....esattamente dieci....
....anni fa.
Oggi è martedì 20 luglio 1993. Stamattina, alle 10.48, l’Ansa ha stampato una notiza:
“Tangenti Milano: Cagliari morto in carcere”. Abbiamo letto le tre righe di testo: “L’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, è morto stamani nel carcere di San Vittore, dove era detenuto dal 9 marzo scorso”.
Dopo dieci minuti, un nuovo dispaccio. C’era scritto che a dare la notizia era stato l’avvocato di Cagliari, Vittorio D’Aiello. L’avvocato, stamane, è uscito da San Vittore.
Un giornalista l’ha avvicinato e gli ha chiesto se la richiesta di scarcerazione fosse stata accolta. Allora l’avvocato D’Aiello ha detto: “La notizia è che Cagliari è morto”.
Poi è scoppiato a piangere.
“E’ un fatto naturale. Aveva la sua età…”. Francesco Speroni, capogruppo della Lega al Senato, su Gabriele Cagliari,
20 luglio 1993.
Oggi, 20 luglio 1993, non abbiamo dovuto aspettare molto per saperne di più. Poco prima di mezzogiorno si è sparsa la voce che Cagliari è stato trovato con un sacchetto di cellophane in testa. Nemmeno un quarto d’ora, e la notizia è stata confermata dal procuratore Francesco Saverio Borrelli.
Questa sera, alla Camera, il ministro della Giustizia, Giovanni Conso, ha dato i ragguagli: “Poco dopo le 9,40 un altro detenuto si è avvicinato alla cella per avvertire Cagliari che era atteso in sala colloqui dal suo avvocato. Non avendo ottenuto risposta ha chiesto l’intervento dell’agente di servizio. Due agenti di servizio hanno aperto il cancello della cella e hanno constatato che
la porta di accesso al bagno di servizio era stata bloccata dall’interno. La porta è stata immediatamente forzata e all’interno è stato rinvenuto Cagliari riverso in terra con un sacchetto di plastica infilato in testa e legato al collo con una stringa di scarpa da tennis. Il sacchetto di plastica è stato immediatamente strappato dalla testa di Cagliari.
Il medico di guardia ha constatato l’assenza di parametri vitali. Nonostante ciò per venti, trenta minuti è stato praticato il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale senza però ottenere alcuna ripresa dell’attività cardio-respiratoria”.
“La morte merita rispetto, ma non può prestarsi a strumentalizzazioni politiche e men che meno essere utilizzata per ostacolare l’azione dei magistrati impegnati a far luce su Tangentopoli.
Mettere in collegamento un possibile suicidio con i tempi lunghi della carcerazione preventiva può essere un modo per affiancare il tentativo di attenuare l’azione della magistratura in un momento
in cui invece è necessario andare fino in fondo”. Gianfranco Fini, segretario del Msi, 20 luglio 1993.
Oggi, 20 luglio 1993, è stato il centotrentatreesimo e ultimo giorno di carcerazione preventiva per Gabriele Cagliari. Sono quattro mesi e mezzo di galera per un uomo di sessantasette anni, presunto innocente, secondo le leggi. Abbiamo fatto una piccola ricerca. Ora possiamo dire che, in questi centotrentatré giorni, sono state respinte cinque richieste di scarcerazione.
La sesta, avrebbe dovuto esaminarla proprio oggi il giudice delle indagini preliminari Maurizio Grigo; tre giorni fa, prima di partire per le vacanze, il pm Fabio De Pasquale aveva espresso il suo parere negativo.
Cagliari era stato arrestato il 9 marzo di quest’anno, del 1993, con l’accusa di corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti; è la grande inchiesta sui fondi neri dell’Eni. C’è qualche altra data che deve essere ricordata. Il 24 aprile, Cagliari, già detenuto, è stato raggiunto da un nuovo ordine di carcerazione.
Sui fondi neri, appunto. Cagliari non li ha negati, ha detto di aver ereditato la situazione.
Il 29 maggio, dieci giorni prima che scadessero i termini di detenzione preventiva, e cioè dieci giorni prima di essere liberato, Cagliari ha ricevuto un terzo ordine di carcerazione, stavolta per certi affari illeciti fra l’Eni e la Sai del gruppo Ligresti.
Dopo aver verificato queste date, abbiamo preso un libro che uscirà fra nove anni, nel 2002.
E’ Mani Pulite, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio. Alle pagine 145 e 146, c’è scritto: “De Pasquale spiega che la decisione sulla libertà di un indagato non è discrezionale, ma riposa su precisi fondamenti giuridici: le esigenze di custodia cautelare cessano quando una persona ha reso una effettiva confessione”.
“Ho sempre pensato che le regole che presiedono alla custodia cautelare non sono dirette a ottenere elementi di prova, e noi infatti non le applichiamo per ottenere questi elementi, ma per evitare il pericolo di inquinamento delle prove, di fuga e, soprattutto di reiterazione del reato”. Gherardo Colombo, a un dibattito a Palermo, 21 luglio 1993.
Oggi, 20 luglio 1993, molti uomini politici hanno manifestato il loro dolore, la loro costernazione eccetera. Qualcuno, come il liberale Alfredo Biondi, ha detto che la carcerazione preventiva non è stata pensata per sfinire e tormentare gli indagati, e “non deve essere un mezzo per ottenere confessioni”.
Il vicepresidente del Pli, Raffaello Morelli, ha parlato di “strumento di tortura”. Molti altri hanno soltanto barcollato.
Soltanto per un momento. Il socialista Enrico Manca ha detto che “sarebbe sbagliato mettere sulle spalle dei magistrati un avvenimento così doloroso”.
Il socialdemocratico Antonio Pappalardo ha detto che il problema è la lentezza, semmai, e dunque “è ormai venuto il tempo che a Tangentopoli subentri in tempi brevi Condannopoli”.
Pietro Ingrao si prepara a “respingere la campagna che probabilmente ci sarà di quelli che non vogliono rendere conto alla giustizia delle loro malefatte”.
Un altro pidiessino, Cesare Salvi, ha detto che “le condizioni carcerarie sono un problema che esiste da decenni”.
Il leghista Gianfranco Miglio ha detto che “un evento come questo spinge in senso opposto a quello della carità, della pietà e conferma che la politica è una cosa seria. La politica è rischiare la vita fin dai tempi di Adamo ed Eva. Bisogna andare avanti nella pulizia e va adoperata la spada della punizione”.
Per il capogruppo alla Camera del Pds, Massimo D’Alema, “sarebbe sbagliato cogliere un pretesto per interventi impropri e velleitari”.
Il procuratore aggiunto di Torino, Marcello Maddalena, ha detto che “rischi di questo tipo ci sono sempre, ogni volta che si prendono provvedimenti giudiziari”.
Il leader della Rete, Leoluca Orlando, ha detto che “è la conferma che il regime sta crollando”.
Fra due giorni, il 22 luglio, i consiglieri comunali di Milano si alzeranno in aula per un minuto di silenzio; sette consiglieri leghisti resteranno seduti, uno abbandonerà l’aula.
“Noi stiamo ricevendo dei fax in continuazione, che per noi hanno lo svantaggio di non rilevare la provenienza, nei quali c’è scritto che sperano che noi ci suicidiamo tutti e che di questo hanno
voglia di godere”. Mino Martinazzoli, segretario della Dc, 20 luglio 1993.
Oggi è il 20 luglio 1993. Stamattina, prima che Cagliari si ammazzasse, avevamo letto la Repubblica. In prima pagina c’era il seguente titolo: “Ferruzzi allo sbando, ora tremano i big”. A pagina quattro, un altro titolo: “Cinque ‘eccellenti’ nel mirino di Mani pulite”. Si riferivano alle confessioni di Giuseppe Garofano, l’ex presidente di Montedison. C’erano le foto e le biografie,
fra gli altri, di Raul Gardini e di Carlo Sama.
In quella di Gardini abbiamo letto: “Chi l’ha incontrato negli ultimi tempi, descrive Raul Gardini come un uomo provato, logorato dall’attesa… Nei giorni scorsi ha bussato alle porte dei giudici informandoli di essere pronto a fornire ogni spiegazione.
‘Vedremo’, è stata la risposta che ha ancor più rattristato il romagnolo…”.
“Tangenti, Garofano accusa Gardini”, titolo in prima pagina della Repubblica, venerdì 23 luglio 1993.
Oggi è venerdì 23 luglio 1993. Le notizie, oggi, dovevano essere queste: stamattina c’è stato il funerale di Gabriele Cagliari. La funzione si è tenuta nella chiesa di piazza San Babila. Il sindaco di Milano, il leghista Marco Formentini, ha rifiutato di prendervi parte. Quando la moglie di Cagliari, Bruna, e i figli Stefano e Silvano hanno raggiunto il sagrato dietro al feretro, si è sentito l’estremo saluto di alcuni rappresentanti della società civile, in attesa fuori dalla chiesa: “Ladri!”. “Vergogna!”. “Nessuna pietà”. Molti i fischi. Le notizie dovevano essere queste. Ma alle 9,40 l’Ansa ne ha battuta una nuova: “Gardini si è suicidato”.
Abbiamo poi saputo che le cose sono andate così: alle sette di mattina, il maggiordomo Franco Brunetti ha portato a Gardini la colazione e i giornali. Il maggiordomo intorno alle 8,45 ha cercato di girare una telefonata a Gardini, che però non ha risposto.
Poco dopo il maggiordomo è andato a controllare, e ha visto Gardini sul letto, indosso aveva solamente le mutande e un accappatoio bianco intriso di sangue. Sul letto c’erano i giornali e un biglietto, con scritti i nomi della moglie e dei figli e un “grazie”.
Niente altro. Alle 9,01, il centro di coordinamento delle ambulanze di Milano ha ricevuto una richiesta di soccorso, per un certo Verini vittima di un infarto in piazza Belgioioso. Quel Verini era Gardini, l’infarto era un colpo di proiettile alla tempia destra, uscito poi dalla tempia sinistra.
L’indirizzo era giusto. Gli operai che stavano lavorando in piazza, hanno raccontato di avere visto un ragazzo uscire dalla porta e urlare. Si è poi scoperto che si trattava di Francesco, figlio di Gardini. Gli altri parenti erano a Ravenna. Si è pensato che sia stato il frastuono dei martelli pneumatici a coprire quello della pistolettata. Gli operai hanno anche raccontato di avere visto, più
tardi, gli infermieri portare fuori di casa il corpo di Gardini. Un lettighiere cercava di tamponare le ferite alle tempie con due cuscini. Gardini è morto in ambulanza.
“In fondo è un bene, vuol dire che c’è gente che, di fronte alla prospettiva della casacca a righe, preferisce togliersi la vita”. Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, 23 luglio 1993.
Oggi, 23 luglio, i giornali avevano in prima pagina i resoconti delle deposizioni di Garofano.
Il Messaggero ha titolato: “Tangenti, da Garofano accuse a Raul Gardini”.
Nell’articolo abbiamo letto: “Il colpevole dei buchi Montedison per Giuseppe Garofano, l’ex presidente della società di Foro Bonaparte in carcere da venerdì scorso, è Raul Gardini. Fu lui a ordinare di creare fondi extrabilancio attraverso complicate operazioni finanziarie e immobiliari. Fu lui a patteggiare, sempre secondo Garofano, il pagamento di tangenti in relazione all’affare Enimont… Così almeno sembra di capire da alcuni stralci – pubblicati dal settimanale Il Mondo – degli interrogatori a cui i giudici Di Pietro e Greco, insieme con il gip Ghitti, hanno sottoposto Garofano”.
Abbiamo pensato che Garofano è in carcere da una settimana, che è stato interrogato da meno di una settimana e che già i verbali sono in edicola. Domattina, leggeremo la Repubblica. Il cronista Piero Colaprico comincerà così il suo pezzo:
“Antonio Di Pietro cammina curvo, a testa bassa, così giù di corda che percorre il lungo corridoio della procura strisciando per decine di metri una spalla sul muro. Il volto terreo. Non guarda nessuno, ha un atteggiamento tale che nessuno gli si avvicina. Francesco Greco nasconde le lacrime dietro rotondi occhiali scuri, piange e un collega gli fa coraggio… Nell’arco di una manciata di minuti la procura cambia aspetto: questi stessi giudici, che sembravano storditi dalla morte di Raul Gardini, coordinano con la semplicità che viene dalla lunga esperienza la guerra lampo che s’abbatte sul Gruppo Ferruzzi, che fa spiccare gli ordini di arresto per il cognato di Gardini, Carlo Sama…”.
Gli altri arrestati sono Vittorio Giuliani Ricci, altro cognato di Gardini, e il finanziere Sergio Cusani. Fra un anno, intervistato da Panorama, il gip Ghitti dirà:
“Eccezionalmente, su quei provvedimenti ho indicato l’ora. Le 9 del mattino. Pochi minuti dopo il dramma. Per testimoniare che, nonostante il dolore, la giustizia deve andare avanti”.
La giustizia è dunque andata avanti. Sono stati arrestati i superstiti, come era in programma.
Poco prima delle nove si è ucciso Gardini. Poco dopo le nove sono partiti gli ordini di custodia cautelare. In questa mattinata, Di Pietro ha trovato il modo di andare in piazza Belgioioso, a manifestare il suo cordoglio.
“Di Pietro è sceso dall’auto ed è stato riconosciuto da un gruppo di una trentina di persone che si trovavano in piazza Belgioioso e che lo hanno salutato applaudendo”. Ansa, 23 luglio 1993.
Oggi è il 23 luglio 1993. Quando si è saputo della morte di Gardini, è partito il dibattito politico.
Oggi, i politici hanno scoperto grandi doti da analisti. Molti di loro sanno perfettamente perché Gardini si è sparato in testa.
Per Diego Novelli, della Rete, dietro alla decisione di Gardini “non c’è la rivelazione del verbale, ma il contenuto dell’interrogatorio”.
Luciano Violante, del Pds, ha formulato la sua teoria: “Credo che la linea comune sia il crollo delle condizioni in cui hanno vissuto e operato questi personaggi.
Il deputato democristiano Nino Cristofori ne ha formulata una simile: “No, non credo che abbia pesato in lui la paura del carcere. Anzi, lo escludo. Nella disperazione del suo suicidio, c’è più probabilmente la disperazione del suo fallimento”.
La Voce Repubblicana, il giornale del Pri, si è sentita in dovere di divulgare nel pomeriggio la diagnosi che proporrà domattina in prima pagina: “Il suicidio di Gardini è la reazione tragica all’emergere in pubblico, senza più infingimenti dopo le confessioni di Garofano, delle regole vere e gli aggiramenti di legge perpetuati anche da grandi imprese private”.
La segreteria politica della Lega Nord ha diffuso un comunicato: “… Si registrano vittime di quella stessa classe politica che persiste arrogantemente nel restare a Palazzo”. La conseguenza di questa riflessione è una proposta: “La magistratura e i cittadini, ognuno per la loro parte, devono perseguire con rigore i politici e i loro compagni di strada anche a costo di applicare loro l’articolo 580 del codice penale, l’istigazione al suicidio, oltre ai capi di imputazione già iscritti”.
Il presidente dei senatori della Rete, Carmine Mancuso, ha interpretato la morte di Gardini come “il suicidio di un intero regime che non riesce a sostenere le responsabilità dei crimini commessi”.
Il segretario della Dc, Martinazzoli, pare essersi già dimenticato dei fax di cui si lamentava pochi giorni fa: “Il suicidio di Gardini riguarda soprattutto un esame di coscienza che la grande imprenditoria deve farsi rispetto a degli anni che anche per lei sono stati di dissipazione”.
“Questa gente che con una certa dignità, con una dignità certa, conclude una vicenda e ne sottolinea un’altra. In realtà Gardini e gli altri sapevano di agire secondo la legalità partitocratica
dettata dall’ordine giudiziario in questi anni. In loro c’è lo sgomento e lo scandalo; la legge ladra era la legge imposta dall’ordine giudiziario italiano… E’ in questo contesto che uomini come Moroni, Gardini, Cagliari sentono insopportabile lo scandalo che li colpisce… e si sentono indifesi perché i loro persecutori furono i loro complici, se non i loro ispiratori, e oggi sono i loro giudici…
Si assiste a un crollo di un regime, di una cultura, di una storia, ma nello stesso tempo si fanno avanti badogliani e bottaiani…”. Marco Pannella, ai giornalisti, 23 luglio 1993.
Oggi, 23 luglio 1993, ci sono stati i funerali di Cagliari, il suicidio di Gardini e gli arresti di Sama, Cusani e altri ancora del Gruppo Ferruzzi. Sama e Cusani, questa sera, sono nel carcere di Opera. A Cusani i magistrati contestano di essere stato l’artefice di una plusvalenza di cento miliardi di lire necessari per pagare le tangenti ai partiti sull’affare Enimont. Già nei prossimi giorni si capirà che Cusani non intende collaborare. Intende essere giudicato, subito.
Il suo processo sarà fulmineo e fulminante. Comincerà il prossimo ottobre. Si concluderà sei mesi dopo, a fine aprile del 1994.
Lo vedremo tutto in tv. Sarà il gran finale di questo film con gli eroi, i prepotenti schiacciati, il popolo coi forconi, i cadaveri. Innanzi a Di Pietro e alle telecamere, vedremo immagini che diventeranno simboli: la bava di Arnaldo Forlani, l’orgoglio di Bettino Craxi. Il giudice Giuseppe Tarantola infliggerà a Cusani otto anni di prigione e centosessantotto miliardi di lire per risarcimento.
Di Pietro commenterà soddisfatto: “Ammazza che botta”.
Ci chiederemo spesso, negli anni a venire, che ne è di tutto il resto, di tutto quell’altro groviglio di mazzette, di fondi neri, di finanziamenti occulti che hanno avuto il loro centro nell’Eni e poi nel supertangentaro PierfrancescoPacini Battaglia, e che hanno provocato questi morti e decine di arresti e tutto il rinnovamento – ma forse “ricambio” è più giusto di “rinnovamento” – dei dirigenti
dell’Eni.
Ci sarà un’interminabile udienza preliminare, anni e anni, e poi stralci, rinvii. La velocità del processo a Cusani, o processo Enimont, è un’esclusiva di questi nostri giorni che dopodomani, sull’Unità, Paolo Villaggio definirà così: “… parlo a nome di tutta le gente comune come me, che ha vissuto e sta vivendo questo grande momento, questo grande cambiamento, quelli lì non sono morti e sepolti, sono tutti asserragliati, barricati nel loro bunker di
Montecitorio…”.
Però qualcuno, dal bunker di Montecitorio, fa sentire la voce giusta per chi sta vivendo questo grande momento. Per esempio Gianfranco Fini: “Il suicidio di Gardini è la fine del regime. A questo punto è difficile credere che certi suicidi siano motivati solo dalle compromissioni nelle inchieste sulle tangenti. Bisogna verificare se c’è altro e di ben più grave. Se la politica sia alleata con mafia e camorra, chi può escludere compromissioni e patti di sangue tra finanza e malavita? E’ necessario indagare a fondo sul piano giudiziario”.
“Abbiamo un barometro per misurare la sincerità dei magistrati italiani: dopo aver chiamato in causa uomini politici e uomini d’affari, vedremo se chiameranno in causa, nella società delle pastette generalizzate qual è diventata l’Italia, il ruolo svolto dalla magistratura stessa, senza la cui complicità nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto”. Libération, 24 luglio 1993.
Mattia Feltri da il Foglio di lunedì 21 luglio 2003
saluti