

"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
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"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
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"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
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"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


Questo è un articolo tratto da "L'ultima Crociata" del 1998, di Augusto Pastore. La tragedia della famiglia Ugazio vien voglia di scriverla con l'inchiostro rosso. Un rosso sangue.
E ci vorrebbero anche le tonalità espressive di Eschilo per rendere con chiarezza l'atmosfera allucinante nella quale venne consumata una strage orribile che lascia increduli, inorriditi.
Le malvagità della sporca bestia umana toccano vertici sconosciuti alla bestia stessa. certo che al cospetto del calvario di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio la più maledetta iena proverebbe un moto di sgomento.
Galliate è un grosso centro agricolo-industriale, posto ad una decina di chilometri da Novara. Si allunga a levante, fino alle rive del Ticino.
In questo pezzo di valle padana l'inverno è rigido, umido: una cappa pesante di nebbia avvolge tutto. D'estate l'afa, stagnante e le zanzare fanno attendere il calare del sole come una benedizione del Padreterno. Allora la gente esce di casa e si siede sui gradini. Aspetta il ristoro di un filo d'aria.
Anche la sera del 28 agosto 1944, dopo una giornata arroventata, a Galliate si aspettava il sollievo del tramonto.
Giuseppe Ugazio, un brav'uomo di 43 anni, segretario del Fascio locale, si intratteneva con alcuni amici presso la trattoria S. Carlo. Discuteva della guerra, delle terrificanti incursioni sul ponte del Ticino spaccato in due dalle bornbe inglesi.
Cornelia, la figlia di 21 anni, simpatica e bella studentessa in medicina, si era recata da conoscenti che l'avevano pregata per alcune iniezioni. Mirka, l'ultima creatura di Giuseppe Ugazio, era saltata sulla bicicletta e si divertiva a pedalare forte con la gioia innocente dei 13 anni! Ma in quella sera del 28 agosto 1944, il destino di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio si compie. Un gruppo di partigiani, usciti dalla boscaglia, come lupi famelici attendono i tre. Con un pretesto qualsiasi distolgono Giuseppe Ugazio dalla compagnia degli amici, poi, camuffati da militi della R.S.I. in borghese, fermano Cornelia. Mirka, la dolce bambina di 13 anni con le trecce avvolte sulla nuca e il vestitino bianco a fioroni rosa, viene spinta dalla camionetta in corsa sul bordo della strada. La raccolgono in fretta, senza dare nell'occhio, accorti come una banda di bucanieri. Una sporca e nodosa mano le comprime la bocca mentre l'automezzo si rimette in marcia. Il tragico appuntamento per le tre vittime è fissato presso la tenuta «Negrina», un cascinale isolato a mezza strada tra Galliate e Novara. Sono le 21 della sera del 28 agosto 1944, un cielo calmo, dolce, pieno di stelle. Dalle risaie si alza il concerto gracidante delle rane: alla tenuta «Negrina» incomincia invece la sarabanda, la macabra giostra. I partigiani, una ventina circa, hanno tanta fame e sete, ma per fortuna il pollaio è portata di mano e la cantina a due passi. Un festino in piena regola per tutti quanti ad eccezione dei tre prigionieri. Mirka piange ed invoca la madre. Cornelia, dignitosa come la donna di Roma, sfida con gli occhi quel banchetto di forsennati. Papà Ugazio è cereo in viso: avverte la tragedia immane che pesa nell'aria. Avanti, è ora. Il vino ha raggiunto l'effetto e a calci e a pugni la turba di delinquenti spinge Giuseppe Ugazio nel boschetto adiacente la tenuta. Lo legano ad un fusto, gli spengono i mozziconi di sigarette sulle carni e, sotto gli occhi terrorizzati di Mirka e di Cornelia, lo finiscono a pugni in faccia e pedate nel basso ventre. Il calvario dura più del previsto perché la fibra fisica dell'Ugazio resiste. La gragnuola di pugni infittisce, i calci si fanno più decisi. Ora si ode soltanto il rantolo: «Ciao Mirka, ciao Cornelia» e Giuseppe Ugazio spira. Adesso inizia l'ignobile. Sono venti uomini avvinazzati su due corpi indifesi. Mirka è una bambina e non conosce ancora le brutture degli uomini degeneri. Dapprima non comprende, non sa, poi tenta un'inutile resistenza. Cornelia si difende ma è sopraffatta. Sette ore di violenze ancestrali, sette ore di schifo e di urla. Poi l'alba. Mirka e Cornelia non respirano più. Conviene togliere di mezzo i cadaveri e ritornare nella boscaglia. Si scavano venti centimetri di terra e si buttano le vittime. Le zolle fredde al contatto delle carni riaccendono un barlume di vita e i due corpi sussultano ancora. Ma è questione di un momento per i partigiani: a Cornelia spaccano il cranio con il calcio del mitra e sul collo di Mirka, la bambina, si abbatte uno scarpone che la strozza. La tragedia è finita.
Sull'orizzonte si alza il sole, il sole insanguinato del 29 agosto 1944, a soli otto mesi dalla "liberazione".
A mamma Maria Ugazio, il giornalista chiede di fargli vedere un ricordo personale di Mirka. Allora gli fu mostrato un album di famiglia un poco ingiallito dal tempo. Sul retro di una foto scattata nei giardini dell'Isola Bella la mano infantile di Mirka aveva scritto nel 1943 queste parole: «Al mio papalone che mi ha portato a fare questa bella gita, la sua Mirka».
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Per i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci, quindi molto pericolosi. Avevano confessionali in cui sapere anche la verità sulla violenza rossa che, fuori, nessuno osava dire.
Avevano pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano organizzati con oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro volte più numerosi di oggi, erano disseminati ovunque. Più dei carabinieri, più dei farmacisti. Persino più delle case del popolo. E se la loro parrocchia disponeva di benefici terrieri, ebbene, erano da odiare due volte, una perché preti, l'altra come padroni, e rientravano perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine della guerra, girò per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e nelle case del popolo:
«Se dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e ogni contadino il padrone, il problema sarebbe già risolto».
E non è vero che ad ogni don Camillo rispondesse un Peppone. I primi furono tanti, dei secondi in questo amaro viaggio di triangolo della morte non vi è traccia. Non c'è parroco che non abbiano intimidito, isolato. Tantissimi furono scherniti, derubati, rapinati. Ora io vi racconterò di quelli che, dopo aver già tanto sofferto in tempo di guerra da tedeschi, fascisti e partigiani rossi, sono stati martirizzati in tempo di pace dalla violenza comunista. Nell'allora folto branco di parroci può magari scapparci, che so, lo scapestrato, il disattento, l'arricchito. Non però tra le decine uccisi.
Ogni assassinato è perbene. E tra i più attivi, equilibrati, generosi, attenti alla propria gente. E' seguito, amato, perciò un maledetto nemico del popolo, dunque va soppresso, distrutto e che ogni assassinato sia esempio per gli altri, che tengano la bocca chiusa. E c'è un motivo, più d'ogni altro: essi hanno in sé e con sé Dio.
Il 25 aprile è la Liberazione, la fine della guerra, e da adesso i parroci dell'Emilia Romagna, ma anche delle regioni vicine, ogni sera, nell'ultimo segno della croce, non sanno se rivedranno l'alba o se capiteranno in casa gli assassini, come accade la sera del 16 gennaio '46 a don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese vicino Carpi.
E' stato cappellano nel campo di concentramento della sua parrocchia, è un tipo che non chiede che tessera politica hai, che assiste tutti quanti, inglesi, fascisti, partigiani, collaborazionisti. E' uno che dopo la Liberazione detesta la brutalità e gli eccidi che si ripetono nel Carpigiano contro fascisti e presunti fascisti.
E dunque è sera, uno sconosciuto lo chiama fuori di canonica chiedendo di accorrere per un incidente mortale sulla provinciale. Don Francesco corre e si trova invece davanti a un plotone di rossi che lo falcia col mitra.
Invece don Gianni Domenico, trentenne, celebra messa ai giovani soldati repubblichini. Il 24 aprile '45 all'arrivo degli alleati corre tra la sua gente a San Vitale di Reno: in chiesa lo stanno aspettando i partigiani comunisti, lo gettano in un porcile, lo denudano, lo violentano. Ci sono anche donne tra loro, e una in particolare, è la più ardente nel seviziarlo. Il lungo martirio si conclude a colpi di mitra e ai parrocchiani si impedisce per giorni di seppellire il martirizzato.
Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di Bologna, severissimo nell'amministrare un'opera pia fa il diavolo a quattro per tener lontano da essa la politica e ladri. Notte del 25 maggio '45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano via in camicia da notte. La gente vede un'ombra bianca sospinta fuori a calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato.
Ancora diocesi di Bologna: don Giuseppe Rasori, sessantenne a San Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Sberleffi, minacce, assalti alla chiesa. Vive nella paura ma resta. Nel pomeriggio del 2 luglio '46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo. Il suo successore poco tempo dopo in chiesa parlando della passione di Gesù accenna allo straccio rosso con cui fu coperto per derisione. Deve fare ripetute e pubbliche scuse, i comunisti l'hanno presa come ingiuria alla loro bandiera.
Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, il 5 dicembre '45 sta pedalando di ritorno da una visita ai suoi ammalati, lo fermano in due, l'ammazzano a raffiche di mitra, se ne vanno sulle biciclette. Una cigola e gli assassini dicono: «L'ungeremo a casa, adesso che abbiamo ammazzato il maiale». Al funerale di don Alfonso, reo di battute umoristiche sui comunisti, ci sono solo cinque bambini e qualche donna.
Un prete semplice, conciliante, don Enrico Donati, ma è parroco a Lorenzatico, Bologna, della famiglia del sindacalista bianco Giuseppe Fanin, che sarà massacrato, nel '48 a colpi di spranga dai comunisti. Il 13 maggio '45 quattro compagni con la scusa di portare don Donati al comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli legano le mani, lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi per zavorra in un macero colmo d'acqua.
La sera del 25 luglio '45 un altro comando chiama don Achille Filippi, parroco di Maiola, sull'uscio della chiesa e l'uccide: cancellando anni ed anni di lavoro e bontà per la gente, le colonie per i bambini, la povertà degli anziani. Ma il gran farabutto in chiesa biasimava le violenze e i soprusi dei comunisti; a morte.
Già un altro era stato condannato a morte un mese prima della Liberazione a Santa Maria in Duno per aver rinfacciato ai partigiani rossi efferatezza durante la guerriglia: il primo marzo '45 si presentano due armati travestiti da tedeschi, irrompono in canonica con due donne anch'esse armate, dicono di essere di un comitato, legano Don Corrado Bortolini, rubacchiano e poi lo portano via in motocicletta. Mai più trovato, anche se tutti sanno che è stato torturato, strangolato, gettato in una fossa. Al suo successore c'è chi ammonisce di non interessarsene: «Tanto don Corrado dorme in un campo di fiori».
Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, è un altro che non parla bene dei comunisti in una parrocchia rossa, non più di sei persone alla messa domenicale. Il 9 maggio '45 è ucciso a colpi di pistola e per non mandarlo via da solo ammazzano anche tre dei suoi sei fedeli. Non un cane ai funerali.
Implora pietà invece don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo, nel Modenese, la notte in cui un gruppo di comunisti, gente del paese, lo trascina in camicia da notte dalla canonica alla vigna e qui lo seviziano da stramaledetti e poi gli spaccano la testa: ha condannato il metodo di «far fuori la gente» dei comunisti.
Freddati a pistolettate il parroco di Mocogno e di Montalto, cioè il canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese. Morte lenta per l'anziano don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle Formiche, modenese, e per la donna che stava accompagnandolo da un ammalato, «quella carogna non voleva morire ... », dirà al bar, vantandosi con gli amici, uno dei "coraggiosi partigiani" torturatori del prete.
Nel Reggiano non ammettono gli eccessi disumani di chi, partigiano comunista, scredita il movimento di Resistenza e sono freddati col mitra don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco di Budrio.
E' il 14 settembre '45, l'assassino che spacca il cranio a don Tebaldo Dapporto, parroco di Casalfiumanese di Imola, corre alla Camera del Lavoro a vantarsi d'aver fatto fuori il suo prete-padrone.
Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile '45 è preso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade come un Cristo schernito, sputato, ingozzato di vino all'osteria, battuto e infine fucilato a sera.
Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio, piange diciannove parrocchiani assassinati dai comunisti e sa troppe cose: ucciso a colpi di mitra mentre la sera del 18 giugno '46 rintocca l'Ave Maria...
Purtroppo, l'elenco delle vittime delle radiose giornate non finisce qui,
tanti preti martiri in Emilia, tanti Toscana e in altre regioni...
Tutto questo orrore non vi è bastato?
Credete ancora alla favola dei partigiani combattenti per democrazia e per la libertà?
Questo è l'elenco provvisorio dei religiosi massacrati barbaramente dai partigiani durante le "radiose giornate"
DON GENNARO AMATO - Parroco di Locri (RC), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.
DON ERNESTO BANDELLI - Parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria il30/4/45
DON VITTORIO BAREL - Economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso dai partigiani il 26/10/44
DON DUILIO BASTREGHI - Parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3/7/44 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.
DON CARLO BEGHE' - Parroco di Norvegigola (Apuania), sottoposto il 2/3/45 a finta fucilazione dai partigiani, che gli produsse una ferita mortale.
DON FRANCESCO BONIFACIO - Curato di Villa gardossi (TS), catturato dai comunisti slavi ed infoibato l'11/9/46.
DON LUIGI BORDET - Parroco di Hone (AO), ucciso il 5/3/46 perché aveva messo in guardia i parrocchiani dalle insidie comuniste.
DON LUIGI BOVO - Parroco di Bertipaglia (PD), ucciso il 25/9/44 da un partigiano comunista.
DON MIROSLAVO BULLESCHI - Parroco di Monpaderno (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23/8/47 dai comunisti slavi.
DON TULLIO CALCAGNO - Direttore di Crociata Italica, fucilato a Milano il 29/4/45 da partigiani comunisti.
PADRE CRISOSTOMO CERAGIOLO - Cappellano militare decorato al V.M., prelevato il 19/5/44 da partigiani comunisti e ritrovato cadavere in una buca con le mani legate dietro la schiena.
DON FERRUCCIO CRECCHI - Parroco di Levigliani (LU), fucilato all'arrivo delle truppe di colore grazie a false accuse dei comunisti locali.
DON ANTONIO CURCIO - Cappellano dell'11° Btg. bersaglieri, ucciso il 7/8/41 a Dugaresa da comunisti croati.
PADRE SIGISMONDO DAMIANI - Ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a S. Genesio di Macerata l'11/3/44.
DON AURELIO DIAZ - Cappellano della Sezione Sanità della divisione Ferrara, fucilato a Belgrado nel gennaio 45 da partigiani titini.
DON ADOLFO DOLFI - Canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28/5/45 a torture tali che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo.
DON GIUSEPPE DORFMANN - Fucilato nel bosco di Posina (VI) il 27/4/45
DON VINCENZO D'OVIDIO - Parroco di Poggio Umbricchio (TE), ucciso nel maggio 44 sotto accusa di filo fascismo.
PADRE GIOVANNI FAUSTI - Superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5/3/46 insieme ad altri religiosi rimasti ignoti, solo perchè italiani.
PADRE FERNANDO FERRAROTTI - Cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso da partigiani comunisti nel giugno 44 a Champorcher (AO).
DON GREGORIO FERRETTI - Parroco di Castelvecchio (TE), ucciso da partigiani comunisti slavi ed italiani nel maggio 44.
DON SANTE FONTANA - Parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16/1/45.
DON GIUSEPPE GABANA - Della diocesi di Brescia, ucciso il 3/3/44 da un partigiano comunista.
DON DOMENICO GIANNI - Cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21/4/45 dai comunisti e ucciso dopo tre giorni.
DON GIUSEPPE LORENZELLI - Priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27/2/45 dopo essere stato obbligato A SCAVARSI LA FOSSA.
DON FERNANDO MERLI - Missionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21/2/44 presso Asissi, da comunisti slavi istigati da altri comunisti italiani.
DON ANGELO MERLINI - Parroco di Flamenga (Foligno), ucciso dagli stessi assassini il medesimo giorno, presso Foligno.
DON ARMANDO MESSURI - Cappellano delle suore della Sacra Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18/6/44.
DON GIACOMO MORO - Cappellano militare in Jugoslavia, fucilato dai titini a Micca di Montenegro.
DON ADOLFO NANNINI - Parroco Cercina (FI), ucciso il 30/5/44 da partigiani comunisti.
PADRE SIMONE NARDIN - Dei benedettini olivetani, tenente cappellano dell'ospedale militare Belvedere in Abbazia di Fiume, prelevato da partigiani slavi nell'aprile 45 e trucidato dopo orrende sevizie.
DON LUIGI OBID - Economo di Podsabotino e San Mauro (GO), prelevato dai partigiani ed ucciso a San Mauro il 15/1/45.
DON POMBEO PERAI - Parroco dei SS. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16/6/44.
DON VITTORIO PERKAN - Parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9/5/45 dai partigiani mentre celebrava un funerale.
DON ALADINO PETRI - Parroco di Pievano di Caprona (PI), ucciso il 2/6/44 perché ritenuto filo fascista.
DON NAZZARENO PETTINELLI - Parroco di S. Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana il 1/7/44.
DON UMBERTO PESSINA - Parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18/6/46 da partigiani comunisti.
SEMINARISTA GIUSEPPE PIERAMI - Studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2/11/44 sulla linea Gotiga da partigiani comunisti.
DON LADISALO PISACANE - Vicario di Circhina (GO), ucciso da partigiani slavi il 5/2/45 insieme AD ALTRE 12 PERSONE.
DON ANTONIO PISK - Curato di Canale d'Isonzo (GO), prelevato dai partigiani slavi il 28/10/44 e fatto sparire per sempre.
DON NICOLA POLIDORI - Della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9/6/44 da partigiani comunisti a Sefro.
DON GIUSEPPE ROCCO - Parroco di S. Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso dagli slavi il 4/5/45.
PADRE ANGELICO ROMITI - Cappellano degli AU della Scuola di Fontanellato, decorato al V.M., ucciso la sera del 7/5/45 da partigiani comunisti
DON ALESSANDRO SANGUANINI - Della congregazione della Misisone, fucilato a Ranziano (GO) il 12/10/44 da partigiani slavi, a causa dei suoi sentimenti di italianità.
DON LODOVICO SLUGA - Vicario di Circhina (GO), ucciso insieme al confratello DON PISACANE
DON EMILIO SPINELLI - Parroco di Campogialli (AR), fucilato il 6/5/44 dai partigiani con l'accusa di filo fascismo.
DON ANGELO TATICCHI - Parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani slavi nell'ottobre 1934, perchè aiutava gli italiani.
DON ALBERTO TERILLI - Arciprete di Esperia (FR), morto in seguito ALLE SEVIZIE INFLITTEGLI DAI MAROCCHINI, ECCITATI DAI PARTIGIANI ITALIANI, nel maggio 1944.
MONS. EUGENIO CORRADINO TORRICELLA - Della diocesi di Bergamo, ucciso il 7/1/44 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti, a causa dei suoi sentimenti di italianità.
DON REDOLFO TRCEK - Diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il 1/9/44 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti.
DON GILDO VIAN - Parroco di bastia (PG), ucciso dai partigiani comunisti il 14/7/44.
DON SEBASTIANO CAVIGLIA - parroco della GNR ucciso ad Asti il 27/4/45;DON GIUSEPPE AMATEIS -parroco di Coassolo (TO), ucciso dai comunisti A COLPI D'ASCIA il 15/3/44 per avere deplorato gli eccessi partigiani;
DON EDMONDO DE AMICIS - cappellano pluri decorato della I G.M., assassinato a Torino dai gappisti il 24/4/45;
DON VIRGINIO ICARDI -parroco di Squaneto (Acqui Terme - AL), ucciso dai comunisti il 4/7/44;
DON ATTIILIO PAVESE -CAPPELLANO PARTIGIANO e parroco di Alpe Gorreto (Tortona - AL), ucciso dai suoi stessi compagni il 6/12/44 perché aveva OSATO CONFORTARE RELIGIOSAMENTE DEI TEDESCHI CONDANNATI A MORTE;
DON FRANCESCO PELLIZZARI - parroco di Tagliolo (Acqui Terme - AL), chiamato dai partigiani la notte del 10/5/45 e sparito nel nulla;
DON ENRICO PERCIVALLE - parroco di Varriana (Tortona - AL), ucciso a pugnalate dai partigiani il 14/2/44;
DON LEANDRO SANGIORGI - cappellano militare decorato al valore, ucciso dai partigiani a Sordevolo Biellese (BI) il 30/4/45;
DON LUIGI SOLARO - di Torino, ucciso il 4/4/45 solo perché PARENTE DEL FEDERALE DI TORINO, anche lui trucidato dai partigiani a guerra finita;
PADRE EUGENIO SQUIZZATO - cappellano PARTIGIANO, ucciso dai suoi il 16/4/44 fra Corio e Lanzo (TO), poiché voleva abbandonare la formazione, TURBATO DALLE TROPPE CRUDELTA';
DON ANTONIO ZOLI -parroco di Morra del Villar (CN), ucciso dai partigiani perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva DEPLORATO L'ODIO FRA FRATELLI.
DON STANISLAO BARTHUS - della congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17/8/44 dai partigiani perché aveva, durante una predica, DEPLORATO GLI ECCESSI PARTIGIANI;
DON COLOMBO FASCE -Parroco di Cesino (GE), ucciso nel maggio 1945 da partigiani comunisti;
DON ANDREA TESTA - Parroco di Diano Borrello (SV), ucciso il 16 luglio 1944
E MOLTI ALTRI ANCORA...
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Un brano di inaudita violenza... Violenza che può evocare solo ricordi di uomini come Pol Pot o Mao Tse Thung. Se fosse stato un brano scelto da un libro, sarebbe sicuramente un libro di Stephen King. Ma questa Storia non è un Romanzo, è un Fatto di Cronaca realmente accaduto.
Sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi. Fu questo il tragico destino di ben dodici giovani Carabinieri, catturati dai partigiani alle Cave dei Predil, nell'alto Friuli.
I Carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Il 23 Marzo 1945 i partigiani presero in ostaggio il Vicebrigadiere Dino PERPIGNANO, comandate dei presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, sotto la minaccia delle armi, lo costrinsero a pronunciare la parola d'ordine e, con facilità, una volta entrati nel presidio, catturarono tutti i Carabinieri, già in parte addormentati.
Dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsciamente mangiarono quanto gli era stato servito, ma, dopo poco, le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende. Erano stati avvelenati e la loro agonia si protrasse fra atroci dolori per ore ed ore.
Stremati e consumati dalla febbre, Pasquale RUGGIERO, Domenico DEL VECCHIO, Lino BERTOGLI, Antonio FERRO, Adelmino ZILIO, Fernando FERRETTI, Ridolfo CALZI, Pietro TOGNAZZO, Michele CASTELLANO, Primo AMENICI, Attilio FRANZON, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti), furono costretti a marciare fra inesorabili ed inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Sala ove li attendeva una fine orribile.
Il Vicebrigadiere PERPIGNANO fu preso e spogliato; gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dei calcagno ed issato a testa in giù, legato ad una trave; poi furono incaprettati.
A quel punto, i macellai partigiani, cominciarono a colpire tutti con i picconi: a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi.
All'AMICI venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il PERPIGNANO veniva finito a pedate in faccia ed in testa.
La "mattanza" terminava con i corpi dei malcapitati legati col fai di ferro e trascinati, a mo' di bestie, sotto un grosso masso.
Ora le misere spoglie di questi Carabinieri Martiri/eroi riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e dalle Istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio le cui chiavi sono pietosamente conservate da alcune suore di un vicino convento.
Si scoprì, in seguito, che l'eccidio fu consumato dalle bande partigiane filo slave a Malga Bala, sulle montagne del Friuli, ma ci sono voluti oltre 50 ANNI per commemorarli con tutti gli onori.
SOLO poco tempo fa i più alti gradi delle Forze armate sono andati a Tarvisio ricordando solennemente le vittime di una guerra persa e promettendo una medaglia a oltre mezzo secolo di distanza.
Uno dei sospettati dell'eccidio, tale Alojz Hrovat, che oggi vive in Slovenia, viene a ritirare la pensione italiana proprio nella banca di Tarvisio a due passi della torre medioevale dove riposano i resti di alcuni dei trucidati.
QUESTA E' UNA VERGOGNA !
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Prego i visitatori di questa Pagina a soffermarsi e a riflettere su questa triste e orrenda storia immaginando che di storie come questa, negli anni della "gloriosa resistenza partigiana", ce sono state migliaia, delle altre ne sono sparite le testimonianze... insieme ai testimoni.
Se è stata fatta giustizia per questa ragazza, lo dobbiamo alle tanto odiate truppe tedesche!
Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova.
In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite).
Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo.
Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un carnion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio.
Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà...
Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre.
Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate.
Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti.
Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella Foiba.... La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier.
Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra ...."
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Questa agghiacciante testimonianza è stata tratta da
"Carità e Tormento" - memorie di una Crocerossina
di Antonia Setti Carraro - Mursia editore 1982
Torino - primi di maggio 1945.
"Accanto al reparto dei feriti e congelati della divisione, vi era una stanzetta dove un Tenente della X Mas, ferito alla colonna vertebrale e completamente paralizzato dalla vita in giù, se ne stava isolato assieme alla madre. Era di Trieste e la madre lo curava già da parecchio tempo. Non aveva che quel figliolo. Un pomeriggio che ricorderò sempre come un incubo, quattro partigiani armati irruppero in quella stanzetta, afferrarono quel povero
corpo martoriato, lo presero due per le ascelle e due per i piedi e cercarono di portarlo fuori dal locale.
Nessun medico, nessun infermiere, nessuna sorella cercò di fermarli. La madre intuì ogni cosa e si gettò, urlando sul figlio e con la forza della disperazione lottò per stapparlo a quei violenti. Dritta sulla soglia della stanzetta, a braccia aperte, tentava di impedire il passaggio del corpo del figlio picchiando a pugni chiusi chi lo trasportava, difendendo disperata la sua creatura. Era tremendamente sola. La colpirono con un pugno tra gli
occhi ed egualmente la donna, perdendo sangue dal naso, si batteva con la forza di un leone; a quel punto si gettò a terra tra le gambe di quegli uomini e allora uno di questi la prese per i capelli e la trascinò per la corsia. La donna perdeva ciocche di capelli, ma continuava a dibattersi non cessando mai di invocare aiuto. Poi rialzatasi di colpo, si getto nuovamente sul corpo del figlio che veniva continuamente strattonato qua e là ed era
ormai seminudo, con le medicazioni pendenti dalla ferita riaperta. Il tenente non aprì mai la bocca, solo allungò una mano e strinse quella della madre ricoperta di sangue. Sempre silenziosamente prese ad accarezzare quella povera mano e poi se la portò alle labbra.
Trovava ancora la forza di tacere. Fu trascinato davanti ai letti dei soldati (...). Ora gli urli della donna non avevano più nulla di umano. Il triste corteo passò il cortile seguito dagli occhi di decine di persone senza che nessuno intervenisse o sbarrasse il passo a chi trasportava quel ferito. All'uscita dell'ospedale un gruppo di persone fece cerchio attorno a quei quattro che ora cercavano invano di far entrare il ferito in un camioncino sporco ed
ingombro di oggetti. Ma non vi riuscivano.
PIETÀ, PIETÀ PER MIO FIGLIO!
Allora con un moto di stizza e di rabbia buttarono a terra quel corpo martoriato e scaricarono su di lui i loro mitra. Spararono tutti e quattro assieme. Per ore nelle nostre orecchie risuonò martellante l'urlo della povera madre:
"MALEDETTI, MALEDETTI ASSASSINI"
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Questa storia, tratta da "Il Triangolo della Morte" Ed. Mursia, di Giorgio e Paolo Pisanò, ripercorre una delle tante eroiche imprese della Brigata Partigiana per eccellenza: "La Brigata Garibaldi" ovvero il nucleo partigiano che ha combattuto con tenacia e sprezzo del pericolo per la libertà e la democrazia.
Ines Gozzi, una bella ventiquattrenne di Castelnuovo Rangone (MO), è una studentessa universitaria, laureanda in lettere. Conoscendo la lingua tedesca è diventata l'nterprete del locale Comando Germanico. Ciò ha significato la salvezza del paese quando i partigiani hanno ucciso due soldati tedeschi nella zona e questi volevano distruggere l'abitato. E' stata proprio Ines Gozzi a interporsi e a battersi perchè la rappresaglia fosse evitata. Così, da quel giorno, tutti gli abitanti di Castelnuovo Rangone lo sanno e gliene sono grati. Ma tutti sanno anche che la ragazza è fidanzata con un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana e questa è una colpa imperdonabile agli occhi dei "partigiani assassini -salvatori della patria- ed eroi coraggiosi pluridecorati"! La notte del 21 gennaio 1945 una squadra di partigiani della brigata "Garibaldi" fa irruzione in casa Gozzi prelevando Ines e suo padre.
I due vengono portati in un casolare in aperta campagna e qui, davanti al genitore legato, la ragazza subisce le più atroci sevizie e le violenze più indicibili da tutti i "coraggiosi" componenti dell'"onorata" Brigata Garibaldi. I partigiani garibaldini ubriachi la posseggono a turno, la picchiano, gli sputano addosso, le tagliano le unghie fino alla carne, gli spengono dei mozziconi di sigaretta negli occhi, poi le urinano addosso. Tutto questo orrore davanti al padre legato, costretto ad assistere al martirio di quell'unica figlia nell'impotenza e nella consapevolezza che non ne sarebbero usciti vivi. Dopo essersi accaniti contro la povera Ines, i partigiani infieriscono su quel padre che oramai non si rendeva più conto di cosa stesse accadendo tanto era il dolore che gli avevano provocato quei porci stramaledetti!
All'alba del 22 gennaio 1945, dopo la lunga notte di baldoria, i "coraggiosi partigiani garibaldini" finiscono padre e figlia con numerosi colpi di pistola alla testa. Verranno ritrovati e riesumati alcuni giorni dopo. Il corpo della ragazza è tanto straziato, tanto sfigurato da dover essere nascosto agli occhi della madre. Sui muri di Castelnuovo Rangone qualcuno scrive: "Bestie, avete ucciso la nostra salvatrice".
Nessuno sarà incriminato per questo orrendo duplice delitto nè tantomeno la famigerata ed onorata "Brigata Partigiana Garibaldi" che con sprezzo del pericolo ha liberato l'italia dal nazifascismo!
Il fatto sarà classificato ed archiviato come "coraggiosa azione di guerra".
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Era una notte calda e umida a Bastiglia (MO) quando la sera del 27 aprile 1945 alcuni partigiani (Brigata Garibaldi) si introdussero nell'abitazione di Walter Ascari, lo derubarono, fecero razzia di carni e salumi;
lo prelevarono e lo trasportarono in aperta campagna.
Ascari non era fascista ma neanche comunista, era un benestante e questa era una grandissima colpa durante le "Radiose Giornate" quindi colpendo Walter Ascari avrebbero colpito lo "Stato Borghese". Giunti in località Montefiorino alcuni partigiani estrassero dei bastoni e cominciarono a colpire il malcapitato come dei forsennati; altri con l'ausilio di una canna di bambù lo seviziarono fino a rompergli l'ano e parte dell'intestino. Ma era ancora ben poca cosa, una fine orrenda attendeva il povero Walter Ascari. "A morte!" "A morte!" Urlavano gli assassini... Per la sua mattanza finale, i gloriosi e pluridecorati eroi garibaldini pensano a qualcosa di diverso dalla solita raffica di mitra... Qualcosa di speciale... Qualcosa che soltanto la loro mente perversa e assassina poteva immaginare, qualcosa che va aldilà dell'umana cattiveria.
Lo appesero per i polsi ad un grosso ramo in modo che il corpo del moribondo fosse ben teso assicurandolo per i piedi al terreno con una corda. Poi, con una grossa sega da boscaiolo a quattro mani, lo tagliarono in due! Da vivo! Il suo corpo fu gettato in seguito in una porcilaia. Quando lo ritrovarono, ben poco era rimasto di quel pover'uomo.
Queste storie maledette di partigiani assassini, li pubblico affinchè cada, dopo oltre 50 anni, il muro di omertà che ha avvolto la storia della repubblica, la storia dei falsi liberatori, la storia d'Italia. Parecchi ex partigiani sono ancora viventi, vale a dire che parecchi assassini sono ancora in libertà. Saranno vecchi, forse decrepiti, ma l'età non li ha migliorati di certo.
Essi credono fermamente nei valori in cui credevano durante la guerra, non esiterebbero ad uccidere pur di soddisfare la loro cattiveria, perchè si tratta solo ed esclusivamente di cattiveria fine a se stessa, nient'altro. Ci sono ex partigiani, anzi io li definirei partigiani a tutti gli effetti, che ancora oggi intimoriscono le popolazioni locali dei luoghi dove si verificarono queste orrende vicende. Raccontati oggi, questi episodi terribili sembrano venire da un altro mondo, forse da un'altra galassia, tanto sono pieni di inspiegabile ferocia, di paurosi istinti animaleschi.
Come nella grande tradizione del C.L.N., anche questo fatto sarà classificato ed archiviato come "coraggiosa azione di guerra" e gli esecutori di questa orribile mattanza rimarranno impuniti, anzi, premiati con medaglie al valore!
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Nel Modenese la "giustizia proletaria" fu esercitata con particolare ferocia contro le donne, fasciste o presunte tali.
Oltre alle violenze consumate sulle malcapitate già destinate a morte, subito prima della loro soppressione, non furono pochi i casi di sevizie e violenze d'ogni sorta. Episodi di sequestro e di detenzione di pigioniere prelevate e tenute in vita fino all'inservibilità delle medesime come "oggetti sessuali" per i loro partigiani sequestratori, nella sola provincia di Modena, se ne contano circa duemila.
E' noto il caso di Prima Stefanini Cattabriga e Paolina Cattabriga, di Cavezzo (MO) madre e figlia, quest'ultima di 15 anni, prelevate il 16 aprile 1945 dalla tristemente nota "banda di Cavezzo" il nucleo partigiano alle dirette dipendenze della Brigata Partigiana Garibaldi, e costrette ad un calvario di 12 giorni prima di ottenere la "grazia della morte". "Azione di guerra", naturalmente, così il C.L.N. commentò l'accaduto. Un altro membro della famiglia Cattabriga, Angiolino, fratello di Paolina, in seguito alle percosse, mutilazioni, bruciature in quasi l'80% del corpo da parte dei sanguinari partigiani, impazzì e morì nell'ospedale di Mirandola.
Un altro caso conosciuto ( sono assai di più quelli di cui non se ne sa niente...) è quello di Rosalia Paltrinieri, di Medolla. Ella aveva il "torto" di essere la segretaria del Fascio femminile locale, nel quale si era impegnata prodigandosi e mettendosi a disposizione di tutti i suoi concittadini. Era convinta di non avere nulla da temere, perciò, nonostante nella zona si vociferava su quanto stessero combinando i partigiani, preferì rimanere al suo posto. Nonostante tutto, aveva fiducia nei propri simili... perchè aveva avuto la "sbadataggine" di considerare i partigiani appartenenti alla specie umana... Ma pagò per la sua "colpa": un gruppo di gappisti le invasero la casa, bastonarono a morte il marito così violentemente da fargli schizzare via il cervello dalla scatola cranica; poi la violentarono davanti ai suoi tre bambini. Alla fine, come da copione, le svaligiarono l'abitazione e la portarono con loro conducendola in un casolare in aperta campagna, dove nel frattempo era stata trascinata anche una certa Jolanda Pignatti.
Qui, le due sventurate ebbero modo di "espiare" ancora a lungo la "colpa" di essere fasciste (violenze d'ogni genere) finchè furono costrette a scavarsi la fossa. Ma Rosalia Paltrinieri, la morte se la dovette proprio guadagnare: "non le fu fatta la grazia di un colpo alla nuca". Venne legata e fatta stendere viva nella fossa che lei stessa aveva scavato; a questo punto i "coraggiosi partigiani patrioti" la ricoprirono accuratamente di terra. Uno dei coraggiosi partecipanti a questa "eroica azione di guerra", ebbe modo di vantarsene nei giorni successivi, insistendo compiaciuto e soddisfatto sul particolare che Rosalia Paltrinieri, mentre soffocava sotto le palate di terra che le venivano gettate addosso, invocava ancora i suoi bambini.
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


I Partigiani e la loro "Giustizia"
Alcuni esempi di di innocenti barbaramente trucidati dai partigiani
Agosto 1944: le sorelle Benericetti di 14 e 19 anni [Olga e Pasqualina] mentre si accingevano
alla ricerca del cadavere del padre assassinato dal C.N.L. vennero catturate e uccise non
prima di essere state orrendamente seviziate: alla più giovane venne conficcato un chiodo
da tempia a tempia rendendola cieca.
I colpevoli [denunciati]: l'ex sindaco di Faenza Pietro Ferrucci e l'operaio Luigi Tinti di Imola comandante reparto partigiano Pietro Gualandi.
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23 Marzo 1945: Cave dei Predil, Dino Perpignano, Pasquale Ruggiero, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Ferro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Calzi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzon, 12 Carabinieri giovanissimi vengono catturati dai partigiani comunisti Italiani e slavi.
Dopo aver consumato una minestra a base di sodacaustica e sale nero... tra indicibili supplizie furono condotti a piedi nudi a Malga Sala.
Al Perpignano venne conficcato un uncino al calcagno e issato a testa in giù dopo aver subito violenza sessuale.
Gli altri, dopo supplizi e violenze sessuali animalesche vennero colpiti a morte con i picconi, ad alcuni Carabinieri furono asportati i genitali e conficcati in bocca, altri furono devastati a colpi di picconi.
All'Amenici venne aperto il petto e conficcata nel cuore la foto dei suoi 5 figli.
Fatto raccontato con precisione e chiarezza da Fabio Galante.
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30 Aprile 1945: PEDESCALA [VI], 63 civili uccisi per rappresaglia dai tedeschi.
La rappresaglia fu la conseguenza di 2 vili agguati alle truppe tedesche in ritirata, il primo il 26/4/45, il secondo sempre nella stessa data fu ancora più grave poichè nonostante il lascia passare del CNL e degli americani ottenuto dai tedeschi in ritirata, caddero mentre marciavano verso la Germania in una vile imboscata che causò molte vittime.
Nonostante gli appelli i responsabili dei vili agguati sulla truppa in ritirata i partigiani non si fecero vivi e assistettero al massacro di innocenti.
Nel 1983 gli abitanti di PEDESCALA rifiutarono la Medaglia d'Argento al Valor Militare tra i tanti cartelli uno eloquente e sacrosanto: "COLPIRONO E SCAPPARONO".... eroismo partigiano.
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Maggio 1945: una squadra di partigiani preleva dalla propria abitazione una madre con
i suoi due figli [Studenti].
Tutti e tre furono assassinati perchè colpevoli di essere figli di un Repubblicano.
[Dalla Gazzetta del Lunedì 9 luglio 1997]
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2 Maggio 1945: Revine Lago [TV], i fratelli sarnanesi Helios e Pieluigi Testi, vengono trucidati dai partigiani nonostante la resa del reparto Btg "M" IX Settembre
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4 Maggio 1945: ore 23:40 partigiani della Div. D'Assalto Garibaldi Liguria S.Bonfante guidati da Gismondi Massimo e Mimmo Semeria prelevano e trucidano 26 detenuti delle carceri di Imperia, tra cui un ragazzino di 17 anni [Maccario Ernani] e diversi ultra sessantenni.
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10 Maggio 1945: Pieve di Cento, i partigiani prelevano a distanza di 2 giorni i 7 fratelli Govoni, Dino, Emo, Augusto, Ida, Marino, Giuseppe, Primo.
Seviziati e poi massacrati a colpi di roncole, vanghe, zappe l'11 Maggio, la mattina del 12, i partigiani seviziarono nuovamente i 7 fratelli che giacevano a terra rantolando per il massacro del giorno prima poi li seppellirono alcuni dei quali ancora vivi in una fossa anticarro.
Stesso trattamento fu riservato a Bonora Alberto, Bonora Cesarino, Bonora Ivo,
Bonora Ugo, Bonvicini Alberto, Caliceti Giovanni, Malaguti Giacomo, Mattioli Guido, Pancaldi Guido, Testoni Vinicio.
Il processo si risolse con l'applicazione dell'amnistia.
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Notte tra il 12 ed il 13 Maggio 1945: Vercelli, i partigiani prelevano e massacrano a guerra terminata 51 fascisti dallo stadio comunale, 24 di questi vengono condotti a Vercelli, in un casermone adiacente l'ospedale ed adibito ai malati di mente.
Questi ultimi vengono barbaramente seviziati, massacrati a colpi di mattoni, torturati ed addirittura per un camerata le atroci sevizie terminano con un'impalatura su una baionetta.
Le grida di doloro giungono ad un prete che tornerà per vari anni sul luogo dello
scempio a pregare ma non riuscirà a trovare i corpi che, dopo essere stati allineati
e schiacciati più volte da un camion guidato da un partigiano, verranno occultati.
Unico testimone della tragedia un camerata che fintosi morto si trascinò lontano da quel luogo maledetto.
Per i partigiani nessun provvedimento.
Mandante della strage: dottor silvio ortona tuttora residente a Torino.
Per ulteriori informazioni visitate la pagina del sito del MSFT sez. Vercelli.
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7 Luglio 1945: A Schio, nella provincia di Vicenza, 3 partigiani si introducono nel carcere
dove sono detenuti 99 persone fra uomini e donne in attesa di processo e uccidono 53 uomini ferendone oltre 20.
I mandanti: Gino Piva - Ruggero Maltauro
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B. fu ausiliaria nella Repubblica Sociale Italiana:
Era all'epoca una ragazzina, non aveva ucciso nessuno, non aveva fatto del male a nessuno,
la sua unica "colpa" fu quella di combattere per un Ideale in cui credeva fermamente.
Fu catturata dai partigiani il 25 aprile.
"Mi usarono in dieci, forse in venti. Il tempo non esisteva più.
Una volta mi tennero ferma come se dovessi essere crocefissa, in due mi bloccavano le braccia, in altri due le gambe.
Poi questi ultimi mi costrinsero ad aprirmi e, come una bestia dell'inferno, avanzò un loro compagno ubriaco che entrò selvaggiamente dentro di me. [...]
La guerra era finita.
Mi violentarono lo stesso. [...] divenati il loro orinatoio [...] venivano a vuotarsi sull'ausiliaria B. [...]
Eravamo allineate in ginocchio sui ciottoli del cortile e li rivedo ancora, i partigiani con
il mitra a tracolla, sbottonarsi e cercare nei pantaloni i resti di quella che era stata la virilità del maschio. [...]
Volevano farceli baciare. [...]
Ma quando fu il mio turno, mi venne voglia di
vomitare e mi limitai a sputarci sopra. [...]
Mi fecero rotolare su e giù a calci ...".
[Ringrazio Controstoria per questo documento]
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Valdobbiadene: elenco degli assassinati dai barbari partigiani durante le "radiose giornate":
BECCE Cav. Luigi pensionato, 74 anni, ed il figlio Luigi prelevati da casa e assassinati
dopo atroci sevizie il 04/05/1945.
CECCARELLI, commissario prefettizio morto in consegueza di sevizie e torture preaticate durante la detenzione dal 30/04 al 04/05/1945.
LAZZAROTTO Alessandri, dopo una detenzione di 3 giorni, fu torturato nell'asilo di Miane, ucciso il 03/05/1945 alle 17 nel cimitero di Miane.
MARCOLIN Luigi, PORETTI Michele, RUBINATO Vittorio.
CIMIONI Pietro, agente diziario fu assassinato dopo aver subito lunghi giorni di tortura.
VALLERA Antonio, insegnante elementare morto tra i tormenti e le torture durante la detenzione. VERONAZZO Giuseppe, studente, torturato ed assassinatoil 04/05/1945.
PELLEGRINI Antonio, invalido, morto in seguito a torture.
NICOLA Antonio, impiegato, morto in seguito a torture.
FRANCESCHINI Marino, militare della Xa MAS, torturato e rinchiuso in una caserma della zona di Saccol. Finito mediante scoppio di mina il 06/05/1945.
Stessa fine per: GIANNETTO Giuseppe, FALCO Sebastiano, APRILE Vittorio,
GIBERTONI Euro, MAESTRINI Sergio, PINESCHI Leopoldo, SERVETTI Mario,
CAPPELARO Leo, SIMEONI Italo.
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Nella fossa comune del cimitero di Valdobbiadene sono state rinvenute oltre
40 salme di fascisti o presunti tali, militari della RSI; purtroppo non sono state
ancora identificate. Ad ogni modo si aggiungono ai seguenti martiri di Valdobbiadene
assassinati nella totale indifferenza non solo delle leggi di guerra ma anche e soprattutto di quelle divine e morali.
CAVALLIN Anterio, elettricista, assassinato.
FERRUZZI Dr. Aldo, impiegato presso la Cnfla, assassinato sulla strada.
SARTORI Olivo, orfano di guerra, prelevato in casa e assassinato in montagna.
MERCURI Danilo, impiegato, assassinato sulla strada.
PATTINI Ileana, 16 anni, figlia di PATTINI Ampalio, impiegato, assassinata con il padre sulla strada.
SCOPEL Romeo, assassinato in montagna.
ZILLI Agostino, contadino, assassinato.
DE MARCHI Giuseppe, calzolaio morto in seguito alle ferite.
MOZZETTO Luigia, assassinata.
BARTOLIN Romolo, bracciante agricolo, assassinato.
MALACART Italo, prelevato ed assassinato in montagna.
BARTOLIN Orlando, contadino, assassinato insieme alla sorella Maria Zelinda.
DE MARTIN CANNA, stagnino, assassinato in montagna.
CRIVELLOTTI ITALO, 16 anni, prelevato e assassinato in montagna.
DE BENEDICTIS Paolo, MORELLI Francesco, RUBINO Ettore, DE RIVA Giuseppe,
BERNOCCHI Giovanni, tutti militari della Xa Mas tranne l'ultimo. operaio meccanico.
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"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


La Cina del "Grande Timoniere" Mao era ed è un'imensa e sconfinata terra piena di fame, miseria, deportazioni di massa, terrore e morte. Conosciamo il leader cinese non dal lato che tutti conosciamo, ovvero quello del poeta, ma dal lato del feroce sterminatore. Al dittatore rosso Mao Tse Thung o Zedong, spetta il premio "Nobel" per aver sterminato il maggior numero di persone della storia del Novecento... il maggior numero di persone della storia millenaria dell'umana civiltà. Il suo motto più famoso: "colpirne uno per educarne cento"... Ma il "bravo" Mao, fedele allievo della scuola Marxista-Leninista del terrore ne ha colpito 60.000.000, senza contare i dispersi. Figlio di un ricco e benestante proprietario terriero, Mao intraprese sin da giovanissimo la carriera politica; nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista Cinese occupandosi principalmente di organizzare la Guardia Rossa, seguendo l'esempio di Mosca. Nel 1949 fu eletto presidente della Repubblica Popolare Cinese, cominciò così a farsi strada con la sua "Rivoluzione Culturale"... che successivamente divenne una repressione violenta e sanguinosa. Mao convinceva le masse a lottare contro lo sfruttatore ed il benestante perchè, secondo i princìpi marxisti-leninisti, era il nemico più pericoloso del comunismo. Cominciarono così vari rastrellamenti e crimini inenarrabili, contro l'umanità, contro il grandissimo patrimonio storico culturale, contro ogni forma di etnia religiosa, contro l'ambiente.
Le Guardie Rosse di Mao non hanno nulla da invidiare ai fratelli russi; la loro crudeltà e determinazione supera di gran lunga quella dei compatrioti stalinisti. Durante i quotidiani rastrellamenti, le Guardie Rosse, delle volte, mangiavano le loro vittime dopo averle accuratamente fatte a pezzi. Ecco una testimonianza di quell'orrore: "Arrivarono le guardie di notte, all'improvviso mentre tutti noi dormivamo. Presero mio marito a schiaffi e a calci in faccia. Ammazzalo, ammazzalo! Urlava una delle guardie, allorchè presero mio marito oramai inerte e lo tagliarono lentamente con delle sciabole che portavano. Con molta calma, gli tagliarono la testa e la affissero fuori, all'entrata della capanna, e con freddezza cominciarono a cucinare quei poveri resti costringendo me e i miei figli a mangiarne il fegato ed il cuore". Era "macabra usanza" lasciare le teste dei proprietari delle case rastrellate in bellavista, infilzate ad un bastone recante una scritta: "questa è la testa di un merdoso proprietario".
Notizie recenti affermano che nella Cina COMUNISTA milioni di neonate sono state uccise per motivi legati alla pianificazione demografica e anche alla tradizione maoista, che considera le bambine ingombranti fardelli. Da Pechino però è giunta notizia che anche i maschi in sovrannumero
cominciano a essere soppressi sistematicamente. L'ultimo caso segnalato riguarda un bambino nato da un famiglia contadina già con tre figli. Le guardie rosse hanno ingiunto al padre di farlo fuori.
Questo invece lo ha abbandonato in una toilette dove è stato trovato da una signora medico. Subito dopo tuttavia le guardie lo hanno strappato alla sua salvatrice, gettato a terra, preso a calci e infine affogato. In Italia il delitto non ha fatto molto effetto, tanto è vero che i giornali hanno pubblicato il servizio nelle pagine interne... Rende di più ovviamente pubblicare le notizie della selezione della razza voluta dai nazisti o mettere in prima pagina il nome dell'ennesimo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz !!! Tutto il resto non ci deve minimamente riguardare; o si parla dello sterminio degli ebrei o... cala l'oblio sull'informazione.
La pediatra cinese Zhang Shuyun che ha denunciato le condizioni degli orfanotrofi cinesi, ha dovuto lasciare il paese in seguito a pressioni e violenze. Secondo la documentazione della dottoressa, ogni anno muoiono negli orfanotrofi cinesi più della metà dei bambini ospitati. Le sue inchieste per scoprirne le cause non piacquero alle autorità che finirono per licenziarla.
Dopo anni di ricerche, la pediatra scoprì la verità: c'e'un gruppo speciale di medici che visita ogni bambino e decide se deve vivere o morire. La tv britannica Channel 4 ha documentato lo scandalo. Il film è stato visto in tutto il mondo.
A vent'anni dalla sua morte, in Cina continua la sua sanguinaria dottrina con le relative e catastrofiche conseguenze.
TIBET: una tragedia della quale non frega niente a nessuno.
...oltre due milioni di tibetani torturati e massacrati dalle truppe di Mao.
Situato a nord dell'Himalaya, tra l'India e la Cina, il Tibet ha una superficie di 2,5 milioni di Kmq (cinque volte la Francia).
La popolazione tibetana è attualmente stimata in 6,5 milioni di abitanti contro più di 7 milioni di coloni cinesi insediati sul territorio.
Per secoli il Tibet è stato un paese unito, libero e indipendente, come attestato da ben tre risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite nel 1959, 1961 e 1965, sfortunatamente rimaste lettera morta.
E' un paese incomparabile, ricco di una tradizione di saggezza millenaria meravigliosamente incarnata dal XIV Dalai Lama, la cui lotta non-violenta, che è anche quella di tutto un popolo, è stata premiata nel 1989 con il Premio Nobel per la pace.
Ignorando le Convenzioni Internazionali nel 1950 le truppe dell'esercito della Repubblica Popolare Cinese invasero ed occuparono il Tibet, massacrando milioni di persone in uno stato fino ad allora assolutamente indipendente e del tutto differente dalla Cina in quanto ad etnia, sistema sociale, cultura, religione e tradizioni.
Nel 1959 il Dalai Lama, prima autorità del paese, fu costretto all'esilio.
Gli ultimi 40 anni sono stati segnati da continue offese sia ordite contro il popolo tibetano che alla sua cultura.
Quello che è stato fatto subire al Tibet e al suo popolo è uno spaventoso sopruso che ripugna alle coscienze di tutte le persone libere e amanti della libertà, della pace e dei diritti umani.
Un vicino immensamente più forte sul piano del numero e della potenza militare ha consumato un vero e proprio genocidio ai danni di una nazione, quella tibetana, che aveva come unica arma la non-violenza.
Le forze d'occupazione hanno commesso e commettono tuttora numerosi e orribili atti di barbarie.
Si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell'occupazione cinese.
Nel corso della famigerata "rivoluzione culturale" (1966-1976), seimila templi (cioè la quasi totalità dei luoghi di culto) e una miriade di tesori artistici sono stati distrutti. Alla popolazione tibetana viene negata (totalmente sino al 1980, parzialmente oggi) la pratica del Buddhismo (come del resto il Bön, l'antica religione autoctona del Tibet) e gli viene imposto l'insegnamento della lingua cinese a scapito di quella tibetana.
Nonostante la feroce repressione operata dal comunismo, il mito di Mao Tse Thung è ancora più vivo che mai. La sua figura esercita ancora sui giovani stima e ammirazione. Questo perchè, non va dimenticato che, per quanto possa sembrare assurdo, l'immagine della Cina Maoista godeva di un diffuso "rispetto democratico" in tutto il mondo. Bisogna cercare di convincere i giovani d'oggi e di ieri, che hanno creduto in un falso mito, in un'ideologia che dove ha assunto il potere ha causato solo orrore e terrore. Ancor più difficile è condividere l'atteggiamento assunto da parte di alcuni ambienti intellettuali, che cercano di chiudere il capitolo, mai definitivamente aperto, del genocidio operato da Mao, con la giustificazione che alla base c'erano dei nobili ideali di "libertà e fratellanza", quando, nei confronti dei Lager nazisti e della presunta Shoah, mantengono alto il monito a "non dimenticare".
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf