LA PERCEZIONE DELLO STRANIERO
PUNTI DI VISTA NELL’ITALIA DI OGGI
di Mariagrazia Gioiosa e Giovanna Hotellier
In queste pagine ci proponiamo di trattare gli stereotipi e le rappresentazioni dell’Altro rimasti latenti nel periodo postunitario ma ancora presenti nel senso comune odierno.
Già all’indomani dell’unità d’Italia,il razzismo era profondamente radicato nel Paese,poiché a seguito dell’incontro di due realtà così diverse quali il Nord e il Sud Italia,la diversità culturale dei meridionali venne considerata come segno di razza inferiore.Tuttavia il razzismo diventa pregnante durante il regime fascista.Quest’ultimo tentò di spostare completamente al di fuori dell’Italia ,sugli Africani colonizzati,gli stereotipi che avevano nutrito,e ancor oggi nutrono,il razzismo fra italiani.Lungo l’intero periodo coloniale e in in particolare dopo la vittoria italiana nella guerra d’Etiopia (5 maggio 1936) e la conseguente dichiarazione dell’impero fascista (9 maggio 1936) i discorsi razziali acquisirono nuova rilevanza.Cominciò una politica diversa per quanto riguarda i rapporti tra cittadini e i sudditi dell’impero,fondata sulla difesa del “prestigio della razza”Il regime fascista si trovò a combattere contro la consuetudine ormai consolidata delle unioni miste nelle colonie e con il conseguente meticciato.Il divieto delle unioni miste aveva una doppia funzione:quella di mantenere la purezza della razza italiana e quella di evitare la promiscuità. Intanto fino alla fine degli anni ’80 il sistema percettivo razzista, relativamente poco messo in discussione dopo la perdita delle colonie e la caduta del fascismo, è rimasto latente e tuttavia produttivo nel discorso comune, pur se in sordina. La latenza del razzismo è assai parziale: esso rimane attivo come sistema di pensiero in genrale e struttura inoltre i rapporti sociali con altre parti della popolazione. All’inizio degli anni ’80 il razzismo nei riguardi degli africani e di altri stranieri provenienti da paesi extraeuropei ancora non esiste nella consapevolezza comune ma comincia ad arrivare alla coscienza solo a partire dalla fine degli anni ’80 quando l’Italia da paese esportatore di forza lavoro è diventato un paese che importava forza lavoro straniera. Gli ex colonizzati si incontrano nello spazio metropolitano degli ex colonizzatori e non più nel loro spazio. A questo punto, a nostro parere, a seguito della massiccia penetrazione di immigrati in territorio nazionale diventa fondamentale, nella logica razzista, il concetto di “vischiosità” così come viene trattato da Sartre e da Zygmunt Bauman. Come egli stesso dice: “ (…)il carattere vischioso rovescia i termini della questione; la mia persona è all’improvviso coinvolta e compromessa; voglio allontanarmi ma rimane incollato, ma trascina, mi assorbe(…) Non sono più padrone (…) La sostanza vischiosa è come un liquido visto in un incubo, dove ogni sua proprietà è animata da una specie di vita propria che si rivolta contro di me(…) Se entro nell’acqua, se mi tuffo in essa, non mi sento a disagio poiché non ho alcuna paura di perdermi in essa; rimango comunque un solido immerso in un liquido. Ma se mi lascio sommergere da un elemento vischioso sento che potrei perdermi in esso(…) Entrare in contatto con il vischioso significa rischiare di dissolversi in esso”.
Secondo Bauman “ Vischiosità significa perdita della libertà ed essendo la libertà una relazione di potere ( sono libero solo e se posso agire secondo la mia volontà realizzando l’obbiettivo che mi sono preposto ) ne consegue che la vischiosità è una funzione delle mie capacità e delle mie risorse.” “Allora lo stesso principio di relatività che governa la costituzione della vischiosità, regola la costituzione del risentimento verso gli stranieri: l’acutezza dell’estraneità e l’intensità cresce relativamente alla mancanza di potere e diminuisce in rapporto alla crescita di libertà. Ci si può attendere che meno gli individui sono in grado di controllare le loro vite e le loro identità, più essi percepiranno gli altri come vischiosi, e cercheranno in modo più frenetico di districarsi, di staccarsi dagli stranieri, percepiti e sperimentati come una sostanza informe, che avvolge, soffoca e opprime. Lo straniero verrà allora percepito in modo diverso da chi detiene il potere e da chi è senza potere. Per i primi lo straniero è gradevole e “bizzarro”, per il secondo invece lo straniero è un elemento vischioso. Questi nel tentativo disperato di difendere il proprio territorio assediato reagiscono in modo rabbioso e concitato proprio come quando ci si vuole divincolare dalla presa avvolgente e immobilizzante di un elemento vischioso. Se i primi si rallegrano della varietà degli ospiti e si sentono orgogliosi di avere menti e porte aperte, gli altri digrignano i denti al pensiero della purezza perduta: il patriottismo benevolo dei primi si accompagna al razzismo degli altri. A questo punto ci sembra legittimo chiedersi: ” Ma davvero come dice Bauman la percezione dell’altro varia in relazione alle risorse di potere, o siamo tutti anche se in misura diversa, permeati da concezioni denigratorie dello straniero indipendentemente dalla nostra condizione sociale? A questo proposito ci sembra calzante l’esperienza vissuta da Kossi Komla-Ebri nel suo libro “Imbarazzismi”. Così scrive: “Quando ero in Francia un mio professore di fede liberista-avanguardista, che aveva una gran simpatia nei miei riguardi, mi invitava spesso a passare il fine settimana con la sua famiglia. Col tempo mi ero legato d’ affettuosa amicizia ai figli. Una sera dopo un servizio televisivo sull’intolleranza razziale, il prof. Salendo in cattedra declamò: “ Non riesco proprio a capire come fa la gente ad essere razzista. Vedi, tu qui da noi sei come uno dei nostri figli ti trattiamo alla pari, ti parliamo sempre senza atteggiamenti di superiorità, ti facciamo mangiare a tavola con noi… “ Dentro di me pensai “ tante grazie!” mentre lui concludeva: “Non abbiamo mai tenuto conto del colore della tua pelle. Vedi, noi non siamo razzisti”. Dissi: “ Sa, professore, a volte la gente è razzista senza saperlo, almeno finchè non è coinvolta in prima persona. Supponiamo per esempio, che m’innamorassi di sua figlia, e , contraccambiato la chiedessi in sposa, lei cosa direbbe?” Rispose: “ Beh… questa è un’altra cosa!” La nostra discussione si arenò lì. L’unica cosa strana è che da quella sera non mi ha mai più invitato a casa sua. Chissà mai perché?”
Ci sembra a questo proposito pertinente l’analisi di Goffman sul concetto di deferenza intendendo con questo termine uno strumento simbolico col quale si esprime ad una persona il proprio apprezzamento nei suoi confronti. Egli dice: “ Sembrerebbe che si cerchi di evitare una persona di status sociale più elevato per deferenza verso di essa, mentre si evita una persona di status sociale inferiore per preoccupazioni autoprotettive. Nella sua ricerca in un ospedale psichiatrico racconta che la signora Baum, che era in uno stato paranoide, proibiva alla figlia di farsi accendere una sigaretta da un sorvegliante negro poiché sembrava che pensasse che il contatto con una persona appartenente ad un gruppo nei confronti del quale essa aveva dei pregiudizi sarebbe stato contaminante.
Nel senso comune lo stereotipo dell’immigrato proveniente da un paese povero è l’immagine di un uomo sporco, primitivo, ignorante, portatore di malattie, miserabile e delinquente. Nel libro “La pelle giusta”, Paola Tabet in una ricerca condotta nelle scuole dell’obbligo di tutta Italia scrive che sono molti i bambini che affermano che: “ Questi africani sono tutti sporchi” perché, come dice un altro bambino si lavano “In media una volta al mese”. Sebbene possano farci sorridere queste espressioni, in realtà queste rappresentazioni non nascono dalla fantasia dei bambini ma fanno parte dell’immaginario collettivo sugli stranieri. Quante volte abbiamo sentito dire anche da adulti che “i neri puzzano di… “ ( il completamento della frase varia di persona in persona a seconda della diversa sensibilità olfattiva ma generalmente non si allontana molto da “stalla” o “cavallo”) ? Gli “extracumunitari” sono anche, nell’immaginario comune “portatori di malattie”. A questo proposito ci sembra adatta l’esperienza di una di noi due. “ Da qualche mese svolgo ormai un’attività di volontariato presso un centro di assistenza sanitaria per immigrati clandestini che ovviamente richiede uno stretto contatto-vicinanza con queste persone. Questa mia decisione ha suscitato tra le persone che mi circondano due reazioni prevalenti: da un lato l’entusiasmo, ma dall’altro molte persone si sono sentite in dovere di mettermi in guardia dicendomi di stare attenta a non prendere malattie strane. Addirittura mia madre, che essendomi così vicina sentiva più pesantemente la minaccia di eventuali problemi di salute, mi ha avvertito della diffusione tra queste persone di virus più potenti dei nostri che se per “loro” sono contenibili e guaribili, in quanto hanno difese immunitarie più sviluppate, per noi sono deleteri e difficilmente guaribili. Quando le ho chiesto dove avesse ricavato l’informazione non mi ha saputo rispondere… Dubito che la fonte sia scientifica!”
Ignorante è un altro degli aggettivi che viene spesso attribuito agli stranieri; ancora una volta in “Imbarazzismi” ci sembra di aver trovato un esempio esplicativo di quest’atteggiamento. Così parla Kossi Komla-Ebri: “Un’estate trovai lavoro come custode e curatore di cavalli da corsa in una fattoria. Il fratello del proprietario mi porto a fare il giro delle scuderie. Subito si informo:”Tu venire Brasile?”. Risposi: “No, vengo dall’Africa” “Tu conoscere cavalli?”. Risposi:”Questa è la mia prima esperienza, ma i cavalli mi hanno sempre affascinato”. Intanto eravamo giunti nel box di una bella giumenta rossiccia a cui il proprietario stava propinando dell’avena. Suo fratello disse ancora rivolgendosi a me: “Tu dare mangiare due volte al giorno cavalli e…” A questo punto il padrone lo interruppe dicendo:” Perché tu parlare così grande capo viso pallido Carlo? Guarda che lui è studente universitario al quarto anno di medicina e parla l’italiano meglio di te…” E persino fra giovani studenti con cui abbiamo a che fare tutti i giorni si ritrova questo tipo di convinzione ormai talmente radicata da suscitare stupore ed imbarazzo come accaduto qualche tempo fa a dei nostri amici. Questi studenti di ingegneria si arrovellavano intorno ad un problema che non erano riusciti a svolgere durante un esame; stavano parlando concitatamente delle possibili soluzioni quando un ambulante che passava di li, avendo sentito di cosa stavano discutendo, diede loro la soluzione del problema: era laureato in ingegneria! Quando vediamo persone “extracomunitarie” non si pensa mai che possano svolgere lavori da noi considerati decorosi; sono associati a mestieri come quello dell’ambulante, del lavavetri, del questuante e al limite dell’operaio. Potrebbero esserci svariati esempi a riguardo, scegliamo uno dei più divertenti citando ancora una volta Kossi Komla-Ebri: “ Un bel pomeriggio di primavera, Charles, un mio amico togolese, sposato con una ragazza italiana, portava a passeggio i suoi due figli, quello di due anni per mano e il piccolino di qualche mese nel passeggino, per le vie del giardino pubblico. Incrociarono due signore anziane. Una di loro, mossa da amorevole compassione, esclamò:” Oh, por diavul, ga tucà fa ul baby-sitter!”.
A proposito della criminalità, gli esempi sono superflui in quanto questo pregiudizio è profondato insito nelle coscienze della stragrande maggioranza dei membri della società. A tal riguardo Paola Tabet sottolinea il ruolo dei media nelle produzione della rappresentazione sociale dell’immigrato come criminale attraverso tre procedimenti: enfatizzazione del fatto criminale, rappresentazione miserabilista delle condizioni di vita, cancellazione degli aspetti ordinari della vita quotidiana per favorire la sopravvalutazione degli aspetti straordinari e devianti. Anche se non esplicitamente criminali, si pensa spesso all’”extracomunitario” come ad un soggetto che cerca di evitare il normale corso della legalità come in questo esempio che di nuovo ci viene offerto dal libro “Imbarazzismi” : “Avendo pensato mia moglie ed io d’adottare un bambino africano, mi recai al tribunale dei minori per informarmi sulle modalità e l’iter legale da seguire. Prevenuto da precedenti esperienze con la burocrazia, mi accomodai pazientemente sulla mia sedia nel corridoi, aspettando il mio turno. Quando infine fui introdotto, l’impiegata non mi degnò neanche di uno sguardo, intenta com’era a spulciare delle pratiche. Aspettai tranquillamente, fino a quando alzò gli occhi su di me dicendo:”Dica!” Io iniziai con:”Volevo chiedere informazioni sull’ad…” Ma lei senza ascoltarmi disse:”Deve andare in questura.” “Cosa c’entra la questura? Volevo solo…” Mi interruppe di nuovo chiamando un altro impiegato dalla stanza contigua:”Giorgio vuoi sentire tu cosa vuole questo qua? Io non ci capisco niente!” Feci tre respiri profondi per annegare l’adrenalina che mi stava già inondando tutto il corpo e dissi con calma:”Volevo sapere come fare per l’adozione di uno straniero, perché…” “Deve seguire la via regolare come tutti!” “Appunto, è per questo che...” “Perché cerca una corsia preferenziale per essere adottato?” Ci ho messo un pò a fargli capire che non ero io a voler essere adottato, ma che volevo adottare.
Spesso con i “nostri” pregiudizi ci troviamo ad oltraggiare il sè dell’Altro con atteggiamenti e parole che offendono la sensibilità altrui. Ci sembrano pertinenti le parole di Goffman:”Ciò che l’individuo protegge, investendo i suoi sentimenti, è un’idea di se stesso, e le idee non possono essere lese dai fatti e dalle cose, ma dalle comunicazioni (…) Se l’offesa è tale che le persone che l’hanno subita possono passarvi sopra senza perdervi troppo la faccia, è probabile che esse agiscano con tolleranza (…) Se l’offesa è grave, le persone offese possono ritirarsi dall’incontro o evitarne altri analoghi nel futuro, giustificando il loro ritiro col timore che incute chi viola il codice rituale.”
Ci sembra opportuno utilizzare le parole di Goffaman ancora una volta per concludere il nostro lavoro:”(…) Al di là delle differenze di cultura la gente è uguale dappertutto. Se gli uomini hanno una natura umana universale è inutile cercarne la spiegazione in loro stessi. Si deve piuttosto tener conto del fatto che dovunque le società, per essere tali, debbono mobilitare i loro membri come partecipanti che abbiano la capacità di autocontrollarsi negli incontri sociali. Un modo di mobilitare l’individuo a questo fine è il rispetto del rituale; gli si insegna ad essere percettivo, ad avere sentimenti connessi al proprio sé, ad avere orgoglio, onore e dignità, ad avere riguardo per gli altri, tatto ed una certa padronanza di sé. Questi sono alcuni principi di comportamento che debbono essere installati nell’individuo se vogliamo metterlo in grado di svolgere efficacemente il suo ruolo di interlocutore, ed è a questi principi che, almeno in parte, ci si riferisce quando si parla dell’universalità della natura umana.”




Rispondi Citando