Alla vigilia, quelle del premier dovevano essere le rivelazioni clamorose, i «fatti gravissimi» che avrebbero dovuto far tremare mezza Italia. Invece, trascorse neanche 24 ore dalla sua deposizione al processo Sme, molti dei fatti riferiti in aula, più che gravi, si sono rivelati falsi.
A confermarlo, le smentite che piovono sulle dichiarazioni del premier da personaggi chiamati direttamente in causa l'altro giorno in aula. Per scaricare il fardello della proprie responsabilità, Berlusconi ha puntato il dito contro chiunque abbia osato contraddirlo. I più colpiti dalle sue frecciate sono stati Stefania Ariosto, Vittorio Dotti, e, come sempre, Carlo de Benedetti. Definiti menzogneri, opportunisti e corruttori.
Per accusarli, Berlusconi è andato a ripescare altre dichiarazioni ancora, di persone però fidate e per lo più legate al suo entourage, come il coimputato Renato Squillante, l'ex manager Fininvest Livio Gironi, o anche Francesco Forte, ministro delle politiche comunitarie sotto il governo Craxi.
Comunque, a sostenere che la versione del premier si scontri con la realtà dei fatti, sono in molti, e adesso gli rispondono per le rime. Oltre all'Ariosto, questa volta bersaglio degli attacchi del premier è stato anche l'avvocato Vittorio Dotti, ex legale di Fininvest ed ex parlamentare di Forza Italia.
Per Berlusconi, sarebbe stato proprio lui a spingere l'Ariosto a metterlo nei guai, nella speranza di ottenere così vantaggi politici all'interno di Forza Italia. Un argomento, questo, che sarà affrontato dettagliatamente nel corso della prossima udienza del 25 giugno, alla quale il premier ha promesso di partecipare «qualsiasi cosa succeda». Ma Dotti lo anticipa, definendo la sua dichiarazione un'«illazione assolutamente gratuita e contraria alla verità», un'«interpretazione interessata», saltata fuori solo dopo sette anni perché dettata dall'opportunità di «mettere in gioco l'onorabilità altrui».
A ridimensionare il premier è anche Francesco Forte, citato in aula da Berlusconi come mittente di una lettera giunta ad Arcore su una «tangente versata» alla Dc da De Benedetti, come confermato anche da un recente articolo. E' questa la ragione per cui l'Ingegnere -denuncia Berlusconi- pensava di rilevare la Sme così «come Totò pensava di comprare il Colosseo».
Il giorno dopo Forte ammette di aver inviato la missiva al premier, ma nega di aver mai parlato di tangenti o di finanziamenti di natura illecita.
Ciò che poi non dicono i diretti interessati, è scritto nero su bianco nelle carte processuali.
Ai giudici, il premier ha negato categoricamente di aver effettuato pagamenti in nero, definendo anzi «folle» l'ipotesi di un illecito tramite conto bancario, perché, dice con sottile ironia, «anche una casalinga sa bene che per pagare in nero, ad esempio un elettricista, non può firmargli un assegno». Peccato che soltanto due mesi fa, l'ex dirigente finanziario Fininvest Livio Gironi, inchiodato dai documenti bancari, aveva ammesso in aula di aver pagato per conto del gruppo parcelle miliardarie, in nero ed estero su estero. Il motivo? Risparmiare sul fisco, o, che è lo stesso, falsificare i bilanci.
L'ultima perla del premier riguarda l'ex capo dei gip di Roma, Renato Squillante. Mai conosciuto, dice ai giudici Berlusconi, se non occasionalmente, come consulente di Francesco Cossiga. E' questo l'ennesimo autogol: dai tabulati delle intercettazioni telefoniche risultano infatti non poche telefonate tra casa dell'ex giudice e la reggia di Arcore.
Almeno un merito, comunque, al premier bisogna riconoscerlo: questa volta ha avuto il buon gusto di non giurare sui suoi figli.
B.




Rispondi Citando
