Pubblicherò qui le mie lettere...... ERETICHE!
Mi scuso con gli amici, se da qui a Luglio non potrò che raramente frequentare il forum, ma impegni di studio reclamano la mia attenzione.
Frattanto, leggete questa mia lettera ad Avvenire, e ditemi che ne pensate.
L'ARTICOLO DI AVVENIRE
QUARANT’ANNI FA MONTINI DIVENTAVA PAPA
Genio italiano al timone della Chiesa
Andrea Riccardi
Sono passati quaranta anni dall’elezione di Paolo VI. Per taluni sarebbe un papa dimenticato. I venticinque anni, così intensi, trascorsi dalla sua morte possono far apparire quel pontificato remoto per quelli che si sono affacciati negli ultimi due decenni sulla scena del mondo. D’altro conto non è facile semplificare la figura di questo Pontefice. E’ stato il Papa della complessità, chiamato a governare la Chiesa in una stagione difficile, una delle più delicate del Novecento. Si è trovato a concludere un Concilio ecumenico originale come il Vaticano II. Il ’68 ha immesso nel circuito dell’Occidente una specie di rivoluzione antropologica che toccava la mentalità e tutte le istituzioni. La Chiesa per prima. Larga parte del pontificato montiniano è stato tallonato da un movimento d’irrequietezza che ha messo in luce una Chiesa al plurale, spesso anzi conflittuale. In un simile panorama, con un’opinione pubblica vivace e rissosa, non era facile governare. Forse si sono un po’ perse le reali misure di quel tempo difficile per cui qualsiasi raffronto ci appare improponibile.
Da un punto di vista geopolitico, i Paesi comunisti sembravano resistere al logorio del tempo, mentre le Chiese di quelle regioni soffrivano la persecuzione. Si colloca in questa cornice la decisione di aprire un dialogo con i governi dell’Est, dialogo che sull’immediato dette risultati relativi e non riuscì mai ad arrivare a Mosca: ars non moriendi, la definì giustamente il Segretario di Stato, Villot. C’era poi la decolonizzazione, che obbligava la Chiesa a misurarsi con le passioni terzomondiali e a smarcarsi dai regimi coloniali, istituendo nuove gerarchie locali. Non era poco per un cattolicesimo che, in Occidente, era scosso da una progressiva secolarizzazione, dalla diffusione del materialismo marxista e da un processo di soggettivizzazione della fede e dell’idea di vita. Paolo VI governò in questa intricata situazione con orientamenti che a taluni parvero esitanti, e che invece erano sal di e cauti insieme, frutto del senso della complessità di un mondo dai tanti attori in movimento. Il suo fu un genio di governo, tipicamente italiano, realista ma misurato su un vasto disegno. Lo si capisce con il distacco del tempo: "Paolo VI sarà valutato grande con il tempo", diceva Congar.
Montini intendeva cambiare in profondità la vita della Chiesa. A partire dalla liturgia. Un suo intimo amico, padre Manziana, una volta disse a chi scrive: "lo avessero fatto lavorare in pace". Tradiva il senso di fastidio per il chiassoso e tumultuoso clima di quegli anni, che metteva in difficoltà l’attuazione del progetto riformatore a cui Montini pensava da tempo. Negli anni Settanta, mentre molti denunciavano la crisi della Chiesa, il Papa coglieva i segni della rinascita religiosa, che allora sembravano illusori a fronte della dominante secolarizzazione. Erano i primordi di quel processo, mostratosi prima nei mondi extraeuropei e poi nel nostro continente. L’Anno Santo del 1975 era rivelatore di una nuova e faticosa vitalità. Per Paolo VI non si doveva attendere, ma accettare con coraggio la sfida del presente. Da molto era convinto che questo coraggio fosse l’evangelizzazione. Egli si chiedeva anche "se il Vangelo che proclamiamo appare lacerato da discussioni dottrinali, da polarizzazioni ideologiche o da condanne reciproche tra cristiani...", come parlarne agli altri? La via del futuro gli appariva quella di una Chiesa tutta missionaria. Ma per camminare in questo senso, bisognava governare la complessità del presente e porre le premesse del domani. E’ il messaggio dell’Evangelii Nuntiandi (1975), il testo di riferimento per un’intera epoca.
LA MIA RISPOSTA
Al direttore di Avvenire, dott. Dino Boffo.
Ho cercato per circa venti minuti, tra le pagine di Avvenire, l’articolo intero al quale rimandava il riquadro in prima pagina, dal titolo GENIO ITALICO AL TIMONE DELLA CHIESA, a firma ANDREA RICCARDI sui quarant’anni di elezione al Soglio Pontificio del cardinale Montini.
Mi aspettavo una pagina intera dedicato a questo genio italico, ma non potevo trovarla, quella pagina.... non potevo mai trovarla, perchè a questo genio italico Avvenire ha dedicato un editoriale di poche righe in seconda pagina. Punto.
Mai scelta editoriale fu più saggia. E’ bastato un semplice articolo, che si doveva far uscire per accontentare i liberali in talare dei nostri tempi, per seminare strafalcioni a piene mani: figuriamoci se si fosse concesso più spazio!
Prima di entrare nello specifico della questione, la questione Paolo IV, le faccio notare come ella non poteva scegliere penna migliore, per commentare il “papa della complessità”: definire il Concilio ecumenico Vaticano II come “originale” (e ancora siamo sugli eufemismi), senza scandalizzarsene per primi, è indice di quella “ampiezza mentale”, tanto invocata quanto necessaria per capire le dinamiche della Chies anegli ultimi 40 anni.
Io, che ahimé non godo di tale ampiezza, faccio umilmente notare a lei e al giornalista citato, che per ben 1960 anni i Concili celebrati dalla Madre Chiesa sono stati sempre definiti “Santi”: definire un Concilio “originale” significa dare validità a quelle critiche, che in altra sede si censurano – e si censurarono facilmente. Originale, anche etimologicamente, ha un ben preciso significato, ed è quello che, ormai, abbiamo capito tutti. Strafalcione o no, Riccardi ha detto una grande verità: io, per molto meno, ho visto cestinati le mie lettere proprio dalla redazione di Avvenire.
Se originale è stato il Concilio Vaticano II (e questo lo capii quando, anni addietro, mi dedicai alla lettura dei documenti dei concili precedenti e delle lettere encicliche dei Santi Padri), non meno si può dire del Papa che lo portò a compimento, Paolo VI. Su di lui, Riccardi è ancor più esplicito: lo definisce “genio italico”, si rammarica, con padre Manziana, che alcuni (brutti??? Cattivi???) non lo abbiano lasciato lavorare in pace, cita Congar (un altro luminare della scienza teologica!) per indicare l’unico metro di giudizio che gli renderebbe giustizia: il tempo.
A 25 anni di distanza dalla morte del cardinale Montini (neanche troppi, a dire il vero), Avvenire, il giornale del Clero italiano, gli dedica a stento una cinquantina di righe per la sua elezione a Papa; Congar non se lo ricorda nessuno (grazie a Dio), e solo le Paoline, che in questi anni ci hanno abituati a un lassismo di ben altro spessore, ne hanno di recente ripubblicato un titolo; la Chiesa attraversa una profonda crisi, con giovani sempre più in fuga dalle “chiese discoteca”, dove si dice venga celebrata Messa, verso monasteri zen o pratiche buddiste (forse parlare meno di Congar, e un po’ di più mistica cattolica non farebbe male), con preti che si prostrano ad Allah, in nome del quale vengono uccisi in Oriente altri preti come loro (ma si sa come vanno queste cose: lontano dalla vista, lontano dal cuore....!), con preti pedofili, coperti da cardinali che, senza pudore, si fanno fotografare accompagnati da massoni con tanto di grembiulino (e il Papa ci ha dedicato pura la lettera del Giovedì Santo dell’anno scorso).
Non tocca a noi giudicare il cardinale Montini: usiamogli quella Misericordia, che vorremmo la Maestà Celeste usasse a noi. Tuttavia, o ammettiamo che qualcosa non è andata come doveva negli ultimi 40 anni, o dobbiamo:
1) pensare alla Chiesa come un partito politico di vaste proporzioni, che cambia valori col cambiare dei tempi.
2) Riconsiderare l’azione dello Spirito Santo sulla Chiesa, azione che magari non è sempre infallibile come abbiamo creduto.
Dal mio canto, preferisco farmi strappare la lingua, piuttosto che, per salvare i servi, fare torto al Padrone.
Mi auguro che, in futuro, Avvenire tenga conto di un fatto importante: chi dirige il giornale, chi ne scrive i pezzi, perfino chi stampa le pagine è soggetto al Giudizio del Signore. Che dovremmo temere di più, delle semplici censure gerarchiche.





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