Gobbo: quella mamma ci infanga
Il sindaco: «Città calunniata». Il provveditore:
«Gli accusati vogliono le scuse»



TREVISO — Una città infamata, infangata dall’ombra del razzismo. «Questa vicenda ha danneggiato enormemente l’immagine di Treviso - ha dichiarato sabato il sindaco Gian Paolo Gobbo - e cercheremo di avere risposte in tutte le sedi».

Anche in quella legale, quindi: il primo cittadino, che fin dal primo giorno ha dato scarso credito alle accuse di razzismo nelle aule scolastiche, annuncia battaglia per difendere l’onore e il nome dei trevigiani. La vicenda è quella che sta facendo discutere da giorni: un ragazzino napoletano ha confidato alla madre di essere stato umiliato dai compagni di classe, che lo chiamavano «camorrista » e lo tenevano lontano dicendo che puzzava.

Dopo lo sfogo della donna, rilasciato all’emittente televisiva Antenna 3, la dirigenza scolastica delle medie Stefanini e il provveditorato hanno annunciato di voler andare a fondo, mentre i rappresentanti dei genitori vogliono le scuse dell’accusatrice: «Il suo giudizio negativo è stato improvviso e immotivato, la signora non si è mai confrontata in modo veritiero con la scuola, che ha sempre lavorato molto sull’integrazione degli studenti - racconta la dirigente provinciale Maria Giuliana Bigardi - In questo momento sono tutti molto preoccupati per il ragazzo, è a lui che stanno pensando i docenti e i genitori».

Sotto la lente d’ingrandimento è finita la madre: «Da insegnante qual è dovrebbe sapere quanto importante sia il confronto fra un genitore dello studente e l’istituto - commenta Bigardi - . La signora non è mai intervenuta e non ha contattato i professori. L’istituto farà di tutto per migliorare i suoi canali di dialogo interni, perché questi fatti non si ripetano mai più, né qui né altrove». Pur comprendendo la decisione di Gobbo, Bigardi spiega che il provveditorato non darà il via ad alcuna azione legale se la questione dovesse ridimensionarsi: «La scuola è come una madre, capisce, sa mettere il punto e andare a capo ».

Il prossimo passo delle autorità sarà quello di cercare il padre del bambino, «per capire il perché di certe situazioni che si sono verificate»: lo ha annunciato ieri mattina il sindaco. «È stato infangato non solo il nome della città tutta, ma anche della scuola media Stefanini, di tutti coloro che vi lavorano e degli insegnanti, alcuni dei quali provengono dalla stessa Regione del ragazzino »: si mette così dalla parte dei trevigiani, quelli doc e quelli che hanno scelto di vivere nella Marca, i nativi e gli adottivi.

Una risonanza mediatica eccessiva, sostiene Gobbo, ha dato Treviso in pasto alle critiche e alle accuse di razzismo. La causa di tutto, riflette, è il disagio familiare: «Dalla vicenda è emersa la poca forza di questa donna, crediamo che il problema sia lei, non è colpa del bambino ma della madre. A quella donna non dovrebbe più essere permesso di fare l’insegnante e forse non dovrebbe più fare nemmeno la mamma».

Silvia Madiotto


stranamente non ne parlò nessuno, se qualcuno volesse dargli il giusto risalto...


era iniziata così:
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