IL TALLONE DI BUSH
di ENNIO CARETTO
All'appuntamento semestrale alla Casa Bianca, i leader dell'Ue trovano un George Bush in splendida salute ma una America in palese stato di malessere. Come osserva Stanley Hoffmann, il guru della università di Harvard, i poteri di guerra hanno conferito al presidente anche il controllo del Congresso. Tra i media, a parte il New York Times , nessuno ne contesta gli interventi armati all'estero né l'erosione delle libertà civili in casa, imposti in nome della difesa contro il terrorismo. E in una settimana, Bush riesce a raccogliere ben 10 milioni di dollari per la campagna elettorale del 2004, un record e una sfida ai nove pallidi candidati democratici. Nei sondaggi infine, pur perdendo lievemente terreno, il vincitore dei talebani e di Saddam Hussein rimane un presidente popolare. Al contrario, l'America è a disagio.
Nei 2 anni e mezzo dell'amministrazione Bush ha perso oltre 3 milioni di posti di lavoro, e la disoccupazione è salita al 6,1 per cento, il massimo dell'ultimo decennio. Da un attivo di quasi 300 miliardi di dollari, il bilancio dello Stato rischia ora di passare a un passivo di quasi 400 miliardi, a causa delle enormi spese militari, il 4 per cento del prodotto interno lordo, fuori dei parametri di Maastricht, se Washington fosse una capitale europea.
Sebbene il dollaro sia svalutato, il deficit commerciale si preannuncia ancora superiore. Wall Street è in altalena, come la fiducia dei consumatori. Certo, in termini di crescita l’Europa - il cui Pil quest’anno salirà solo dello 0,4% - sta molto peggio degli Usa (oltre il 2% nel 2003). Ma il rilancio si paga anche con un indebolimento delle già fragili tutele sociali. Nella crisi della finanza federale, i costi dell'assistenza e dell'istruzione vengono sempre più addossati ai singoli Stati dell'Unione, che devono tagliarli o perché obbligati dalle leggi a pareggiare il bilancio, o perché sull'orlo della bancarotta, come la California.
Per ora l'America risparmia le proteste al presidente: continua a vedere il lui il suo uomo forte, e ne accetta la tesi secondo cui l'economia e i servizi sociali risentono del trauma delle stragi dell'11 settembre del 2001, degli scandali in Borsa, e della avversa congiuntura mondiale. Ma la ricetta di Bush per la ripresa economica e la sua versione del welfare, «la compassione nella conservazione», sono monocordi e sperequativi: riduzione delle tasse e privatizzazione dei servizi. L'associazione Cittadini per la giustizia fiscale lamenta che metà della popolazione pagherà al fisco solo 100 dollari in meno all'anno, mentre l'uno per cento più ricco pagherà 100 mila dollari in meno. E ammonisce che le assicurazioni mediche «lasceranno la gente senza farmaci dopo pochi mesi».
L'economista Paul Krugman, uno dei pochi critici del presidente, non esclude che l'economia si riprenda per l’inizio del 2004, grazie soprattutto al governatore della Banca centrale (Federal reserve) Alan Greenspan che ieri ha tagliato di nuovo (meno 0,25%) il costo del denaro. Ma rileva che anche in tal caso un numero crescente di ammalati, di giovani, di anziani e di poveri - l'America che soffre, decine di milioni di persone - rimarrebbero privi di assistenza. E avverte che se l'economia non si riprendesse, il flusso di capitali stranieri, 500 miliardi di dollari annui necessari a finanziare i deficit Usa, diminuirebbe drammaticamente. Per Krugman, che previde il crollo della Borsa del 2001 dopo i ruggenti Anni Novanta, l'America è diventata «la repubblica dei debiti», come cittadini e come Stato, e Bush «il presidente dissipatore».
La denuncia dell'economista, un liberal, è partigiana, ma non è infondata. Presentatosi alle elezioni del 2000 come un pragmatico, Bush si è rivelato uno dei presidenti più ancorati alla propria ideologia della storia americana. E' falso che sia insensibile ai mali del Paese, ma dopo averli trascurati per condurre due guerre preventive si propone di curarli soltanto con il libero mercato. Un mezzo insufficiente, commenta ancora Hoffmann, il suo potenziale tallone d'Achille alle elezioni, se i democratici sapranno attaccarlo.
Indubbiamente l'America resta in condizioni economiche migliori dell'Ue e probabilmente si risolleverà per prima. Ma anche in questa prospettiva la bushnomics , la politica economica di Bush, minaccia di causare danni agli americani e di riflesso agli europei. Sta intaccando infatti le infrastrutture americane.
Per risanare la finanza pubblica e per rimediare agli squilibri sociali, l’America ha bisogno di maggiore trasparenza, di un regime fiscale davvero progressivo, e di una difesa del welfare , un impegno d'anni, sempre che non scateni altri conflitti e non ceda alle attuali tentazioni imperiali. Può darsi che Bush resti sordo al richiamo, ma nell'interesse comune l'Ue farebbe bene a ricordarglielo.
Ennio Caretto
www.corriere.it




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