Bossi a Berlusconi: s'impegni sulle riforme
Il Senatùr lancia un appello: "Se fallisce il premier andiamo tutti a casa, ma lui non molla". La difesa di Tremonti: "E' il ministro più bravo d'Europa". Sul Friuli: "Ho chiesto alla Guerra di ritirarsi"
MILANO - “Berlusconi deve impegnarsi in prima persona sulle riforme. E’ la cerniera che salda gli interessi del Nord e quelli del Sud. La forza ce l’ha, deve usarla. Se fallisse lui, la coalizione andrebbe a casa. Ma lui non ha intenzione di mollare e vuole il cambiamento del Paese”.
Umberto Bossi sfodera una serena determinazione. Professa “nervi saldi”, perché “non ci sarà una ecatombe, la situazione non sfuggirà di mano". “Certo, se io fossi Berlusconi starei attento a gestire bene la cosa perché momenti di irrazionalità possono causare disastri. Anche la prima guerra mondiale scoppiò per una serie di irrazionalità...”. E senza derogare troppo al suo personaggio, né alzare troppo i toni della contesa, chiede, anzi esige un impegno concreto: riforme.
Le mette per iscritto, "perché verba volant", le condizioni per continuare a stare nella maggioranza e non ritirarsi in Padania. Un decalogo di riforme sulle quali la Lega mette in gioco la sua permanenza nel governo: dalla devoluzione alla Bossi-Fini, dalla ''riforma dello Stato'' alle fondazioni bancarie. Saranno scritte e inviate al presidente del Consiglio entro lunedì. "Gli diamo un tempo ragionevole per rispondere, due settimane - dice il Senatùr rivolgendosi al Cavaliere - Ma sono convinto che alla fine troveremo tutti quanti soddisfazione, anche Fini".
Il primo a mettere piede in via Bellerio è "Bobo" Maroni in sella ad una Vespa, lo seguono Castelli, Calderoli e tutti gli altri. Umberto Bossi è in leggero ritardo, ma non è una novità. E quando arriva entra da una porta laterale della sede senza fermarsi dove stazionano i giornalisti. Alle 11,30 l’assemblea che è destinata a decidere l'impegno del movimento padano nella Cdl, prende finalmente il via. "A Berlusconi chiediamo un governo di cambiamento e non un governo di gestione", anticipa il vice presidente del Senato, Roberto Calderoli, poco prima dell'inizio del vertice della verità.
La parola "crisi" non viene citata, ovviamente. Di fronte a una simile ipotesi, Calderoli chiude l'argomento con decisione: "Non è questo l'interrogativo, oggi ci riuniamo per una valutazione della prima fase del governo, per valutare quello che è stato fatto e quello che non è stato fatto. E in che termini sarà possibile farlo. La Lega si trova oggi per stilare una proposta da portare a Berlusconi".
Quattro ore più tardi, verso le 15 il Senatùr si presenta in una sala stampa affollatissima. Il primo pensiero è al Friuli, il casus belli che ha dato un senso anche al summit leghista. Brucia ancora il tonfo alle amministrative, ma Bossi palesa uno scenario fin qui sconosciuto. “Non fuggo dalle responsabilità ma me l’aspettavo. Ho chiesto alla Guerra di ritirarsi ma lei non ha voluto e ha sbagliato”. A confezionargli quello che chiama un “pacco” sarebbe stata Forza Italia, i suoi dirigenti locali che non hanno votato la candidata leghista spianando la strada a Illy.
Ma Bossi posa il suo sguardo minaccioso anche sugli altri alleati. "La crisi non è legata a noi", scandisce il leader padano. Nel mirino più che i nemici storici dell'Udc, ci finisce stavolta chi, come Fini, ha chiesto una verifica di governo seria e circostanziata. "Fini ha cercato di trasformare il pacco amministrativo in pacco politico". Al presidente di An viene contestata la politica dello scaricabarile. "Ci ha incolpato per la sconfitta di Roma, ci ha attaccato dopo il Friuli, ora però di fregature non ne vogliamo più".
Per garantire il "cambiamento" Bossi sembra fidarsi solo di Berlusconi. Tanto da allontare l'ipotesi di dimissioni, circolata ad arte per far schizzare la tensione a livelli di guardia. “L'ho sentito ieri notte al telefono. Mi ha promesso che le riforme si faranno. Berlusconi ha risorse infinite, e di suo è anche intelligente. La forza è sua, i voti li ha lui. Lui è il grande moltiplicatore del consenso, lui è il leader, non io”. Tema di fondo è la devolution, il piatto che piange per i leghisti. Vengono elencate tra le leggi da realizzare subito la riforma della Corte Costituzionale, l'attuazione della Bossi-Fini sull'immigrazione, il ddl sui reati di opinione e quello sulla prostituzione. Ma il leader del Carroccio pretende prima di ogni altra cosa il varo del testo che tra due settimane arriverà al Senato. E non ha alcuna intenzione di firmare una legge costituzionale che annacqui il federalismo o che lo incateni al principio generale dell’interesse nazionale, il cosiddetto “emendamento salvapatria” presentato da Fini e Follini.
L'argomento rimpasto viene liquidato solo con un accenno che serve a Bossi per difendere l'uomo che An e Udc hanno messo sul banco degli imputati. "Sostituire Tremonti è impensabile. E chi metteremmo al suo posto? Vischio o chi? E' tutta gente che non vale niente. Giulio è un ministro che non ha eguali in tutta Europa".
Scalpita il Carroccio e scalpita la base. Sulle frequenze di Radio Padania, che fin dalla mattina rende conto del vertice milanese come fosse Novantesimo minuto, scorre a fiumi la rabbia dei fedelissimi. "Soli, soli, soli", grida Marisa da Bergamo. "E' ora di finirla, abbiamo degli alleati di governo che non rispettano i patti e ci vogliono distruggere", gli va dietro Mauro da Venezia. Non sorprende quindi che torni d'attualità l'ipotesi del Parlamento del Nord, l'"invenzione" del 1995 che Bossi ora vorrebbe riaprire. Se possibile nella stessa sede, Villa Riva Berni, appena fuori Mantova. Dove sono nate le Camicie verdi, l'ampolla che va dal Monviso a Venezia e la Lega delle elezioni del'96. La vera ragione, secondo i leghisti, del successo elettorale di Romano Prodi. E della prima sconfitta di Berlusconi.
(13 GIUGNO 2003, ORE 12:00, aggiornato alle 170)




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io ho capito che le aveva chiesto di ritirarsi dalla candidatura a presidente della regione Friuli.....e lei non ha voluto....non so che avete capito voi
) e inoltrate agli organi rappresentativi .
