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    Predefinito Articolo di Adolfo Battaglia

    Vi riporto un articolo di Adolfo Battaglia sull'Unione Europea, apparso su "Rinascita".
    Saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Se si ripercorre la storia dei trattati che nell’ ultimo mezzo secolo hanno segnato le tappe della unità europea, ci si accorge facilmente che le critiche rivolte oggi ai risultati della Convenzione non sono sostanzialmente dissimili da quelle indirizzate nel passato a ciascuno dei trattati. In effetti, non sono sfuggiti a un giudizio di insoddisfazione o di insufficienza nè il primo accordo che istituì la Comunità del carbone e dell’acciaio nel ‘51, nè quelli di Roma che realizzarono la Comunità economica e l’Euratom nel ‘56 , né l’Atto Unico dell’82, né il Trattato di Maastricht del ‘92, né quello di Amsterdam del ’97, né quello di Nizza del 2001 (si salvarono soltanto, forse, gli accordi diretti a istituire la Comunità europea di difesa: ma essi caddero nel ’54 sotto la spinta del nazionalismo francese e non furono mai ratificati).

    Malgrado quelle insufficienze, è un fatto che dopo ogni trattato la costruzione europea si è ogni volta irrobustita ed ampliata. E la semplice conclusione che ne è stata tratta è che ciò è derivato non tanto dalla qualità delle normative ma da un fatto politico, cioè dalle ragioni di fondo che stavano dietro il processo unitario: e che erano più forti di ogni imperfezione normativa e più convincenti di ogni opposto ideologismo..

    I due grandi fenomeni che caratterizzarono lo scorcio del secolo – l’affermarsi della globalizzazione e il crollo del sistema comunista mondiale – mutarono buona parte delle ragioni su cui l’unità europea si era costruita. Da una parte, la fine del duopolio delle superpotenze, e il disfacimento del blocco orientale, cambiava la base politica dell’integrazione. Dall’altra, la sua necessità era accelerata dalla creazione del mercato mondiale. Si rispose alla novità della situazione con gli atti che nel decennio 1991-2001 diedero nuovo volto all’Europa. Essa si dotò di una moneta unica a sostegno della sua integrazione economica e si allargò ai paesi dell’est per colmare il vuoto politico apertosi in quell’area. Furono atti di grande saggezza che incontrarono il sostegno di un insieme di forze più ampio di quelle che fin dall’inizio aveva sostenuto il processo unitario. E tuttavia, essi non rappresentarono una risposta sufficiente ai nuovi problemi che si ponevano: da un lato, l’ efficienza “tecnica”e l’equilibrio democratico delle istituzioni di un’Europa più larga; dall’altro, la definizione della piattaforma su cui erigere il ruolo politico dell’Unione nella nuova condizione internazionale. Da ciò, essenzialmente, scaturì l’idea della Convenzione europea presieduta da Giscard d’Estaing e della successiva Conferenza intergovernativa: che a Roma, in fine d’anno, dovrà fissare la Costituzione, o il Trattato istitutivo, dell’Europa a 25 Stati.

    E’ in questo quadro generale che occorre considerare i risultati dalla Convenzione. E perciò, più che un analisi puntuale delle sue singole proposte, sembra opportuna la valutazione del modo in cui esse rispondono alle principali questioni aperte. Si può così dire che sotto il profilo della capacità e delle efficienza delle istituzioni – la prima questione condizionante - la Convenzione ha prodotto un sforzo innovativo poderoso, che di molto attenua le preoccupazioni levatesi. La Convenzione offre uno schema normativo certamente imperfetto e criticabile da più punti di vista. Ma, nel complesso, ha disegnato una struttura europea nuova, più semplificata e più organica del precedente acquis communautaire, e tendenzialmente in grado di affrontare i nuovi problemi dell’Unione. E di fronte a tale schema - dopo le incertezze e gli errori da cui scaturì il grido d’allarme di Prodi - il problema politico che in concreto si pone non è altro che quello sottolineato dal Presidente Ciampi: impedire che la Conferenza intergovernativa compia passi indietro rispetto alla Convenzione.

    Sarebbe certo legittimo, e anzi culturalmente appassionante, iniziare nella Conferenza un giuoco di emendamenti migliorativi, Ma c’è il rischio che, politicamente, esso si trasformi in un boomerang. E’ assai difficile in verità che le norme varate in una sede dove erano presenti i rappresentanti di istituzioni comunitarie e nazionali, insieme a movimenti politici dotati di spirito europeo, possano essere migliorate in una sede dove sono presenti soltanto i rappresentanti dei Governi nazionali. C’è piuttosto il rischio opposto Se dunque la Conferenza acquisirà lo schema relativo al funzionamento delle istituzioni, limitandosi ad eliminare imperfezioni testuali e a sciogliere articoli poco chiari (in particolare l’art 24, cioè quello della decorrenza dal 2009 dei voti a maggioranza qualificata) essa avrà già fatto un utile lavoro. E va sottolineato naturalmente che molto dipenderà dall’impostazione e dalla qualità dell’azione che produrranno le presidenze delle due istituzioni cruciali, il Consiglio e la Commissione..Sono entrambe in mani italiane e dunque, per dirla in breve, speriamo che Dio ce la mandi buona.

    Giudizi diversi e più articolati debbono invece essere dati per quanto riguarda le due questioni politiche principali: quelle della politica estera e della politica di sicurezza e di difesa. Su esse, com’è noto, la Convenzione ha proposto il vincolo del consenso unanime per ogni decisione, e ha fatto così un passo indietro rispetto alle stesse insufficienti norme del trattato di Nizza. Ora, quelle sono esattamente le due questioni da cui dipende la possibilità di ruolo politico e anzi l’esistenza stessa dell’Europa nella scena internazionale. E non è dubbio che l’unanimità richiesta limiterà gravemente o addirittura impedirà l’uno e l’altra. Ma il fatto è che nel mondo globale proprio dagli assetti e dai ruoli internazionali finisce ormai per dipendere quasi tutto.

    Di fatto, nel mondo globale più che in qualsiasi altra epoca la concezione della vita internazionale e l’opera svolta in essa dalle nazioni, o dalle organizzazioni di nazioni, sono divenute le basi primarie delle politiche interne. E’ un fatto chiaro che a fondamento di queste non stanno tanto, ormai, le esigenze o le ideologie che furono proprie degli Stati nazionali sovrani. Sta invece l’assetto internazionale, poiché è esso che determina i caratteri fondamentali dei problemi interni e degli indirizzi che conseguentemente ne scaturiscono. Così, dalla presenza di una Unione capace di di forte ruolo nella determinazione della condizione internazionale. dipende largamente il progresso stesso della civiltà politica ed economica dell’Europa, e la sua possibilità di proiettarlo nel mondo. Sarebbe dunque di una gravita senza pari se in un momento decisivo per il continente - come questo momento è, e tanto più è in presenza di violente accelerazioni dei problemi e degli assetti - si faccia non un passo avanti ma addirittura un passo indietro rispetto ad accordi già insufficienti e prevalga una posizione che non può non essere definita intrinsecamente anti-europea.

    Alla sua origine politico-morale, al di la’ degli interessi economici, non sta altro che la ripresa di uno dei fenomeni storicamente più pericolosi della vita europea, tanto devastante quanto reazionario: il nazionalismo, i cui segni tornano a manifestarsi nella vita continentale sotto mille aspetti. Si è’ dunque in presenza di cose che devono essere considerato con estrema attenzione e viva preoccupazione. Si nota in genere che entro la Convenzione la posizione anti-europea è stata principalmente sostenuta dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Ma un minimo di analisi politica non può non identificare la profonda diversità del tragitto politico che le due nazioni stanno compiendo. La dirigenza britannica si propone con spirito europeo di realizzare una svolta storica nella vita del Regno Unito: rovesciarne la tradizionale posizione nazional-insulare e immetterlo a pieno titolo nell’Europa (e il Governo laburista incontra in ciò quelle resistenze dell’elettorato britannico che, in vista del decisivo referendum sull’ingresso nell’UEM , spiegano buona parte delle sue cautele tattiche). La dirigenza francese sembra compiere invece un cammino opposto. Essa parte da una posizione europea, poichè la Francia è stata elemento costitutivo del processo unitario, e giunge oggi a una posizione che taglia le gambe all’Europa. Sono riemerse a Parigi le posizioni, gli accenti e i toni del vecchio nazionalismo gollista, ispirato alla grandeur, che già negli anni ’60 bloccarono la Comunità europea, ruppero l’unità atlantica e ricomparvero poi più volte a dimostrare che il male era sotterraneo ma era sempre vivo (la stampa francese di questi mesi fa paura sotto tali profili). La Francia torna oggi all’idea che sia chiamata dalla storia a dirigere il continente, volta le spalle al corso storico in cui si è calata la progressiva unità dell’Europa, accarezza posizioni tedesche nazional-europee, diffida dei paesi dell’est, accentua la polemica ideologica contro il “modello americano”. E con coerenza sintomatica giunge al rifiuto di dare all’Europa possibilità di presenza efficace nella vita internazionale. La sua posizione non è tattica ma strategica. Come è strategica ogni posizione nazionalista che ostacoli quanto costituisce oggi la chiave vera dello sviluppo dell’Europa: cioè la possibilità di una reale politica estera e di sicurezza.

    Si è di fronte, perciò, a un tornante nella vita del continente. Una Europa “francese”, diretta e divisa da un direttorio sempre all’orizzonte, priva di capacità di intervento unitario sui problemi internazionali, carente di efficaci politiche di sicurezza, strutturalmente fiacca sotto il profilo militare, dotata di un modello economico in gravi difficoltà, chiusa nel protezionismo agricolo franco-tedesco ai danni del terzo mondo, ebbene, questa Europa non potrebbe essere un’entità credibile nella scena internazionale. Essa non sarebbe un soggetto politico autorevole ma un oggetto debole di politiche forti altrui. Rappresenterebbe cioè non un fenomeno di contrappeso degli Stati Uniti ma di subalternità alle pericolose tendenze unilateraliste che si manifestano nella superpotenza americana: una subalternità tanto reale quanto, naturalmente, vociante. Se c’è qualcosa di malagurato che l’Europa possa fare in favore dell’unilateralismo americano, invece di contrastarle con politiche adeguate, è esattamente quanto la Francia sta facendo per ostacolare lo sviluppo dell’entità europea. . L’Europa, per esistere e contare nel mondo, ha bisogno di ben altro, di altro respiro, e comunque non in contraddizione col cammino finora percorso.

    Torna dunque, in conclusione, la considerazione che si è accennata inizialmente. Al di là della qualità dei trattati, una volta acquisiti i presupposti di un efficace funzionamento istituzionale, il futuro dell’Europa dipende essenzialmente dalla battaglia politica. Ancora una volta xaranno gli svolgimenti di questa battaglia, le concezioni che in essa si affermeranno, le forze che vi prevarranno, a determinare gli ulteriori sviluppi del continente. Sarebbe in verità singolare che essi fossero positivi se venissero da una rottura col corso storico dell’Europa e fossero diretti da forze nazionaliste.

    Adolfo Battaglia

 

 

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