SVOLTE. BARGHOUTI ALLEATO CRUCIALE DI ABU MAZEN PER CONVINCERE HAMAS ALL’ACCORDO
Se reggerà non lo si può sapere. Ma la tregua di tre mesi che i vertici dell'Anp sostengono di aver strappato ieri ai principali gruppi armati palestinesi - Hamas, Jihad e Brigate Al Aqsa - rappresenta il primo, enorme successo di Abu Mazen. Avendo ottenuto la promessa di fermare gli attentati (impegno che dovrebbe essere ufficializzato al Cairo nei prossimi giorni), il nuovo premier palestinese può finalmente presentare a Sharon il primo risultato della sua gestione. E di conseguenza, pretendere l'avvio del ritiro dell'esercito israeliano da Betlemme e dalla parte settentrionale della Striscia di Gaza che - come da accordo sottoscritto due giorni fa - dovranno tornare sotto il controllo delle forze di sicurezza dell'Anp. Dopo le impegnative parole (ma solo di quelle si è trattato) di Aqaba, sarebbe il primo passo concreto lungo la via tracciata dalla road map.
Ma ancor più che di Abu Mazen, la tregua promessa rappresenta il trionfo personale di Marwan Barghouti, il leader dei Tanzim (una delle milizie di Fatah) detenuto da oltre un anno in Israele. Sarebbe stato lui infatti, tramite i suoi emissari a Damasco, a convincere i leader dei gruppi armati a cedere alle richieste di Abu Mazen.
Guadagnatisi i galloni nel corso della prima Intifada e poi divenuto membro del Consiglio legislativo palestinese in seguito agli accordi di Oslo, Barghouti era l'astro emergente della politica palestinese, un duro - ma non estremista - che sembrava destinato al ruolo di delfino, ed eventualmente successore, di Yasser Arafat. La sua popolarità era enorme e contagiosa, al punto da fargli guadagnare il rispetto anche di una fetta consistente dell'establishment israeliano, che vedeva in lui un interlocutore affidabile e in grado di esercitare un controllo effettivo sulle formazioni armate. Poi, il 15 aprile del 2002, venne arrestato a Ramallah e trasferito in Israele in un carcere di massima sicurezza. L'episodio portò con sé una lunga coda di polemiche perché Barghouti, in quanto parlamentare, era protetto dall'immunità. Ma Israele non volle sentire ragioni, e lo accusò di aver orchestrato una serie di attentati. Anziché appannarsi, tuttavia, la stella di Barghouti crebbe proprio in virtù della detenzione, offuscando anche le voci che in passato lo avevano dipinto come un dirigente un po' troppo amico degli israeliani.
Certo, la prigionia lo aveva tenuto distante dall'agone politico palestinese. Ma l'assenza gli ha anche consentito di non farsi invischiare troppo nelle lotte di potere interne all'Anp che hanno contraddistinto il tormentato rapporto fra Arafat e Abu Mazen. E ora, grazie alla mediazione svolta, sembra tornato al centro della scena nei panni del capo carismatico, di colui che dal carcere impartisce le direttive ai militanti e se ne fa garante di fronte all'assai meno popolare Abu Mazen.
Il messaggio di Barghouti ai gruppi armati, d'altronde, è stato chiarissimo: al momento agli occhi del mondo siamo noi (i palestinesi) ad essere percepiti come i nemici della pace. Quindi bisogna sfidare Sharon, metterne alla prova le reali intenzioni e costringerlo a uscire allo scoperto. Alla fine il suo vero volto emergerà.
Se davvero la tregua sarà formalizzata, la palla passerà effettivamente nelle mani del primo ministro israeliano, che dovrà ritirare le truppe dalle aree concordate con il responsabile palestinese per la sicurezza Mohammed Dahlan. Nel frattempo, fedele all'impegno di non dare segni di cedimento fino al raggiungimento del risultato, ieri ha fatto attaccare un commando di Hamas a Khan Younis, nella Striscia di Gaza, uccidendone due membri. L'episodio ha suscitato l'immediato tentativo di retromarcia da parte di Abdel Aziz Rantisi, portavoce di Hamas e membro dell'ala più intransigente del movimento, secondo il quale «firmare una tregua dopo i fatti di Khan Younis è impossibile».
La sensazione, tuttavia, è qualcosa di storico si stia muovendo nel mondo palestinese, dove Hamas ha iniziato da qualche mese a mettere in discussione la propria strategia - secondo l'analista di Haaretz Amira Hass in vista della trasformazione in partito politico a tutto tondo - e dove, grazie all'intervento risolutore di Barghouti, Abu Mazen potrebbe per la prima volta essere riuscito a imporre il proprio volere.
Tratto dal Riformista di oggi
Cordiali Saluti




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