COLLE. SAREBBE MEGLIO NON CHIEDERE TROPPO INTERVENTISMO
Chi pretende un demiurgo al Quirinale, se ne pentirà se un giorno ci andrà Berlusconi
Domanda brutale: se è proprio vero che Silvio Berlusconi è un pericolo per le istituzioni repubblicane, siamo sicuri che dipingere il presidente della Repubblica come una specie di demiurgo sia, oltre che costituzionalmente corretto, un'idea intelligente? Se poi, facciamo il caso, ci ritroviamo proprio con Berlusconi presidente, che si fa? Non sarebbe forse più saggio evitare il consolidarsi di ogni tendenza verso l'interventismo presidenziale, ed anzi esaltare le innate doti di discrezione di cui Carlo Azeglio Ciampi è dotato, invece di tirarlo forsennatamente per la giacchetta?
Che la nostra costituzione delinei in modo ambiguo la figura presidenziale è un luogo comune non per questo meno vero. Ma se ciascun presidente l'ha interpretata a modo suo, una costante c'è stata: quando il sistema dei partiti era forte e legittimato, i presidenti tendevano ad agire con maggiore misura (fino alla timidezza), quando il sistema dei partiti entrava in crisi i presidenti erano indotti ad assolvere funzioni politicamente decisive (sostenere governi, costruirne, sciogliere legislature, e, in genere, aiutare i partiti a collaborare quel minimo che serve ad andare avanti). Insomma, facevano i facilitatori del funzionamento del sistema. Ma questo, nel complesso, era forte, e più di tanto non chiedeva loro (per esempio, lo scioglimento era deciso dai partiti; e quando Gronchi volle fare di più, fu fermato).
Le difficoltà crebbero quando il sistema politico-istituzionale si indebolì, inducendo a interventi sempre più frequenti e incisivi. Cominciò Pertini; con Cossiga, dopo una pausa di cinque anni, fu… il finimondo. Ma siccome anche l'ultimo appello alle riforme fu rispedito al mittente, Scalfaro si trovò a gestire la crisi (esplosa prima, non dopo Mani pulite). Egli si assunse il compito di farvi fronte. Assecondò, ed anzi promosse lo scioglimento del 1994. Ebbe la sgradita sorpresa di Berlusconi al governo e, lungi dal favorire una stabilizzazione che non gli piaceva né punto né poco, prima si mise a dire quello che avrebbe dovuto fare, poi non mosse un dito per frenare la Lega: il Berlusconi I andò in crisi, ma per non aiutare il Cavaliere si guardò bene dal'indire le elezioni. «La Costituzione me lo vieta», stabilì: e costituì il governo Dini, cui dettò il programma. Due anni dopo, con coerenza, non aiutò neanche Prodi a tenere a bada Rifondazione, facendo capire che non avrebbe comunque sciolto le Camere: Bertinotti, infatti, a bada non fu tenuto, l'Ulivo entrò in crisi e ancora aspettiamo si riprenda.
Nel frattempo, ecco un nuovo presidente e, nel 2001, la prima vera alternanza col Berlusconi II, virtualmente eletto dal corpo elettorale con tanto di candidati sulle schede. Ma il governo Berlusconi (oh, sorpresa!) non fa le politiche corrette, sagge e progressive che avrebbe fatto l'Ulivo: fa invece le politiche brutte, miopi e censurabili che può fare un governo di centrodestra, per di più alle prime armi, diviso come tutti i governi, e, ciò non bastasse, a caccia affannosa di soluzioni ai problemi del presidente del Consiglio.
E' in questo contesto che una maggioranza forte solo numericamente e un'opposizione assai debole, e perciò a rimorchio dei massimalisti, si son messi a fare a gara per arruolare il povero presidente della Repubblica. La tecnica dell'opposizione, in particolare, è questa: (a) ogni iniziativa sgradita del governo viene invariabilmente bollata come attentato alla Costituzione (non semplicemente incostituzionale); (b) è perciò subito invocato l'intervento presidenziale prima ancora che l'iter parlamentare cominci; (c) prima durante o dopo, si chiede che il presidente indirizzi un messaggio alle Camere; (d) si preannuncia poi che ci si attende che rifiuti la promulgazione e rinvii; si fa capire, poi, che, in caso contrario, anch'egli sarà considerato complice del prefigurato attentato alla Costituzione; (e) tanto per far vedere che non ci si ferma davanti a nulla si minacciano referendum (si immagini quanto temuti); (f) quando il presidente, infine, firma davvero ci si indigna, e i più temerari fanno capire che lo si ritiene poco meno di una quinta colonna della maggioranza.
Il presidente, dal canto suo, sensibile all'esigenza di favorire la nascita di un costume maggioritario decente, che fa? Per un verso vorrebbe ispirarsi alla discrezione eniaudiana, per un altro, a fin di bene, non riesce a sottrarsi alle prassi interventiste di chi l'ha preceduto e cui tante degne persone lo incitano. Memore forse di esperienze personali (fu capo del governo ai tempi di Scalfaro), fa ricorso a dosi massicce di moral suasion e magari non solo moral; né può o vuole inseguire i mille titoli di giornale che lo trasformano in una sorta di mediatore dei procedimenti legislativi più controversi. Stretto fra una maggioranza burbanzosa più che forte, e un'opposizione per la quale c'è per definizione qualcosa di incostituzionalissimo cui resistere (rogatorie, conflitto d'interessi, estensione delle possibilità di ricusazione, improcedibilità contro le alte cariche: ed ora, senza nemmeno prendere respiro fra un'indignazione e l'altra, la c.d. legge Gasparri), rischia di scivolare davvero verso una funzione di sostanziale co-legislazione che alla lunga non potrà che minarne l'autorevolezza e la forza istituzionale. La prima perché non si può dire fino a quando riuscirà ad apparire imparziale in un ruolo attivo (già c'è qualche astuto che lo chiama «consulente esterno della maggioranza»), la seconda perché è chiaro che se, in qualsiasi forma, si trova ad avallare una certa soluzione, poi avrà difficoltà ad esercitare quel potere di rinvio che è il solo di cui davvero dispone (ma senza avere l'ultima parola, col rischio così d'essere clamorosamente smentito).
Per di più, se davvero il presidente diventa co-protagonista dell'indirizzo politico (ché di ciò in altre parole si tratta), cosa si potrà opporre a chi dice di volerlo eletto direttamente? Ed ecco la seconda domanda che vorrei porre: non alternativa, ma aggiuntiva, ahimé, rispetto a quella con cui ho cominciato.
Tratto dal Riformista di Oggi
Cordiali Saluti




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