25 Giugno 2003 dal quortidiano il Riformista pezzo non firmato
MEDITAZIONI. RILEGGENDO IL BARONE NERO (E VERDE) EVOLA
Perché la montagna sembra di destra


Il pizzo è di destra, la barba è di sinistra, il blazer è di destra, la felpa è di sinistra. Il bagno è di destra, come la valigetta ventiquattr'ore e le Timberland. La doccia è di sinistra come lo zainetto e le Clarks. La cantilena può noiosamente proseguire all'infinito per descrivere la monotonia di un mondo ideologicamente diviso a metà. Così, dopo look, abbigliamento e igienici costumi si possono distinguere e contrapporre stili di vacanza e i gusti di loisir. E allora: la montagna è di destra, la campagna è di sinistra.
Montagne di destra? L'intuito incoraggia piuttosto a porle al di sopra delle parti: poiché svettano in altezza sottraendosi alla piatta orizzontalità dei due poli. Eppure, niente di più facile che colorare le vette di sfumature politiche (neanche troppo velate). La loro verticalità, infatti, è sì slancio verso sublime estetico, isolamento ascetico e solitudine meditativa. Ma perciò, appunto, sdegnoso allontanamento da «gregarie» pianure, «dall'atmosfera sciroccosa delle bassure».
Le parole sono di un Nietzsche che, sdoganato ormai da mezzo secolo e smentito ideologo del nazionalsocialismo, fu assiduo frequentatore delle cime engadinesi e non esitò a collocare «a seimila piedi dal livello del mare e molto più in alto di tutte le cose umane», lontanissimo «dal calore delle greggi» e «dalla felicità dei deboli» il suo ideale di oltreuomo. Dando così ai montani romitaggi di Zarathustra un'inevitabile valenza antiegualitaria. Ad accreditare il cliché delle altitudini antidemocratiche valsero poi i raduni alpini dei nazisti, le gite giovanili ad alta quota dei Wandervögeln e della Hitler Jugend, i film di montagna di Leni Riefenstahl, regista della propaganda cinematografica del Reich… Retoriche della politica politicante. Per tornare (è il caso di dirlo) alle altezze del pensiero, c'è però un cattivo, cattivissimo, maestro, che delle vette fece un ideale luogo di meditazione: Julius Evola.
Luogo tutt'altro che astratto per una meditazione tutt'altro che innocua. Le sue Meditazioni delle vette (che le edizioni Mediterranee stanno riproponendo in versione ampliata e riveduta), mostrano chiaramente come il filosofo - di matrice nietzscheana e di militanza fascista - non avesse scelto per caso lo sfondo della propria esperienza di pensiero. E raccolte in un'antologia di articoli, reportage e saggi composti tra il 1927 e il 1959, rivelano una geografia teorica tanto vasta e frastagliata quanto evidentemente situata al punto cardinale e sul polo di orientamento di un'accesa protesta ideologica. Posizionata a destra? Sì, ma una collocazione così netta finisce per appiattire un paesaggio speculativo (e montuoso) per definizione (e per teoretica elaborazione) molto più vario e tortuoso.
Convergono infatti lassù, nei luoghi da Evola visitati per tutta la vita - li conobbe nel '17 da ufficiale di artiglieria combattente in prima linea sui piani di Asiago; vi si rifugiò la conclusione dell'esperienza della Torre («ne ebbi abbastanza, smisi e me ne andai in alta montagna», scriveva ritirandosi nel 1930 ai 4532 metri del Lyskamm Orientale), li scalò per anni da appassionato; li elesse come meta (o principio) dell'ultimo viaggio, allorché dispose di seppellire le sue ceneri in un crepaccio del Monte Rosa - i motivi frequentati lungo tutto il suo percorso teorico.
Temi quali il Mistico delle altezze tibetane, caro allo studioso che aveva guardato a Oriente per importarne la sapienza nell'Occidente razionalista. Come Alpe e spiritualità e La divinità della montagna, cruciali per il tradizionalista che opponeva alla dissacrazione postmoderna una nuova (o antica) forma di religiosità. O come Arte e simbolo nella sede delle nevi, ispiratori per l'artista figurativo che nelle geometrie metafisiche dei suoi quadri dada aveva dato prova di pittorico talento.
Sacro, simbolo, arte: fin qui tutti motivi apparentemente innocui (se dell'arte si ha una visione cosmetica e della religione una visione consolatoria). Ma per trovare un più manifesto segno di parte (e un meglio esposto bersaglio di anatema) non occorre neppure andare a leggersi l'articolo su La razza e la montagna (1942) compreso nell'alpestre antologia che Evola fece del famigerato autore di La dottrina della razza e Il mito del sangue.
La vera provocazione di questi scritti di montagna non sta affatto nelle loro presunte puntate razziste. Va cercata, piuttosto, nei commenti del filosofo scalatore sullo scempio e il degrado che i paesaggi alpini subiscono in epoca di incipiente industria del turismo e diffusione di massa degli sport estremi. Il barone nero si veste dunque di verde? Qual è lo scandalo delle sue tesi naturiste, ambientaliste, ecologiste? Sono tesi innocue solo se dell'ecologia si ha una visione cosmetica e consolatoria. Ne sottolinea invece la portata (filosoficamente più ancora che politicamente) dirompente la prefatrice di turno di queste Meditazioni evoliane: quella Luisa Bonesio che attualmente è la giovane filosofa più corteggiata dalla destra (lei però è geofilosoficamente cacciariana e da sempre ripete il motto della Rivoluzione Conservatrice: «né destra né sinistra»).
Se infatti - parallelamente a una tendenza diffusa nel Ventennio, ma indipendentemente dalle intenzioni del Duce di mettere la camicia nera alle vette divenute popolari all'epoca della Grande Guerra (una storia questa ben raccontata da Alessandro Pastore, nello studio Alpinismo e storia d'Italia appena uscito da Il Mulino) - il pensatore alpinista deprecava la collettivizzazione di luoghi riservati alle élite la sua posizione è più complessa (e pericolosa!) delle retoriche antidemocratiche fasciste. Lo Evola che nota come ormai la plebe motorizzata lasciasse nei luoghi di silenzio, vertigine e solitudine ossa di pollo e gusci d'uovo, come l'«elevazione» si raggiungesse con lo ski lift, l'ascetismo si confondesse con la prestazione sportiva e le visite alle «cattedrali della terra» si organizzassero come scampagnate ricreativa è lo stesso Kulturkritiker che in Rivolta contro il mondo moderno aveva mosso alla tarda modernità la sua critica (filosofica) più feroce. Le Meditazioni di montagna, dunque non sono che un'eco del suo pensiero più forte e radicale: quello per cui un'epoca che frana trascina nella sua caduta anche le altezze delle vette.