Ci siamo nuovamente. Tutto come previsto.
http://www.theaustralian.news.com.au...5E1702,00.html
http://www.theadvertiser.news.com.au...55E421,00.html
SOLDIERS REPORT URANIUM SICKNESS
June 23, 2003
I soldati australiani che hanno partecipato al recente conflitto in Iraq cominciano ad accusare sintomi di malattia da uranio, ha detto oggi un esperto statunitense di armi nucleari.
Il Dr Douglas Rokke è un esperto di medicina nucleare che ha lavorato per l’esercito USA, ed è stato inoltre esperto del Pentagono in merito agli effetti sulla salute delle munizioni all’uranio impoverito.
Il Dr. Rokke, parlando a Melbourne, ha detto oggi che donne e bambini iraqeni e personale militare americano e iraqeno presentano sindromi da insufficienza respiratoria e malattie della pelle, dopo il recente conflitto, e gli è stato riferito che anche il personale australiano presneta sintomi dello stesso genere.
“Questi sono i rapporti che ho ricevuto dal Dipartimento medico dell’Esercito statunitense; sono dati da verificare e analizzare”.
“Quando i soldati americani sono malati, e gli iraqeni sono malati, nulla autorizza a credere che un soldato australiano possa rimanerne immune quando si reca in quelle aree, pur non ammalandosi subito”.
Durante l’operazione Desert Storm nel 1991, il Dr Rokke guidava una squadra di decontaminazione da uranio causata da “fuoco amico”.
“Ciò che vedevamo può essere descritto con tre sole parole: Oh my God! Le ferite erano orribili e la contaminazione molto estesa”. “Sebbene io e i membri della mia squadra indossassimo protezioni respiratorie e cutanee, oggi sappiamo che quel tipo di protezione non garantisce un’adeguata difesa contro l’inalazione, l’ingestione e l’assorbimento dei composti di uranio”.
Ha aggiunto che anche lui ha sofferto di eruzioni cutanee e problemi respiratori, nonché di problemi ai reni e cataratta correlata all’esposizione ad uranio.
Il Dr Rokke è in Australia per tenere conferenze contro l’uso delle armi al DU, che lui definisce un crimine contro l’umanità, un incubo tossicologico. Sta portando avanti una campagna per la messa al bando delle munizioni al DU e per il sostegno medico a tutti coloro che sono stati esposti all’uranio, nonché per la decontaminazione delle aree colpite. Durante il suo soggiorno in Australia parlerà a convegni pubblici e incontrerà funzionari governativi e gruppi di reduci.
“Ciò che ho appreso dal mio lavoro è che le munizioni all’uranio devono essere bandite”.
“Non possiamo più decontaminare completamente l’ambiente, né siamo in grado di curare in modo risolutivo tutti i soggetti esposti, perciò queste armi non devono essere usate in alcun conflitto”.
Jacob Grech di OzPeace Network afferma che mentre da un lato l’Australia non ha usato munizioni al DU, dall’altro ha esportato 2500/3000 tonnellate di uranio verso gli Stati Uniti, per la loro produzione energetica. “Sono proprio le scorie di questa produzione energetica che vengono usate per costruire munizioni, quindi America e Australia sono complici nella produzione di tali armi fin dal primo stadio del loro processo produttivo”.
“Chiediamo al nostro Governo, come impegno minimo, di porre sotto controlli rigorosi tutti i veterani della prima e seconda guerra del golfo, ed anche quelli tornati dall’Afghanistan, per poter costituire un primo rapporto di studio degli effetti sulla salute causati da DU ed altre tossine chimiche, per poterli trattare con cure adeguate” dice Grech.
“Fino ad ora invece il nostro Governo ha tenuto una linea di negazione del problema, rilasciando relazioni che ricalcano la linea del Pentagono”. “Credo che ciò che vedremo sui reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan sarà nello stesso solco di ciò che successe 20 anni fa in Vietnam con l’Agent Orange”.
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Roma, 23 giugno 2003
Nuovo appello dell'Osservatorio militare per rompere il muro di silenzio sull'utilizzo dell'uranio impoverito, che è stato usato anche nella guerra in Iraq.
Si continua - afferma l'Osservatorio militare - a non dare ascolto agli innumerevoli allarmi lanciati in merito alla devastante ripercussione che si potrà avere sia sulla popolazione civile, sia sui militari attualmente impiegati in Iraq.
L'Osservatorio, la Royal Society di Londra, la CRHRAD di Parigi, l'Institute of nuclear Sciences Vinca di Belgrado, l'Accademia degli Scienziati Americani, e tanti altri, continuano a richiamare l'attenzione sul problema dell'utilizzo di ordigni all'uranio impoverito.
E' frustrante - continua la nota - anche il silenzio che, con sapienza, è stato creato intorno alla vicenda, nonostante i 257 malati di cui 20 già deceduti, le percentuali di patologie linfatiche (oltre l'1%) tra i militari impiegati, le fotografie dei metalli pesanti all'interno del corpo dei militari deceduti o malati identiche a quelle denunciate dagli americani già dal '78, i numerosi casi di figli malformati e l'inquietante aumento di aborti tra famiglie dei militari impiegati, non si riesce, almeno in Italia, ad affrontare il problema.
Migliaia di segnalazioni, anche di persone non direttamente coinvolte nella vicenda, vengono quotidianamente ignorate dalla grande informazione di massa che continua a stendere un velo di silenzio sulla vicenda. I contatti con i colleghi coinvolti (francesi e inglesi) continuano ma, alla libertà d'informazione che regna in altri Stati, si contrappone un muro di gomma eretto da ex vertici militari, ora politicanti, e politici ingiustificatamente succubi di una sudditanza al cospetto degli Stati Uniti che, a differenza dell'Italia, rispettano, onorano e premiano i figli caduti o ammalati.
Tra il personale - sostiene l'Osservatorio - aumentano i casi di chi, rifiutandosi di partire, viene denunciato alla Procura Militare che, in considerazione anche delle altissime percentuali di astensioni del rancio, ha trovato forse un ruolo nuovo da comandante 'in seconda' quando il primo non riesce più a farsi ascoltare.
Il presente comunicato stampa - conclude - rappresenta anche un appello a tutti i politici di qualsiasi schieramento che vorranno aiutare l'Osservatorio a rompere il muro del silenzio ed ottenere giustizia per coloro che ancora soffrono. A un anno dalla morte del Caporale Antonio Milano, la vedova non ha avuto né la pensione né il riconoscimento della morte del marito per causa di servizio. Il bambino, che non ha mai conosciuto il padre, oggi ha un anno e ancora non sa chi e perché lo abbia ucciso prima che lui nascesse.
http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=38463




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