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  1. #1
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    Post Voglio andare a vivere nel FAR WEST

    Bellissimo articolo di Guglielmo Piombini pubblicato la settimana scorsa da Il Domenicale.
    Per sgonfiare uno dei miti moderni che introduce il Far West ogni volta che si assiste a delitti barbari e tirannia del più forte.

    SE IL FAR WEST ERA ORDINE E LIBERTÀ

    di Guglielmo Piombini

    Lo stereotipo del Far West caotico e violento è duro a morire. Tutte le volte che la cronaca registra il caso di un cittadino che abbia cercato di difendersi con la pistola dall’aggressione di un malvivente, inevitabilmente i mezzi d’informazione parlano con tono allarmato di “scene da Far West”. Oppure, quando si scopre che una particolare questione non risulta ancora regolamentata fin nei dettagli da una delle centinaia di migliaia di leggi attualmente in vigore in Italia, non manca mai il politico di turno che si affretta a dichiarare che “occorre mettere fine al Far West legislativo”.
    Questi riflessi automatici non nascono solo dall’immagine romanzata tramandataci dal cinema, che della Conquista del West ha sempre dato eccessivo rilievo agli aspetti sensazionali e patologici trascurando la concreta realtà quotidiana, ma anche da una radicata mentalità “hobbesiana”, che dà per scontata l’esistenza di disordini e violenze ovunque il Leviatano statuale non si sia ancora affermato con il suo monopolio della forza.
    Da qualche decennio tuttavia i lavori di una nuova generazione di studiosi, mettendo in discussione tanti pregiudizi sul “Selvaggio West” sedimentati nel tempo, hanno chiarito che la Frontiera americana non era il regno della legge del più forte, ma un posto tutto sommato pacifico e civilizzato. Storici come William Davis, Russel Pritchard, Eugene Hollon, Frank Prassel hanno rilevato che i conflitti a fuoco coinvolgevano solo una esigua minoranza di “pistoleri”, mentre per milioni di persone comuni, a dispetto di una certa visione romantica, la vita sulla Frontiera era fatta soprattutto di monotonia e duro lavoro.
    Uno di questi storici, Roger McGrath, dopo aver setacciato una gran quantità di archivi, giornali e testimonianze riguardanti alcune tra le più turbolente cittadine della Frontiera ai tempi della corsa all’oro, è arrivato alla conclusione che “certe nozioni tanto diffuse sulla violenza e la mancanza di leggi e giustizia nel Vecchio West non sono altro che un mito”, dimostrando dati alla mano (nel libro Gunfighters, Highwaymen, and Vigilantes, University of California Press, 1984) che statisticamente nell’Ovest la violenza era meno diffusa non solo in confronto alle grandi città dell’Est, ma anche rispetto all’America attuale! Nel West venivano compiuti perlopiù crimini di poco peso, dato che la maggioranza degli arresti erano dovuti ad ubriachezza o cattiva condotta; i furti con scasso e le rapine a case e negozi erano estremamente rari; le rapine a treni o diligenze rappresentavano degli episodi isolati; più frequenti erano le sparatorie, che causavano però poco allarme tra la gente perché considerati in genere scontri “leali”.
    Di questo filone “revisionista” fa parte anche il bellissimo libro dello storico Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi. Gli italiani che nell’Ottocento fecero fortuna nel West americano, recentemente pubblicato dalla Rizzoli. Nel racconto affascinante di tante storie di successo dell’immigrazione italiana nel West, Rolle dimostra che anche una comunità minoritaria come quella italiana, generalmente ritenuta svantaggiata rispetto alla dominante comunità yankee di ceppo anglosassone, riuscì a cogliere tutte le opportunità che la Frontiera offriva. Nel West questi poveri emigranti italiani divennero artefici del proprio destino, non vittime della discriminazione o della sopraffazione come sostenuto dalla storiografia di sinistra. Lungi dall’essere degli “sradicati” (uprooted), a costoro secondo Rolle si addice ben di più la qualifica di upraised, di “immigrati di successo”. Basti pensare che solo dalla prospera comunità mercantile italiana di North Beach a San Francisco venne fuori una mezza dozzina di milionari nati in Italia! Molti altri italiani si affermarono nella cultura, nella finanza, nel commercio e nell’industria, a conferma che chi si spingeva verso la Frontiera trovava la libertà di mettere a frutto le proprie capacità individuali, e migliorare la propria condizione, molto più di chi rimaneva nell’affollato Est o in Europa.
    Se per la maggior parte degli americani questa “emigrazione interna” verso il West fu, nelle parole di Rolle, “straordinariamente fortunata”, come si concilia tutto questo con la popolarissima idea negativa del “Selvaggio West”?
    La verità è che nelle terre dell’Ovest, malgrado l’assenza di un governo statale, non c’era affatto anarchia o assenza di leggi. Al contrario, i coloni si sentivano portatori di antiche consuetudini di libertà: le stesse che i rivoluzionari americani avevano rivendicato contro l’assolutismo “moderno” del re inglese, cioè i diritti ereditati dalla Common Law e le istituzioni d’autogoverno di origine medievale, che venivano trapiantate nelle comunità di frontiera. Lo stesso Frederick Jackson Turner, autore della più celebre analisi della Frontiera come momento fondativo del carattere americano (The Frontier in American Hustory, 1893), ricorda che nel West persisteva l’eredità europea, e che la storia americana andava intesa come uno sviluppo della storia d’Europa nelle condizioni nuove del Nuovo Mondo. Per Turner i pionieri che colonizzarono l’Ovest erano degli “idealisti sociali”, che fondavano le loro aspirazioni sulla fiducia nell’uomo comune e sulla prontezza a venire ad accordi, senza l’intervento di un despota paternalistico o di una classe che esercitasse il controllo su di loro.
    Ciò che rimaneva più impresso a tutti i primi viaggiatori europei negli Stati Uniti, dal celebre Alexis de Tocqueville al meno noto conte piemontese Carlo Vidua, autore di osservazioni acutissime sulla società americana dei primi decenni del XIX secolo, era proprio la capacità degli americani di risolvere ogni genere di problema attraverso l’associazione volontaria, unendosi per un fine comune (l’abbattimento di tronchi, la costruzione delle dimore, le opere caritatevoli, i raduni, l’organizzazione dei campi minerari, la mutua protezione e mille altre cose) senza l’intervento di istituzioni statali.
    Proprio a ragione dell’assenza o della eccessiva lontananza del governo centrale, anche la “Legge del West”, questo impasto di buon senso e tradizioni giuridiche anglosassoni la cui vigenza era profondamente sentita nella coscienza degli uomini della Frontiera, veniva fatta rispettare per mezzo di soluzioni approntate di volta in volta dalla società civile: libertà di portare armi, formazione di posse o comitati di vigilantes (famosi quelli di San Francisco e del Montana), nomina di sceriffi a contratto, cacciatori di taglie (i temuti bounty-killers), note agenzie investigative come la Pinkerton. Questi sistemi privatistici si dimostrarono estremamente efficaci nel proteggere le persone e le proprietà, tanto che due economisti, Terry Andersson e P.J. Hill, hanno definito il “non così selvaggio West” come un riuscito “esperimento americano di anarco-capitalismo”. A differenza di oggi nel Vecchio West la punizione per i criminali giungeva quasi sempre implacabile, e la vita dei fuorilegge non era per nulla facile. Non è un caso che nessuna delle bande più pericolose (James, Younger, Dalton, Clanton, Reno, Plummer, Mucchio Selvaggio) riuscì a farla franca.
    Contrariamente quindi ad ogni distorta raffigurazione, il Far West americano rappresentò nel XIX secolo il luogo in cui maggiori erano le possibilità per gli individui di vivere indisturbati, di seguire le proprie tradizioni, di creare le proprie comunità e di fare fortuna, perché al riparo da quel Leviatano statale che con le sue spogliazioni, irregimentazioni e guerre gigantesche ha funestato buona parte della storia moderna e contemporanea della civiltà occidentale. Non si dimentichi che, mentre nei territori statalizzati dell’Est un’infernale guerra tra Stati provocò dal 1861 al 1865 ben seicentoventimila morti, nel West le più gravi situazioni di violenza, durante le cosiddette “Guerre dei pascoli” (nel 1878 e nel 1892), non causarono che poche decine di vittime!
    S’impone infine un’ultima considerazione, basata sul buon senso: se la letteratura che enfatizza il carattere violento del West fosse veramente fondata, non si spiegherebbe come mai una fiumana continua di milioni e milioni di emigranti fossero disposti a sopportare grossi sacrifici pur di raggiungere quella Terra promessa.

    •   Alt 

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  2. #2
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    articolo interessante. anche perche` molti luighi comuni circa la violenza del far west.
    ad esempio e` fondamentale il passaggio nel quale l`autore afferma che in fondo non tutti nel far west giravano armati, e che nelle nostre civilissime citta` ci sono attualmente piu` crimini che nelle lande deserte del far west.

    complimenti al Dom un`altra piccola picconata ai luoghi comuni.....

  3. #3
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    Originally posted by benny3
    complimenti al Dom un`altra piccola picconata ai luoghi comuni.....
    Basta avere il coraggio di diffondere il pensiero libertario e questo è uno dei grandi meriti del Domenicale.

  4. #4
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    ieri sera splendido film sul west. una epopea anti-eroica e cruda messa in atto da uno degli attori piu` di destra ed individualisti di Hollywood: Clint Eastwood. il film gli Spietati.

  5. #5
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    Originally posted by benny3
    ieri sera splendido film sul west. una epopea anti-eroica e cruda messa in atto da uno degli attori piu` di destra ed individualisti di Hollywood: Clint Eastwood. il film gli Spietati.
    Già... un capolavoro o quasi.

    Per quanto riguarda la discussione, ok per la rettifica di alcuni luoghi comuni. I libertari hanno però il vizio di dimenticarsi degli indiani: mostrano il loro genocidio o come una conseguenza normale di una guerra tra civiltà e concezioni diverse, o come le vittime fancazziste destinate a soccombere di fronte alla laboriosità dei bianchi.
    Sarò pure romantico e "buonista", ma questo punto di vista non lo convido.
    Ciao.

  6. #6
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    Originally posted by holyfire
    Già... un capolavoro o quasi.

    Per quanto riguarda la discussione, ok per la rettifica di alcuni luoghi comuni. I libertari hanno però il vizio di dimenticarsi degli indiani: mostrano il loro genocidio o come una conseguenza normale di una guerra tra civiltà e concezioni diverse, o come le vittime fancazziste destinate a soccombere di fronte alla laboriosità dei bianchi.
    Sarò pure romantico e "buonista", ma questo punto di vista non lo convido.
    Ciao.
    Durante gli ultimi decenni sono usciti un'infinità di libri e film che,
    sulla scia della moda multiculturalista e del conformismo politically
    correct, presentano i pionieri europei come degli usurpatori avidi,
    materialisti, razzisti, sessisti, antiecologici; mentre gli indiani vengono descritti secondo tutti gli stereotipi del buon selvaggio: pacifici, leali, generosi, tolleranti, spiritualisti, e con un profondo e sacrale attaccamento alla terra, agli animali, e alla natura.

    Questa angelizzazione dei nativi rischia però, come ha denunciato lo storico americanista Raimondo Luraghi nel bellissmo libro "Sul sentiero di guerra" (Rizzoli) di creare una
    nuova falsificazione storica, di segno opposto rispetto a quella
    tradizionale, ma più grave perché voluta a mente fredda.

    Il loro pacifismo è una invenzione, dato che tra i pellerossa la guerra ha da sempre rappresentato lo stato normale nei rapporti tra le tribù. Il trattamento dei nemici e dei prigionieri era abitualmente ispirato alla massima ferocia: torture, massacri di donne e bambini e riduzione in schiavitù erano pratiche comunemente adottate dagli indiani, sia nei
    confronti degli appartenenti a tribù nemiche che delle pacifiche famiglie di coloni bianchi.

    Anche sul loro presunto amore sacrale per la terra e per la natura vi sarebbe molto da dire. Gli indiani infatti non erano né più ecologici né meno ecologici degli altri uomini, ma il loro sistema di vita nomade basato sulla caccia e sulla raccolta dei frutti spontanei aveva necessariamente un impatto sull'ambiente più devastante rispetto a quello delle popolazioni stanziali. Il cacciatore/raccoglitore, infatti, depreda l'ambiente senza mai
    arricchirlo.

    La conversione nel Midwest di rigogliose foreste in brulle e
    sterminate praterie fu probabilmente la conseguenza di secoli e secoli di pratiche di caccia indiane basate sull'incendio di vaste aree per scovare le prede animali. E' possibile inoltre che gli indiani siano stati responsabili, prima dell'arrivo dei bianchi, dell'estinzione di molte specie di mammiferi che popolavano il Nordamerica, in particolari degli alci, la cui caccia indiscriminata nelle montagne dell'Ovest condusse quasi alla scomparsa di questi animali. Fortunatamente l'incontro con una società
    stanziale molto più evoluta pose fine a questo sistema di vita nomade, che in Europa era ormai scomparso dai tempi di Attila, e che le orde mongole (antenate proprio delle popolazioni indiane del nordamerica) avevano minacciato di riportare durante il medioevo.

    Sul piano storico, è vero che i bianchi si sono macchiati di grossi
    crimini (ma non tutti: i quaccheri ad esempio non si macchiarono mai le mani del sangue degli pellerossa), ma questo non significa che la pretesa degli indiani di essere proprietari dell'intero continente fosse fondata: infatti non sembra nè giusto nè possibile che poco più di un milione di persone possa vantare la proprietà di un continente enorme, per gran parte libero e
    disabitato.

    «La pretesa degli Indiani delle Grandi Pianure americane di
    avere diritto esclusivo sul cuore del continente - scritto recentemento lo storico John Keegan - non aveva, a mio giudizio, alcun fondamento. La rivendicazione di meno di un milione di persone di controllare territori capaci di alimentare non solo i milioni di coloni già arrivati, ma molti altri milioni di persone non ancora emigrate negli Usa, ma che speravano di essere nutrite dai prodotti di quella terra, non è la pretesa di primitivi oppressi ma di ricchi egoisti, che avevano occupato un continente sprecando risorse enormi». Per tale ragione, Keegan conclude che la guerra fra bianchi e rossi era una guerra tra due modelli incompatibili fondata su un equilibrio morale, dove nessuno dei quali aveva la ragione dalla propria parte. Gli indiani, egoisti e in minoranza, erano destinati a perdere, e la loro sconfitta era scritta in una storia antica quanto quella di Attila.

    "Le estensioni dell'Ovest - spiega Luraghi - apparivano un vero paradiso, una terra promessa, una speranza di vita per milioni di diseredati cui sembrava che tutto fosse stato negato. Com'era possibile che poche centinaia di migliaia di primitivi potessero pretendere di sbarrare per sempre tali terre all'immigrazione? Di fronte a ciò l'indignazione dei coloni saliva al parossismo. La sacrosanta lotta degli indiani per proteggere la propria
    cultura e la propria indipendenza poggiava sulla pretesa di conservare l' intero continente come una specie di hortus conclusus per il loro nomadismo e le loro cacce: e questa, dato anche il loro esiguo numero, toccava sull'assurdo".

    Per i libertari gli indiani avevano quindi in parte ragione, ma anche dannatamente torto quando massacravano i pacifici pionieri che non chiedevano altro che un po' di terra vergine da coltivare.

    Gli indiani erano legittimi proprietari delle aree dove avevano il loro accampamento, delle loro riserve di caccia, dei luoghi dove circolavano più spesso, ma non certo di tutto il continente!

    Se nella storia altri popoli così poco numerosi avessero preteso il diritto
    di scorrazzare liberamente in un continente vuoto, allora l'umanità non
    avrebbe mai raggiunto l'attuale popolazione , e solo pochi milioni di
    abitanti avrebbero popolato l'Asia, l'Africa, o l'Europa, ad un livello di
    pura sussistenza come nel paleolitico.

    Saluti

  7. #7
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    ottima ricostruzione anche se l`impatto della civilta` occidentale non ha certo portato bene ai pellerossa.
    uno dei fattori fondamentali e` quello comunque che dall`articolo si evinceva come l`utilizzo delle armi e la loro diffusione fosse molto meno diffusa rispetto a quanto abitualmente si crede.
    un luogo comune che cade.
    d`accordo con Holyfire sulla soret dei pellerossa ma chissa` la verita` e` sempre nel mezzo.

  8. #8
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    [QUOTE]Originally posted by Paleo
    [B]Durante gli ultimi decenni sono usciti un'infinità di libri e film che,
    sulla scia della moda multiculturalista e del conformismo politically
    correct, presentano i pionieri europei come degli usurpatori avidi,
    materialisti, razzisti, sessisti, antiecologici; mentre gli indiani vengono descritti secondo tutti gli stereotipi del buon selvaggio: pacifici, leali, generosi, tolleranti, spiritualisti, e con un profondo e sacrale attaccamento alla terra, agli animali, e alla natura.

    Questa angelizzazione dei nativi rischia però, come ha denunciato lo storico americanista Raimondo Luraghi nel bellissmo libro "Sul sentiero di guerra" (Rizzoli) di creare una
    nuova falsificazione storica, di segno opposto rispetto a quella
    tradizionale, ma più grave perché voluta a mente fredda.

    Il loro pacifismo è una invenzione, dato che tra i pellerossa la guerra ha da sempre rappresentato lo stato normale nei rapporti tra le tribù. Il trattamento dei nemici e dei prigionieri era abitualmente ispirato alla massima ferocia: torture, massacri di donne e bambini e riduzione in schiavitù erano pratiche comunemente adottate dagli indiani, sia nei
    confronti degli appartenenti a tribù nemiche che delle pacifiche famiglie di coloni bianchi.

    Sono sempre stato un accanito lettore di "Ken Parker", lo splendido fumetto dello sceneggiatore Giancarlo Berardi e il disegnatore Ivo Milazzo. Per voi libertari si tratta sicuramente di un fumetto comunista, per me che comunista non sono si tratta solo di un'opera d'arte: per le trame, il personaggio, le soluzioni narrative ecc.
    Dico questo perché Ken Parker è del '77, eppure Berardi e Milazzo erano già riusciti a smontare tutta una serie di luoghi comuni sul West, a partire dalla leggenda dei pistoleri a quella di terra senza legge ecc. Il fumetto si è man mano concentrato sul quotidiano, sulla vita dei coloni e delle famiglie, ha dato spazio alle città, ai conflitti razziali interni ad esse, all'avanzata dell'industrialismo ecc. Proprio riguardo ai pellerossa i due autori mi hanno insegnato a diffidare di chi ne esaltava alcune caratteristiche in senso buonista, magari per descrivere i bianchi come dei criminali. - Bianco, rosso o nero l'uomo è sempre il peggiore degli animali - dice Ken nel primo episodio. Ken vive con gli indiani nel quinto episodio, impara a rispettarli, a conoscerne ogni sfaccettatura. O meglio, conosce una tribù, gli Unkpapa, che sebbene ammirevoli non esitano a sterminare una pattuglia di soldati che si inoltra nel loro territorio, a rapire una donna che diventerà la moglie del capo, prima riluttante e poi in totale adesione.
    Attraverso quel fumetto, e poi per formazione antropologica, ho imparato a diffidare di "Balla coi lupi" o di "Soldato blu": i pellerossa non erano né buoni né cattivi, soprattutto erano un brulicare di etnie con usi, costumi e comportamenti diversi: solo la rozzezza occidentalista poteva pretendere di generalizzarli a popolo. Alcune etnie erano aggressive, spietate, altre più pacifiche. Di certo è anche nella mentalità calvinista e biblica dividerli in buoni e cattivi perché così vorremmo, perché fa facile. Adesso, insieme al politically correct, va anche di moda la tendenza opposta: ritenere qualsiasi altra cultura incivile perché non pacifica o pacifista, o perché ha usi e costumi barbari o crudeli. Allora gli spagnoli avevano ragione a sterminare gli Atzechi perché facevano i sacrifici umani, i pellerossa torturavano e si facevano la guerra. Noi europei no. Noi civili, ci limitavamo a scannarci con guerre di 30 anni, a tagliare a fette i nemici, a spargerne i corpo sulla pubblica piazza come esempio. Ora è uguale, in nome della democrazia, del progresso e della civiltà diventa un barbaro chiunque si voglia bombardare per piazzarci un bel oleodotto.
    Alla fine non riuscite ad uscire dal solito dogmatismo, dalla solita generalizzazione capitalista.

    Anche sul loro presunto amore sacrale per la terra e per la natura vi sarebbe molto da dire. Gli indiani infatti non erano né più ecologici né meno ecologici degli altri uomini, ma il loro sistema di vita nomade basato sulla caccia e sulla raccolta dei frutti spontanei aveva necessariamente un impatto sull'ambiente più devastante rispetto a quello delle popolazioni stanziali. Il cacciatore/raccoglitore, infatti, depreda l'ambiente senza mai
    arricchirlo.
    La conversione nel Midwest di rigogliose foreste in brulle e
    sterminate praterie fu probabilmente la conseguenza di secoli e secoli di pratiche di caccia indiane basate sull'incendio di vaste aree per scovare le prede animali. E' possibile inoltre che gli indiani siano stati responsabili, prima dell'arrivo dei bianchi, dell'estinzione di molte specie di mammiferi che popolavano il Nordamerica, in particolari degli alci, la cui caccia indiscriminata nelle montagne dell'Ovest condusse quasi alla scomparsa di questi animali. Fortunatamente l'incontro con una società
    stanziale molto più evoluta pose fine a questo sistema di vita nomade, che in Europa era ormai scomparso dai tempi di Attila, e che le orde mongole (antenate proprio delle popolazioni indiane del nordamerica) avevano minacciato di riportare durante il medioevo.

    Questo purtroppo è vero. Dal punto di vista pratico i pellerossa, a parte alcune tribù stanzianti (ce n'erano anche di "civili", che vivevano di pesca in società complesse: come i Kawkliut e i Nootka) no curavano la terra, non la consideravano un investimento. Alcune tribù credevano che lavorarla significasse "ferirla".
    Non dimentichiamo però che l'uomo bianco aveva messo su lo sterminio industriale dei bisonti. Questo ha portato dei grossi danni ambientali, inoltre ha innescato la rabbia dei pellerossa, che consideravano quell'animale una fonte di vita in tutto e per tutto.


    Sul piano storico, è vero che i bianchi si sono macchiati di grossi
    crimini (ma non tutti: i quaccheri ad esempio non si macchiarono mai le mani del sangue degli pellerossa), ma questo non significa che la pretesa degli indiani di essere proprietari dell'intero continente fosse fondata: infatti non sembra nè giusto nè possibile che poco più di un milione di persone possa vantare la proprietà di un continente enorme, per gran parte libero e
    disabitato.

    Gli indiani non si sentivano proprietari dell'intero continente. Accolsero persino bene i coloni. Nel '700 non mancarono discrete forme di convivenza tra europei e pellerossa. Di certo questi ultimi non potevano accettare di essere messi sempre più con le spalle al muro, in riserve e subire un totale apartheid mentre i coloni si prendevano il meglio e avviavano dei processi incomprensibili alla loro cultura.
    Gli europei presero spesso gli indiani come dei cretini, perché da calvinisti e veterotestamentari non li capivano. Personalmente, in quanto pagano, preferisco comunque la religione complessa di alcuni popoli pellerossa rispetto alla rozzezza del testo biblico. Voi la pensate al contrario. Chiedetevi comunque perché, dove l'uomo bianco, europeo è andato, si sono verificati degli eccidi culturali mostruosi: anche in Australia, dove gli aborigeni cominciano solo adesso a rendersi conto del torto subito.

    «La pretesa degli Indiani delle Grandi Pianure americane di
    avere diritto esclusivo sul cuore del continente - scritto recentemento lo storico John Keegan - non aveva, a mio giudizio, alcun fondamento. La rivendicazione di meno di un milione di persone di controllare territori capaci di alimentare non solo i milioni di coloni già arrivati, ma molti altri milioni di persone non ancora emigrate negli Usa, ma che speravano di essere nutrite dai prodotti di quella terra, non è la pretesa di primitivi oppressi ma di ricchi egoisti, che avevano occupato un continente sprecando risorse enormi». Per tale ragione, Keegan conclude che la guerra fra bianchi e rossi era una guerra tra due modelli incompatibili fondata su un equilibrio morale, dove nessuno dei quali aveva la ragione dalla propria parte. Gli indiani, egoisti e in minoranza, erano destinati a perdere, e la loro sconfitta era scritta in una storia antica quanto quella di Attila.

    "Le estensioni dell'Ovest - spiega Luraghi - apparivano un vero paradiso, una terra promessa, una speranza di vita per milioni di diseredati cui sembrava che tutto fosse stato negato. Com'era possibile che poche centinaia di migliaia di primitivi potessero pretendere di sbarrare per sempre tali terre all'immigrazione? Di fronte a ciò l'indignazione dei coloni saliva al parossismo. La sacrosanta lotta degli indiani per proteggere la propria
    cultura e la propria indipendenza poggiava sulla pretesa di conservare l' intero continente come una specie di hortus conclusus per il loro nomadismo e le loro cacce: e questa, dato anche il loro esiguo numero, toccava sull'assurdo".

    Primitivi una cazzo. Scusate l'espressione ma solo un coglione potrebbe usare ancora un'espressione simile: espressione in un articolo di Enclave che ahimé ho letto, vomitandoci poi sopra.
    Come

    Per i libertari gli indiani avevano quindi in parte ragione, ma anche dannatamente torto quando massacravano i pacifici pionieri che non chiedevano altro che un po' di terra vergine da coltivare.

    Gli indiani erano legittimi proprietari delle aree dove avevano il loro accampamento, delle loro riserve di caccia, dei luoghi dove circolavano più spesso, ma non certo di tutto il continente!

    Se nella storia altri popoli così poco numerosi avessero preteso il diritto
    di scorrazzare liberamente in un continente vuoto, allora l'umanità non
    avrebbe mai raggiunto l'attuale popolazione , e solo pochi milioni di
    abitanti avrebbero popolato l'Asia, l'Africa, o l'Europa, ad un livello di
    pura sussistenza come nel paleolitico.

    Il resto sono congetture da anarco-capitalista. Da persona che arriva davanti al mare, con gli indigeni dietro e dice, con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni: - Ma guarda 'sti qua, tutto 'sto ben di Dio davanti e non lo sanno sfruttare!

  9. #9
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    Da moderatore raccomando un po' di moderazione.
    Per vomitare esistono forum appositi, conditi di falci e martelli o luoghi comuni di inizio 900 riciclati da un bischero finito a capo all'ingiù.
    Per il resto, la discussione mi appassiona. Non intervengo a fondo perchè onestamente non so molto della questione indiani-pionieri.
    Mi limito ad un rapidissimo appunto: quelle che holyfire chiama congetture da anarco-capitalista sono in realtà pensieri dettati dalla ragione. Chi potrebbe seriamente pensare che si possa autocertificarsi proprietari di terre con le quali non solo non si è mai mescolato il proprio lavoro (per usare termini lockiani), ma in molti casi che mai si sono viste? su, siamo seri e cerchiamo di scrostarci di dosso il relativismo del "tutte le culture sono rispettabili". Non approvo le guerre di aggressione verso le popolazioni primitive (perchè non usare questo termine? il grado di evoluzione raggiunto dalle diverse comunità è sotto gli occhi di tutti) ma solo perchè considero quelle persone padrone a casa propria: così non poteva dirsi per gli indiani, che pretendevano di spadroneggiare su territori non loro.

  10. #10
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    Originally posted by ARI6
    Da moderatore raccomando un po' di moderazione.
    Per vomitare esistono forum appositi, conditi di falci e martelli o luoghi comuni di inizio 900 riciclati da un bischero finito a capo all'ingiù.
    Chiedo scusa per gli eccessi. A volte finisco per esagerare, e devo ammettere che un certo buonsenso utilitarista e semplicistico dei libertari a volte mi porta ad esprimere il peggio di me.

    Per il resto, la discussione mi appassiona. Non intervengo a fondo perchè onestamente non so molto della questione indiani-pionieri.
    Mi limito ad un rapidissimo appunto: quelle che holyfire chiama congetture da anarco-capitalista sono in realtà pensieri dettati dalla ragione. Chi potrebbe seriamente pensare che si possa autocertificarsi proprietari di terre con le quali non solo non si è mai mescolato il proprio lavoro (per usare termini lockiani), ma in molti casi che mai si sono viste? su, siamo seri e cerchiamo di scrostarci di dosso il relativismo del "tutte le culture sono rispettabili".
    1) La ragione qui c'entra poco. Si tratta nient'altro che di un sistema paradigmatico costruito da una parte rispetto ad un'altra. Semmai posso condividere che lo scontro "culturale" era inevitabile. Ma su tutto il resto c'è da discutere.
    Parli di termini "lockiani. Bé... mi sembra paradossale che citi questo filosofo e lo poni a parametro di giudizio sul comportamento di popolazioni (ripeto, diversissime tra di loro) che hai chiamato "primitive".
    2) Ma scusa... il vostro amico thatcheriano e pinochetiano Hoppe non ha inventato lo slogan: "Il diritto di accogliere implica per forza quello di escludere". Non penso fosse così, visto l'atteggiamento amicale iniziale (purtroppo il capitalismo si basa sulla dismisura e sul consumo illimitato, quindi i "parassiti prima o poi bisognava eliminarli), tuttavia che diremmo se i pellerossa i pionieri non li avessero voluti? Quello dei civilizzatori non diventa un atto di aggressione? O in nome della civiltà e del calvinismo si può anche aggredire?
    3) Quando critico l'affermazione "primitivi" non parlo a vanvera. Come ho detto, la varietà di popolazioni era forte, inoltre parte dell'antropologia ha smentito che ci sia attinenza tra struttura sociale e progresso tecnologico. Si può avere una società estremamente tecnolocizzata, eppure "primitiva sul piano sociale": i totalitarismi nazista e comunista lo hanno dimostrato.
    Devo poi evidenziare la tua ignoranza sul piano antropologico: "relativismo", scientificamente, non significa che tutte le culture sono rispettabili. Levi Strauss ti metterebbe un bel 4. Significa invece che ogni cultura è un "insieme" e non può essere valutata basandosi su un elemento o un altro, senza collegarlo a tutti gli altri che lo compensano o lo giustificano. Purtroppo molti occidentalisti liberali, a loro modo dogmatici, ci cascano. La cultura, anzi, le culture delle varie tribù (o sarebbe meglio dire "clan"),pellerossa avevano degli elementi rispettabili o meno, comunque funzionali al loro funzionamento. Così com?è per la cultura occidentale, che purtroppo si crede modello universale. Ma in antropologia di universale non esiste nulla.
    Ciao.

    Ho modificato il post perchè si vedano meglio le parti quotate.
    ARI6

 

 
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