DOPO L’AGGRESSIONE ALL’IRAQ:
EX CONSIGLIERE DI BUSH
ATTACCA L’ANTITERRORISMO
L'amministrazione Bush non fa quel che deve fare nella lotta al terrorismo.
A criticare il presidente americano sull'obiettivo centrale della sua politica è qualcuno che conosce bene la materia: Rand Beers, ex responsabile dell'antiterrorismo in seno al Consiglio per la sicurezza nazionale. Cinque giorni prima dello scoppio della guerra in Iraq, Beers aveva sorpreso tutti presentando le sue dimissioni. Ma nessuno si aspettava che otto settimane dopo sarebbe entrato a far parte della squadra del candidato democratico alla presidenza, John Kerry.
“L'amministrazione Bush non faceva corrispondere i fatti alle parole nella guerra al terrorismo. Ci stanno rendendo meno sicuri, non più sicuri”, ha detto Beers, un uomo di 60 anni che per 35 ha servito nell'amministrazione americana, lavorando nel Consiglio per la sicurezza nazionale sotto i presidenti Reagan, Bush padre e Clinton.
Le critiche di Beers sono state molto decise. In Afghanistan – ha affermato – “il lavoro iniziato è stato lasciato a metà”. Più che a distruggere i terroristi di Al Qaeda l'intervento “è servito a disperderli. I terroristi si muovono tranquillamente nel paese. Non sappiamo cosa succede. Osama bin Laden potrebbe trovarsi ovunque in Afghanistan”.
“La guerra in Iraq ha sottratto risorse umane e finanziarie alla difesa della sicurezza interna, ha causato spaccature nell'alleanza antiterrorismo, e farà nascere una nuova generazione di reclute di Al Qaeda”, ha aggiunto Beers che pur non essendosi opposto al conflitto ha continuato a chiedersi perché fosse una tale priorità politica.
Per quanto riguarda la sicurezza interna i fondi sono pochi e “nulla viene fatto”. Risolvere problemi organizzativi – ha spiegato Beers – “non porta a titoli di prima pagina, né porta voti. Da una prospettiva politica è più' facile andare in guerra”.
DOPO L’AGGRESSIONE ALL’IRAQ (2):
ANCHE I MEDIA AMERICANI SCOPRONO
LA VERA STORIA DELLA SOLDATESSA JESSICA
La storia di Jessica Lynch, trasformato negli USA in un evento-simbolo dell’attacco all’Iraq, è sempre meno costellata di eroismo. Mentre i network tv americani continuano l'assalto alla soldatessa, offrendole di ricoprirla d'oro in cambio della prima intervista, altri media che l'avevano trasformata in mito assumono ora una posizione più' critica. Sulla scia della rilettura del caso Lynch avviata dalla stampa britannica , tocca ora al Washington Post ripercorrere l'intera vicenda.
Il quotidiano della capitale ha riconosciuto di essere stato troppo enfatico nel raccontare le gesta della soldatessa diciannovenne di Palestine (West Virginia) e dei suoi salvatori della Task Porce 20. Il Washington Post ha messo due intere pagine a disposizione di una squadra di tre giornalisti, incaricati di indagare sulla vera storia di ciò che accadde tra la cattura di Jessica, il 23 marzo scorso, e la sua liberazione, nove giorni dopo.
Fonti militari avevano raccontato all'epoca al quotidiano che Jessica “ha combattuto alla morte, non voleva essere presa viva” e che scaricò il proprio M-16 contro i nemici, prima di venir travolta da coltellate e colpi d'arma da fuoco. Decine di interviste condotte dal quotidiano, anche se non hanno raggiunto una versione finale sull'accaduto, raccontano invece che Jessica in realtà tentò di sparare, ma l'arma si inceppò e non ne uscì un solo colpo. Le ferite non erano frutto dell'accanimento dei nemici, ma di un incidente stradale nel quale rimase coinvolto il suo veicolo militare.
La 507/a compagnia logistica di cui faceva parte Jessica – molto poco eroicamente - si era persa nelle strade di Nassirya. Ma il Pentagono continua a ripetere che la realtà in cui si trovò la 507/a compagnia era “una nuova Mogadiscio”: un riferimento alla sanguinosa battaglia urbana cui furono costretti gli uomini delle forze speciali in Somalia nel 1993, raccontata di recente dal film Black Hawk Down.
Quanto all'operazione di salvataggio di Jessica, secondo il Washington Post, al momento dell'arrivo della Task Porce 20 nell'ospedale di Nassirya non c'erano più nemici e il Pentagono probabilmente lo sapeva, perché la CIA aveva inviato un agente ad ispezionare l'area. Medici ed infermieri avevano aiutato Jessica ee erano stati molto contenti di veder arrivare gli americani.
In giorni difficili per le operazioni militari anglo-americane, il Pentagono presentò con enfasi la liberazione di Jessica. Il Comando centrale in Qatar svegliò alle 3 di notte i giornalisti di mezzo mondo a Doha, solo per farli precipitare nella base di As Sayliyah ad ascoltare una breve dichiarazione del portavoce del CENTCOM, il generale Vincent Brooks, sull'avvenuta liberazione.
Nei giorni successivi furono mostrati filmati notturni girati con le Combat camera e diffusi particolari - all'epoca impossibili da verificare - che contribuirono a creare il falso mito della soldatessa Jessica.
TERRORISMO INTERNAZIONALE:
LA GIUSTIZIA USA TORNA AL MEDIOEVO
Difficile non chiamarla barbarie.
Dal 17 giugno scorso il governo degli Stati Uniti ha il diritto di tenere segreti i nomi delle persone che sono state arrestate nell’ambito delle indagini sugli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.
Lo ha stabilito la corte d’Appello del District of Columbia, praticamente Washington che - con il voto di due giudici contro uno - ha annullato la sentenza con cui la prima istanza giudiziaria aveva decretato che tutti i nomi degli arrestati andavano resi pubblici.
La giustizia americana fa un salto nel buio.
La corte d’Appello del District of Columbia, infatti, ha anche stabilito che il governo può tenere segreto, oltre al nome degli arrestati, anche quello dei loro legali, la data di arresto e perfino i motivi e le ragioni per cui gli stessi vengono tenuti in galera.
Il governo americano, quindi, può ignorare le norme più elementari del diritto e della convivenza civile.
E’ bene segnarsi questi due nomi: David Sentelle e Karen Lecraft Henderson. Sono i nomi di un uomo e di una donna che hanno inventato la macchina del tempo: quella che ha fatto prcipitare la “civilissima” America nel pieno del medioevo.




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