Israele inizia come previsto il ritiro, ma considera il cessate il fuoco «una bomba a orologeria»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME - Alla fine l’annuncio di tregua è arrivato. Hamas e la Jihad hanno detto sì all’hudna, il cessate il fuoco temporaneo. Tre mesi di sospensione negli attacchi. Qualche ora più tardi si è aggiunto il Fatah di Arafat che ha promesso sei mesi e mezzo di tranquillità oltre al supporto alla road map. Impegno che manca nel documento degli islamici, per i quali l’iniziativa diplomatica è da bocciare.
Su due fronti la replica di Israele. Sul terreno, in base alle intese della mappa della pace, si è ritirata dal nord della striscia di Gaza. Ma ha accolto la tregua con diffidenza: «E’ un fatto interno palestinese». I portavoce hanno sostenuto che l’hudna rischia di essere «una bomba a orologeria» perchè gli estremisti la useranno per ricostituire le loro reti. Gerusalemme insiste affinchè il premier Abu Mazen - come prevede la road map e chiede la Casa Bianca - neutralizzi «le infrastrutture del terrore, arresti i responsabili di attentati, fermi l’incitamento all’odio, raccolga le armi illegali».
Un rialzo della posta con un occhio alla sicurezza e un altro alla propaganda interna. Definendo la tregua «una trappola» Israele intende lasciarsi libertà di manovra nel lanciare blitz contro i possibili kamikaze e i mandanti. Come ieri pomeriggio, con la cattura del leader delle Brigate Al Aqsa di Jenin. Al tempo stesso cerca di dimostrare alla sua opinione pubblica che non c’è stato alcun cedimento. In realtà Sharon, venendo meno a uno dei suoi dogmi, ha accettato di intavolare una trattativa, indiretta, con gli estremisti. Aveva sempre detto: «Non negoziamo sotto il fuoco». Però è stato costretto ad accettarlo. Per le richieste americane e la spinta degli israeliani di trovare un varco nel muro di violenza. I sondaggi hanno indicato chiaramente la volontà di dare una possibilità al dialogo dopo 33 mesi di violenza.
Proprio per questo, a dispetto delle reazioni negative, Israele ha ordinato ai soldati di lasciare Beit Hanun e Beit Lahia. Quindi riaprirà la strada principale che corre lungo la striscia di Gaza, aumenterà il numero dei permessi di lavoro per gli operai palestinesi. Misure previste dalla «mappa per la pace» e destinate a ricostruire la fiducia tra le parti. Al posto dei soldati israeliani subentreranno i nuovi poliziotti palestinesi, addestrati con l’aiuto della Cia, dell’Egitto e della Giordania. Un primo test, importante, per il premier palestinese Abu Mazen. Dovrà dimostrare di saper controllare il terreno. Dopo Gaza, toccherà infatti a Betlemme. Se tutto procederà secondo il programma, la palla tornerà nel campo israeliano. Sharon - e per lui non sarà facile - dovrà affrontare il nodo delle colonie.
Ma neppure il capo del governo palestinese avrà una strada in discesa. Hamas e Jihad nell’accettare la tregua hanno fissato condizioni chiare. Se non verranno rispettate, l’hudna salterà. Gli estremisti chiedono lo stop degli omicidi mirati, la fine dell’assedio a Yasser Arafat a Ramallah, la liberazione di «tutti i prigionieri». Passi che Israele - per ora - si è rifiutato di intraprendere.
I problemi maggiori per Abu Mazen verranno dalle Brigate Al Aqsa, braccio armato del Fatah. Innanzitutto perchè a stento riconoscono l’autorità della dirigenza tradizionale. Quindi perchè sono divisi in tante piccole formazioni. Nella sola Nablus, il cuore del gruppo, ci sono cinque cellule indipendenti, guidate da miliziani poco più che ventenni. Senza passato, senza esperienza. Ricevono ordini, denaro, istruzioni dall’Hezbollah libanese e dai conservatori iraniani, uniti nel sabotaggio di qualsiasi processo negoziale. Inoltre la componente di Nablus è ostile a Marwan Barghouti, il leader dell’intifada che dal carcere ha avuto un ruolo decisivo nelle trattative. Alle rivalità tra i raís si aggiunge quella generazionale. I «giovani leoni» di Barghouti, molto popolari e ritenuti puliti, sono visti come una minaccia dal vecchio apparato del Fatah. Contrasti che favoriscono manovre d’ogni tipo e dove anche un kamikaze può tornare utile.
Guido Olimpio
© Corriere della Sera
Piccoli passi, ma sempre passi.
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