Queste sono le tangenti dell'affare telekom:
PRODI: 200 miliardi.
FASSINO: 150 miliardi
DINI: 100 miliardi
MILOSEVIC & RESTO DEL MONDO: 428 miliardi.
PER UN TOT DI:: 878 miliardi
IMPORTO TANGENTE: 100% del valore di Telekom.
Maledette sanguisughe. Secondo me stavolta hanno esagerato nel rubare.
Ai vostri tempi, pollisti, la tangente era del 10%. Chiedete a Previti, se non è vero.
Corriere della Sera, 20.6.2003
DAL NOSTRO INVIATO BERNA - Quattrocentocinquanta miliardi di ...
DAL NOSTRO INVIATO
BERNA - Quattrocentocinquanta miliardi di lire. La metà di quanto pagato per l’intero affare Telekom Serbia. A tanto ammonterebbero le tangenti versate a «Mortadella», «Cicogna» e «Ranocchio» per concludere l’operazione. Ma c’è di più. Il consulente finanziario Igor Marini, il supertestimone dell’inchiesta sull’acquisizione del 29% della compagnia telefonica di Belgrado, in carcere a Berna con l’accusa di riciclaggio, è stato anche più preciso. E ha fornito la suddivisione delle cifre, finite, a suo dire, in conti bancari riconducibili ai politici italiani chiamati in causa. A Romano Prodi, allora (giugno ’97) presidente del Consiglio, sarebbero andati 200 miliardi di lire; 150 miliardi a Piero Fassino, ex sottosegretario agli Esteri con delega sui Balcani; 100 miliardi a Lamberto Dini, titolare della Farnesina.
Questo per le presunte tangenti italiane, che sarebbero state movimentate attraverso 18 banche tra Svizzera, Norvegia, San Marino, Principato di Monaco, Austria e Monaco di Baviera. Perché poi Marini, interrogato ieri a Berna per la prima volta dalla Commissione parlamentare di Telekom Serbia, dopo l’audizione del 7 maggio scorso a Roma, ha specificato la destinazione degli altri soldi versati per l’affare. L’ex presidente serbo Slobodan Milosevic avrebbe intascato 200 miliardi, l’avvocato Fabrizio Paoletti avrebbe distribuito 128 miliardi a tutti i collaboratori interessati alla «ripulitura» delle tangenti, mentre i restanti 100 miliardi «in certificati di garanzia, li ho consegnati ai carabinieri e alla procura di Roma quando ho denunciato Paoletti per difendermi dalle minacce di morte ricevute», ha dichiarato Marini ai parlamentari italiani. Calcolatrice alla mano: 878 miliardi di vecchie lire. Che al cambio di sei anni fa corrispondevano a 893 milioni di marchi: la cifra versata da Stet-Telecom Italia per acquisire le quote della compagnia telefonica serba.
«Senza neppure l’ausilio di uno scritto, con una memoria sopra l’ordinario», ha evidenziato Enzo Trantino (An), il presidente della Commissione parlamentare che ieri ha guidato la delegazione per la rogatoria in Svizzera, di cui facevano parte anche il deputato Alfredo Vito (FI) e il senatore Michele Lauria (Margherita). Così Marini ha ricostruitoin cinque ore di interrogatorio, la mappa della movimentazione dei conti. Ribadendo le accuse ai tre politici e spiegando «che i documenti a cui faceva riferimento nell’audizione di Roma, sono stati trovati negli scatoloni che lui aveva affidato al defunto notaio Gianluca Boscaro», ha detto Alfredo Vito. Documentazione che per ora non è stata fatta consultare alla Commissione: concluse le indagini preliminari in Svizzera «la metteremo a disposizione dei parlamentari italiani», hanno precisato al Ministero pubblico federale di Berna.
Non tutti gli incartamenti sono stati recuperati: «Mancano all’appello guarda caso le carte che attesterebbero i passaggi finali», ha ribattuto Lauria. Ma per Alfredo Vito: «Nei documenti trovati ci sarebbero le tracce delle movimentazioni bancarie che portano ai politici». Per Marini infatti i documenti attesterebbero i versamenti fatti su conti correnti cifrati. Nelle banche interessate agli spostamenti del denaro poi ci sarebbero le «fiches confidenziali»: le ricevute depositate, a garanzia degli istituti di credito, per consentire la segretezza dei conti e dei beneficiari. Con queste certificazioni si potrebbe, per Marini, risalire all’identità dei destinatari delle tangenti.
Dichiarazioni pesanti alle quali Marco Vignudelli, portavoce del presidente della Commissione europea Romano Prodi, ha risposto in modo lapidario: «Da tempo è stato dato mandato ai legali di procedere per diffamazione e calunnia». La stessa strada seguita da Piero Fassino: «Accuse calunniose e prive di fondamento - ha aggiunto Roberto Cuillo, portavoce del segretario dei Ds -. Il responsabile sarà chiamato a risponderne di fronte all’autorità giudiziaria».
Davide Gorni




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