Anche se non si sente il rombo dei motori la guerra degli ogm è estesa a tutto il pianeta e viene combattuta, senza esclusione di colpi, dalle truppe di manager, funzionari e legali mandati da Washington. Questi ultimi, mentre scavano trincee sul fronte brasiliano, si preparano all'incontro che si terrà la prossima settimana con i ministri dell'Unione europea i quali, a loro volta, lavorano a tutta una serie di misure preventive. Il recepimento delle regole del Protocollo di Cartagena sulle importazioni di ogm, approvato giovedì dal consiglio dei ministri, per esempio, può essere letto proprio in quest'ottica. E' noto che gli americani non hanno alcuna intenzione di separare le filiere alimentari, e vedono quindi ogni tentativo di regolare l'import-export di ogm come fumo negli occhi. Per ora tengono duro nella loro guerra di posizione contro Bruxelles, in attesa della battaglia campale di Cancun.
Ma è giustificato tutto questo rumore intorno alle biotecnologie? Con un convegno intitolato "Ogm, brevetti e fame nel mondo: le verità sconosciute di una strategia di conquista" organizzato dalla Federazione dei Verdi e dai gruppi verdi della Camera e del Senato, i nomi più noti della ricerca indipendente hanno fatto il punto della situazione a Roma. Ne è emerso un quadro sconfortante, sia per quanto riguarda le applicazioni agro-alimentari che per quelle mediche.
Prima di tutto, la tecnologia che avrebbe dovuto "sfamare il mondo", nel suo paese d'origine non ha fatto che danni. Charles Benbrook, economista agrario statunitense, ha fatto i conti in tasca alle corporation, le uniche che ci hanno guadagnato dalla diffusione del transgenico visto che i contadini hanno speso in semi quello che dovevano risparmiare in pesticidi o erbicidi, e poi si sono ritrovati con prodotti non vendibili. Ma se gli ogm fanno male agli americani figuriamoci agli italiani e agli europei, già alle prese con gli effetti nefasti della sovrapproduzione, come ha spiegato Claudio Malagoli del Dipartimento di economia e ingegneria agraria di Bologna. La strategia dell'agrobusiness punta alla totale delocalizzazione delle coltivazioni agricole sul modello classico della globalizzazione, con le grandi corporation a "dare in affitto" i semi ai coltivatori, ridotti a semplici braccianti.
Ma la vera novità è venuta dalla relazione che Mae Wan Ho, biologa inglese di origine malese e autrice di "Biotecnologie fra scienza e business", ha dedicato al resoconto di quanto emerso dal Comitato scientifico indipendente sulle manipolazioni genetiche che si è riunito a Londra nel maggio scorso. Viene fuori che nessuna distinzione è possibile fra ingegneria genetica buona - quella medica - e cattiva - quella agricola. L'intera tecnologia, secondo Mae Wan Ho, è arcaica e totalmente ignara dei meccanismi di interazione fra i geni del genoma e fra questi ultimi e l'ambiente. I biotecnologi hanno disinvoltamente incrociato transgeni provenienti da specie diverse e talvolta pericolose, come i promotori ricavati dai virus, sottovalutando completamente i rischi che questo comporta, una volta entrati nella catena alimentare umana. I fenomeni di resistenza agli antibiotici o l'emergere di virus imprevisti non sono che alcune delle conseguenze di una ricerca condotta in nome del profitto, nell'ombra del segreto industriale.
I dati, che raramente escono dai convegni specializzati, sono allarmanti. Del resto, dal momento che i fondi per la ricerca pubblica vengono tagliati per costringere i ricercatori a rivolgersi ai privati, a chi il compito di controllare il controllore? Quale istituto di ricerca o centro studi potrebbe rischiare di inimicarsi i propri sponsor? E, viceversa, perché un'azienda dovrebbe finanziare delle ricerche indipendenti sulla pericolosità dei propri prodotti? Si tratta, insomma, dei soliti vecchi nodi del biotech, che continuano a venire al pettine mentre il braccio di ferro globale sugli ogm è in pieno svolgimento.
Sabina Morandi_




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