franco-arabo, muftì di Marsiglia. Costui è uno dei maggiori teorici al mondo dell'Islam “liberale” e sostiene senza mezzi termini che “ O l'Islam si riforma dall'interno, riforma il proprio pensiero, la propria teologia, il proprio diritto canonico, oppure la secolarizzazione prenderà il sopravvento. L'Islam [sunnita] che non ha clero si basa unicamente su di un testo che è il Corano. E chi dice testo dice necessariamente un insieme di interpretazioni. Il testo è sempre accompagnato da un'intelligenza creativa e interpretativa che lo legge e rilegge attraverso le preoccupazioni, le aspirazioni, i problemi, le aspettative del luogo e dell'epoca “.
L'intellettuale musulmano francese, ricordando come anche la Chiesa Cattolica, soltanto nel XIX secolo, fosse ostile al liberalismo e alla democrazia politica moderna, e che nonostante ciò il corso della storia ha fatto ugualmente il suo corso, costringendo la Chiesa a fare i conti con il esistente rapporto fra la propria "verità eterna" e la storia concreta degli uomini, afferma che un simile percorso sarà possibile, ed in un certo senso è obbligato, anche per i musulmani ( anche se, ovviamente, con le specificità proprie delle culture e delle mentalità che rappresenta).
Del resto nell'Islam liberale, altri intellettuali, come lo stesso già citato an-Na'im, affrontano nel concreto le relazioni fra Fede e Diritto e fra Religione e Politica con uno spirito fortemente impronato ad una spiritualità Islamica non ancorata al dogmatismo formale, ma alla Fede intesa in senso pieno e libero, in modo di porLa in rapporto con il mondo nel suo divenire.
La contestazione della Shar'ia è , a volte, diretta e aperta: “ E' ripugnante, a mio parere – dice an-Na'im – sottoporre donne e non musulmani alle umiliaizoni e agli affornti che comporta l'applicazione della sha'aria al giorno d'oggi. Ritengo infatti che le disposizioni di diritto pubblico insite in essa fossero del tutto giustificate e coerenti con il contesto storico in cui sono apparse, il che però non basta a renderle giustificabili e coerenti in quello odierno. Inoltre, date le caratteristiche concrete dei moderni Stati nazionali e dell'ordine internazionale, tali aspetti del diritto pubblico sciaraitico sono politicamente improponibili “.
Ciò non induce però, ovviamente an-Na'im, e gli islamici riformisti/riformatori a ripudiare il valore normativo delle fonti, che resta assolutamente indiscutibile per ogni buon musulmano. Si tratta però di superare “la lettera” contingente delle norme per coglierne lo “spirito” eterno ed universale, attraverso non ad un arbitrario soggettivismo, ma piuttosto con “un percorso interno alle medesime fonti”, laddove si trovano accanto a talune affermazioni anche altre di ben diverso tenore, che sono state accantonate dalla primitiva comunità dei fedeli giacchè la stessa non era ancora “sufficientemente matura per accoglierle”.
La riforma non è pertanto un rigetto delle norme della religione islamica, che resta una religione della Legge, ma una riscoperta. Riscoperta soprattutto dell'insieme dell'impianto normativo che implica il recupero di tutto ciò che nel tempo fu accantonato perchè non corrispoendente ai tempi, dalle varie interpretazioni che si sono succedute , per produrre infime una nuova interpretazione fedele allo spirito dell'Islam .... adatta per i nostri tempi.
“ I testi sacri e l'operato dei Profeti – afferma an-Na'im – hanno sempre tenuto conto anche delle circostanze, per cui nel Corano – così come nella Bibbia – la schivitù è almeno implicitamente ammessa...Nessuno, però, potrebbe oggi pretendere di reintrodurla su questa base. Analogamente sarebbe dunque possibile superare quelle forme discriminatorie nei confronti delle donne e dei non musulmani che ancora sussistono. “.
La contestualizzazione storica della norma, in piena fedeltà allo Spirito della Fede, si contrappone quindi al dogmatismo letteralistico di coloro che ipostatizzano in forma mitica le norme stesse, senza alcuno sforzo di coglierne il senso spirituale profondo, limitandosi ad applicarle in modo acritico e con una obbedienza formale assoluta che rischia di essere pero', un tradimento sostanziale del loro vero messaggio.
Interrogandosi sulle possibilità di successo di un Islam “liberale” Oscar Camilletti su IDEAZIONE, facendo riferimento ad una intervista a Seyyed Hossein Nasr (altro intellettuale musulmano riformista) nota come le basi materiali (struttura economico-sociale) del riformismo non manchino affatto, se è vero che trai nove paesi che negli ultimi anni hanno avuto uno sviluppo più intenso dal punto di vista economico (oltre il cinque per cento), ben tre sono musulmani: Egitto, Marocco e Qatar.
La televisione e internet si stanno inoltre diffondendo a grande ritmo in molti paesi musulmani e la pretesa dei governi, o dei religiosi, di controllare i cittadini è sempre meno attuabile sul piano concreto e tecnico, e comunque un numero sempre maggiore di arabi e musulmani è in grado di sfuggirvi e entra così a far parte del circuito globale delle informazioni e della cultura.
Se da un lato vi è una diffusione dell'estremismo e dell'integralismo, questa ultima inquietante tendenza non è univoca e non è estesa ovunque e in ogni strato delle popolazioni arabe e islamiche, anzi vi sono notevoli elementi di laicizzazione e secolarizzazione in buoni strati delle nazioni musulmane e fra i musulmani che sono immigrati in Europa.
Del resto una tendenza moderata e “liberale” dell'Islam esiste in qualche modo da sempre, e nota Camiletti che “ In questo senso, osservando la storia “sine ira ac studio” potremmo vedere come in realtà l’Islam non sia un sistema ideologico chiuso ma, al pari del pragmatismo anglosassone, sia estremamente duttile: può manifestarsi in monarchie come in repubbliche e, sebbene la sua storia sia segnata dal dispotismo, si stanno sviluppando di recente delle forme di partecipazione popolare alla gestione della società (Marocco, Iran e Turchia). Così, il pluralismo (la shura) fa parte a pieno titolo della sua dottrina: sia come pratica vissuta delle prime generazioni dell’Islam sia nel ricordo dei secoli in cui gli studiosi dibattevano di giurisprudenza in libertà e senza condizionamenti gerarchici. Non si può imputare alla religiosità islamica il mancato sviluppo economico e politico dei musulmani, che è invece causato da molti altri fattori. “.
Certamente non sono da sottovalutare le immense difficoltà, conosciute dagli stessi musulmani “riformisti”, per traghettare pienamente la cultura politica e giuridica islamica nell'epoca della globalizzazione modernista , senza snaturare la spiritualità religiosa e l'identità culturale di quella Fede e di quei popoli, ma rompendo senz'altro però le forme arretrate e obsolete, e che confliggono ormai in modo irrimediabile con i principi di un mondo democratico e libero. Mondo democatico e liberale che se nasce storicamente dalla radice giudaico-cristiana dell'Occidente europeo (in senso lato), si è largamente sviluppato in modo dialettico e a volte conflittuale con le proprie autorità religiose conservatrici, che hanno posto ostacoli a volte utili alla riflessione ma a volte francamente inaccettabili.
Personalmente resto piuttosto pessimista, però le possibilità e le potenzialità ci sono senz'altro, e ci sono anche terreni sperimentali, sia spontanei che determinati dagli ultimi avvenimenti politico-militari, che meritano che si dia loro quel tanto di fiducia necessario... per permettere a quei popoli di trovare la loro stada verso la modernità e le libertà.
Shalom!!!




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