L'annuncio di Paul Bremer, «governatore» Usa: a partire dalla privatizzazione del petrolio, il paese diventerà un modello di deregulation per tutto il Medio Oriente
MANLIO DINUCCI
L'intervento più atteso domenica al «Summit della riconciliazione globale» - un meeting «straordinario» organizzato dal Forum economico mondiale in Giordania - era quello dell'ambasciatore L. Paul Bremer III, «amministratore capo in Iraq». In chiusura, quando ha preso la parola, non ha deluso le aspettative. Ha esordito infatti con il solenne annuncio che «dopo trent'anni di dominio totalitario, il popolo dell'Iraq è libero» e che il prossimo mese sarà costituito un «Consiglio politico» iracheno con il compito di «raccomandare le politiche da seguire sulle questioni più importanti per il futuro del paese». E' quindi andato al sodo: la «priorità più urgente», ha sottolineato, è «assicurare che la libertà politica sia accompagnata dalla libertà economica».Secondo Bremer III, se oltre il 50% degli iracheni è disoccupato e il 60% dipende dalle razioni governative, ciò è dovuto non agli effetti di due guerre e oltre dodici anni di embargo (che egli neppure nomina), ma ad una economia basata su imprese di proprietà statale che «non solo non hanno creato valore, ma l'hanno distrutto». In altre parole, il regime di Saddam Hussein ha ignorato che «non c'è alcun sostituto a un vibrante settore privato» e che «i mercati distribuiscono le risorse molto più efficacemente dei politici». Da qui «l'obiettivo strategico» dei prossimi mesi: «Ridistribuire le risorse, trasferendole dalle imprese statali alle più produttive imprese private». Ciò sarà attuato anzitutto riducendo i sussidi alle imprese statali, così che esse abbiano «dure ristrettezze di bilancio», ossia falliscano lasciando campo libero a quelle private. Contemporaneamente, saranno «abbassate le barriere» e «abolite le irrazionali restrizioni ai diritti di proprietà», così che possano entrare nell'economia irachena «nuove imprese straniere». In tal modo, si affermerà il «libero mercato» e «l'industria petrolifera irachena potrà tornare agli affari».Bremer III ha quindi detto, senza però prendere alcun preciso impegno, che parte dei profitti delle vendite petrolifere potrebbe essere distribuita ai cittadini iracheni sotto forma di «dividendi», sulla falsariga del sistema usato nello stato dell'Alaska. O, cosa più probabile, potrebbe essere depositata in un «fondo comune di investimento», soprattutto per «facilitare la transizione da una economia dominata dallo stato a una economia basata sul settore privato». Questa seconda opzione, scriveva già il 30 maggio il Financial Times, non a caso è caldeggiata da una coalizione di grandi compagnie capeggiata dalla Halliburton e dalla Bechtel, ossia dalle multinazionali statunitensi che, in barba al principio del «libero mercato», hanno già ricevuto senza alcuna gara i maggiori contratti per lo sfruttamento del petrolio iracheno. Quello presentato da Bremer, conclude The New York Times, è «il piano per trasformare l'Iraq in un modello di libero mercato e deregulation per l'intero Medio Oriente». In altre parole, è il piano per smantellare, insieme allo stato, anche l'economia irachena, facendo sì che, attraverso le privatizzazioni, la sua industria petrolifera passi nelle mani delle maggiori compagnie, soprattutto statunitensi e britanniche.C'è però un problema: in Iraq ci sono gli iracheni, che in stragrande maggioranza non sono d'accordo col piano annunciato da Bremer. Per calmare il crescente malcontento e la ribellione, soprattutto da parte dei 400 mila militari rimasti disoccupati, è stato annunciata ieri da Walter Slocomb, aiutante di Bremer, l'intenzione di reclutare 12 mila uomini per costituire una nuova forza di fanteria leggera, che potrebbe arrivare a 40 mila, con il compito di presidiare i confini e le installazioni chiave, soprattutto quelle petrolifere facilmente sabotabili. I reclutati riceverebbero una paga compresa tra 50 e 150 dollari mensili, denaro che sarebbe prelevato dal fondo costituito con parte dei profitti delle vendite petrolifere. Non un esercito nazionale, ma mercenario, addestrato anche da speciali agenzie private, messo a guardia degli interessi delle grandi compagnie petrolifere.Non è certo su questa forza che gli Stati uniti possono fare affidamento per «mantenere la legge e l'ordine». E' stato perciò annunciato ieri che le truppe Usa potrebbero restare in Iraq «per oltre cinque anni». Ci resteranno anche gli aerei telecomandati, i Predators , che dai cieli d'Iraq danno la caccia agli oppositori. A fine settimana, un Predatore ha distrutto - in stile afghano - con i missili Hellfire (Fuoco dell'inferno) un convoglio di auto civili al confine con la Siria: l'informazione era che a bordo avrebbe potuto esserci Saddam Hussein (e uno dei suoi figli). Ora si effettuano test del Dna sui corpi. Se saranno negativi come appare probabile, di quei civili uccisi nessuno saprà mai niente, ma i Predatori volteggeranno nel cielo iracheno per «assicurare che la libertà politica sia accompagnata dalla libertà economica».
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