de s' "Unione Sarda" de ariseru,
Una lingua comune e mille lingue speciali
Il problema della norma d’uso nel sardo di fronte alla babele delle terminologie gergali
Quanti linguaggi ci sono in una lingua? Come si formano e si riconoscono? Queste sono domande che il parlante comune spesso si pone di fronte alla Babele delle cosiddette lingue speciali. In diversi settori della vita quotidiana, la lingua comune viene “tradotta” con termini specialistici, e questi sono certamente ostici e non di rado evitati dai non “addetti ai lavori”. Si pensi a tachicardia e batticuore, a lombaggine e colpo della strega, a procrastinare e rinviare, a obliterare e annullare, a soccombere e perdere, a escussione e interrogatorio; anche a locuzioni fisse, quali evadere una pratica, coltivare un ricorso, emanare un decreto, adire le vie legali, licenziare le bozze e così via.
Per tacere di quelle espressioni per le quali il comune mortale non ha equivalenti opzionali: un istituto giuridico, un’istanza epistemologica, una persona giuridica. Si parla perciò di linguaggi speciali della medicina, dell’economia, dell’informatica, della politica, e soprattutto dell’amministrazione (il burocratese) e della giurisprudenza (la lingua del giure). Quest’ultima appare la piú “gergale” di tutte le lingue speciali, tanto da far dire a un serio studioso di diritto che “i giuristi sono curiosa gente che fa gran discorsi paludati e pomposi su cose che non ci sono, rivolgendosi in apparenze autorevoli a gente che non li capisce” (Uberto Scarpelli). In realtà, le espressioni del diritto si applicano a tutte le aree della pubblica amministrazione, in modo da invadere l’ambito macroscopico d’uso pratico di piú enti comunali, provinciali, regionali, statale e internazionale.
L’anti-italiano illustrato con ironia frizzante da Calvino mediante la descrizione della sofferta stesura da parte d’un carabiniere d’un verbale relativo a un furto, diventato un testo del tutto impenetrabile nella forma e nel contenuto, ha in verità tutta una serie di caratteristiche che ne spiegano la natura e la polifunzionalità. In primo luogo, la lingua speciale è una lingua che non ammette sinonimi, a differenza della lingua comune, dove la ricchezza sinonimica può persino venir elaborata per innalzare le doti d’una varietà “naturale” (si ricorderà la celebre strofa del Belli: Ma nnun c’è llingua come la romana, pe ddi una cosa co ttanto divario, che ppare un magazzino de dogana. Per essempio dimo ar cacatore, commido, stanziolino, nescessario, logo, ggesso, ladrina e mmonzignore). Nella lingua del giure, invece, non soltanto proprietà non è lo stesso di possesso o residenza non è uguale a domicilio, ma i termini spesso vengono dotati di specificazione obbligatoria (persona giuridica o fisica; reato colposo o preterintenzionale). In secondo luogo, ogni lingua speciale è priva di “connotati”, ossia di accezioni secondarie o di modi eufemistici per evitarli. Se non vogliamo dire che un nostro zio era alcolizzato, diremo semplicemente che non beve piú (senz’aggiungere alcol); se una donna non vuole svelare che ha la mestruazione, in Spagna potrà dire che sono venuti in visita la zia Giuseppina, il toro o persino i comunisti. Ma se un giovane è accusato di furto, il reato non ammetterà eufemismi (salvo, ovviamente, nella sua citazione nei giornali; eccone un bell’esempio dalle pagine di cronaca dell’Unione Sarda del 28 gennaio 1896: La distrazione d’un giovanetto. Accompagnato da due agenti di città ha visitato ieri i locali della Questura un giovinetto quattordicenne, che in un momento d’inopportuna distrazione si sarebbe, nell’atrio della stazione delle ferrovie reali, trovate le mani nelle tasche del barone cav. Giovanni Stocco di S. Eufemia). In terzo luogo, le lingue speciali non hanno un decorso storico “normale”, ma nascono attraverso processi plurimi di restringimento di significato, e restano perciò assai statiche nel tempo.
Certo, anche le lingue speciali devono adeguarsi ai ritmi della società e all’andamento della lingua comune, come già fece notare il Settembrini nel Settecento, ricordato per essere stato appunto nemico dei Borboni, dei Gesuiti e degli imperciocché. L’ha emulato Sabino Cassese nel 1993, quando ha diramato una circolare per le pubbliche amministrazioni invitando a sostituire grassazione con rapina e a cancellare è d’uopo da moduli, comunicati e atti amministrativi. L’antiitaliano delle lingue speciali s’è formato con processi di selezione durati a volte interi secoli e costati robuste campagne contro sussulti municipali e riscosse araldiche. Così è stato per la medicina e per le scienze naturali, dominio nel quale Antonio Vallisnieri esordì nel 1727 con un primo saggio di vocaboli tecnici finalmente in forma italiana e veste unificata (ivi compare mestruo, glossato prima con mesi, emanazioni lunari, ripurgamenti muliebri, flussi, profluvi, sgravi, evacuazioni uterine, lunari tributi); per il diritto, settore dove un chiaro spartiacque fra latino e italiano, è segnato dalla pubblicazione de Il dottor volgare del cardinale Giovan Battista De Luca nel 1673; o infine per la cucina, universo di tradizioni municipali compendiato e ammodernato mirabilmente da Pellegrino Artusi alla fine dell’Ottocento ne La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.
Oggi le lingue internazionali hanno tutte lingue speciali ben articolate e definite, ma le nuove lingue etniche che aspirano a uno standard ne sono ancora sprovviste. Per il sardo, come per il ladino, per il friulano o per altre lingue minoritarie, si pone inoltre il problema prioritario della chiara definizione della norma d’uso, della lingua comune. Perché soltanto conoscendo l’organizzazione profonda di quest’ultima si possono formulare poi le lingue speciali, e anche capire le possibilità di tradurre con mezzi propri concetti molto sofisticati, per i quali ogni singola lingua ha fatto delle scelte proprie. Così, nelle lingue correnti italiana e francese persona e personne hanno lo stesso significato, ma nella lingua giuridica italiana si distingue persona giuridica da persona fisica, mentre in francese la coppia equivalente è formalmente personne juridique e morale, e il contenuto di juridique non corrisponde appieno al significato italiano. In sardo campidanese personi (in logudorese carena) non significa “persona”, bensì “aspetto esterno della persona” (portari sa personi manna, in logudorese mannu de carena; o su síntziri m’at fatu totu sa personi a marándulas, le zanzare mi hanno causato gonfiori su tutto il corpo).
Conoscere la storia della lingua attraverso una ricerca organica dei documenti medievali è un secondo requisito che può recare rilevanti benefici nel momento di allestire un linguaggio giuridico o settoriale. Cosí, il latino ius, concepito come diritto soggettivo e oggettivo (norma e facultas agendi), è stato sostituito da directum (diritto, spagnolo derecho, francese droit), ma anche da ratio, da dove s’è avuto nel medioevo ragione (giudici di ragione), termine che è passato durante il dominio pisano in Sardegna, diventando esclusivo nella Carta de Logu. La lingua del giure, di conseguenza, può essere tradotta con sa limba de sa ragione. E nei testi di legge medievali troviamo anche bannu “multa”, preari “pignorare”, nunthare “notificare” (o mandare un avviso di garanzia), ormíniu “ordinanza” e tanti altri termini speciali. Ma lo studio attento del lessico sardo permette d’intravedere altre sorprese, quale l’uso generico di voci che in italiano rivestono significati specialistici: allegare “parlare” (allega ládinu “parla chiaro”), bisura “aspetto” (est a bisura legia), cardiare “guardare” (in italiano allegare, visura, cautelare), o che sopravvivono soltanto nell’isola di Gramsci (p.es. neche o nexi “colpa”, dal latino nex, necem “omicidio” e poi “senso di colpa per aver ucciso”).
Ricercare le potenzialità della lingua sarda comune e dei suoi linguaggi settoriali, indicando una via sicura per l’insegnamento e anche per la stesura di atti e documenti pubblici è compito precipuo dell’Università, dove verranno formati gli insegnanti, che a loro volta faranno conoscere nella scuola la lingua comune, e i professionisti che nella pubblica amministrazione avranno il compito di collaudare nella prassi quotidiana le scelte piú opportune per la rielaborazione o per la composizione di atti pubblici.
Bisogna formare, nel più breve tempo possibile, del personale che abbia una competenza interdisciplinare, e sappia affrontare le innumerevoli esigenze d’una lingua che aspira ad essere funzionale in tutti i domini della vita pubblica e nei rapporti formali. Come con molta lungimiranza già anticipava Carlo Denina con riguardo all’italiano postsettecentesco, i “funzionari della comunicazione sociale” hanno in mano una buona fetta del futuro della lingua sarda. Ma in Sardegna manca ancora una politica culturale e linguistica che organizzi le tre dimensioni summenzionate, assegnando a ciascuna obiettivi chiari di ricerca, didattica e pianificazione.
Eduardo Blasco Ferrer




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