I marinai in ciabatte: «Impossibile controllare queste coste»
Viaggio tra i comandi della polizia tunisina, dove non sorvegliano nemmeno la stazione radio: «L’altra notte, quando siamo partiti per soccorrere i naufraghi, abbiamo rischiato di affondare pure noi»


DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
SFAX (Tunisia) - Il comandante della motovedetta tunisina si gode il sole seduto a poppa, dondolando su una sedia di plastica, di quelle che, solitamente, s’usano nei bar. Fuma, è in canottiera e giocherella con le ciabatte. In canottiera e ciabatte sono del resto anche tutti gli uomini del suo equipaggio. Uno cerca di pescare qualcosa agitando un filo nell’acqua. Un altro russa, sdraiato sotto al timone. Il terzo divora una focaccia.
La motovedetta è lurida, rugginosa. L’idea che possa prendere il largo e affrontare le onde per un pattugliamento anche di poche ore lascia perplesso lo stesso comandante. «Beh, in effetti, usciamo solo se le condizioni del mare lo consentono. E oggi, per esempio, non lo consentono». E quando è che lo consentono? «Diciamo, raramente». Raramente? «Per essere chiari: l’altra notte, quando siamo partiti per andare in soccorso dei naufraghi di quel barcone colato a picco, poco ci mancava che iniziassimo a imbarcare acqua anche noi».
Sulla fiancata della motovedetta, la sigla sbiadita dalla salsedine: GN2303. Accanto, altre due imbarcazioni: GN2003 e GN1603. Poi un gommone, con una grossa toppa. «I mezzi che abbiamo a disposizione sono questi. E comunque, anche se ne avessimo di più moderni, la storia non cambierebbe». Può essere più preciso, comandante? «Il tratto di costa da pattugliare, per intercettare i pescherecci carichi di clandestini che partono dalla Tunisia, o che partendo dalla Libia, qui davanti in ogni caso incrociano, è enorme. Basta guardare la cartina. E non solo...». Cos’altro? «C’è da dire che qui, in Tunisia, non ci sono organizzazioni ben strutturate come, ad esempio, ci risulta esistano in Albania. Qui, spesso, i trafficanti improvvisano. Per quindici giorni imbarcano da una spiaggia, poi magari cambiano e scendono di trenta chilometri. Come si fa a intercettarli? No, il governo italiano deve convincersi che quello che ci viene chiesto è un lavoro davvero impossibile».
I discorsi del comandante della motovedetta peggiorano, se possibile, il già grigio umore del colonnello Noureddine Chaabani, della Guardia Nazionale. «Sciocchezze! Noi pattugliamo con il massimo impegno. Non è proprio il momento di dare peso alle parole di due stupidi marinai».
Eppure sono dello stesso tenore anche le dichiarazioni raccolte nel porto di Sousse, 80 chilometri più a nord. Pure lì, motovedette fatiscenti e marinai indolenti, scettici, rassegnati. «Qualcosa cambiò alla fine della scorsa estate, dopo l’ultima ondata di partenze - raccontano i marinai militari -. Da Tunisi arrivarono ordini precisi. Era chiaro che i nostri politici avevano stretto accordi con l’Italia». Uscivano, di pattuglia, mattina e sera. E questo, effettivamente, spiegano, «all’inizio, qualche risultato lo procurò». I clandestini smisero rapidamente di imbarcarsi dalle solite spiagge, quelle tenute maggiormente sotto controllo: Kebilia e Nabeul a Nord, Sousse e Mahdia al Centro, Zarzis a Sud. «Si trattò però di un successo momentaneo. Adesso, infatti, il nostro lavoro si è addirittura complicato. I clandestini si imbarcano dove capita, dove li convoca il trafficante di turno. A volte, partono dalle spiagge più improbabili».
Come ad esempio quella di Port el-Kantaoui, uno dei porticcioli più eleganti dell’intera costa tunisina. «Ma davvero si imbarcano anche da lì? Ma no, non è possibile... Lì ci vanno a fare il bagno solo i ricchi...».
Nel comando della polizia di Sousse non sono pochi gli ufficiali sudati e spettinati che sghignazzano, quando sentono porsi alcune domande: «Cosaaa? Gli elicotteri?». Esatto: elicotteri. Ne avete? Li usate? «Bisogna telefonare a Tunisi per sapere quanti elicotteri abbiamo. Io dico che non arriviamo a due, compreso quello che usa il presidente Ben Ali». Forza, è una domanda seria. «E anche la risposta. Elicotteri? Qui noi spesso non abbiamo nemmeno i pezzi di ricambio per i motori dei gommoni, capito?».
Poi tornano a sedersi in circolo, a sbadigliare, a scacciare le mosche nell’aria calda di uno stanzone dove gracchia una radio, che nessuno accudisce. Perché non vi mettete le cuffie e rispondete? «Perché non è compito nostro. Noi siamo ufficiali. Alla radio deve starci quel cretino di Malek, che però è andato a mangiare». E se fossero comunicazioni urgenti? «Urgenti? Per cosa? Per un altro barcone avvistato chissà dove?».
L’atmosfera è questa. Prima è arrivata la troupe di una televisione francese e tutti sono balzati fuori dall’ufficio per mettersi in posa. Poi al più alto in grado, un capitano, è venuto in mente che non potevano girare il filmino senza l’autorizzazione di Tunisi. E allora ha preteso dal cameraman la bobina. Ma il cameraman è stato furbo: è andato a comprare cinque birre ghiacciate e, così, è diventato amico di tutti.

Fabrizio Roncone
Interni
© Corriere della Sera

Ma che ca**o volete che fermino loro qui?