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Discussione: Eroi o mercanti?

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    Predefinito Eroi o mercanti?

    Eroi o mercanti?

    | Lunedi 30 Giugno 2003 - 18:12 | |

    Negli anni della prima guerra mondiale - la Grande Guerra - uno dei più rilevanti maestri della sociologia, Werner Sombart, sottoponeva ai contemporanei e ai posteri uno stringente interrogativo. Questo interrogativo - storico per la contingenza del suo porsi ma eternamente valido per la sua essenza - sarebbe assurto a divisa di un modo di essere e di pensare, ponendosi come una Entscheidung radicale: si vuole essere eroi o mercanti?

    La scelta - titanica, come avrebbe detto Ernst Jiinger - proposta da Sombart era ed è tra il mondo borghese-insulare (anglo_americano) organizzato attorno al mercato e alle sue leggi e quello aristocratico-continentale (europeo) fondato sull’onore, il valore, la lotta e il dovere. Seducente dal punto di vista materiale, ma vile e decadente da quello morale, il primo si oppone al secondo, aspro, duro, coraggioso. È il mondo del cavaliere, del combattente, del prode che a nulla indulge, assorto nel suo compito, come il protagonista della celebre icona dureriana del cavaliere, la morte e il diavolo.

    Questo interrogativo - questa drammatica scelta decisiva tra due opposti inconciliabili - ha segnato, nel bene e nel male, tutta la storia del novecento e si prolunga nell’oggi con altrettanta e ancor più esasperata tensione.

    Vogliamo essere eroi o mercanti?

    Il contesto, di certo, è mutato. All’arrogante imperialismo del mercante otto-novecentesco si è sostituito il più subdolo fenomeno globalizzante: la mondializzazione economico-tecnologica che tutto omologa, in una palude senza fine, senza sfondi e senza fondo. È quel fenomeno che - come nota acutamente Simone Paliaga - trasforma gli uomini in schiavi. Li rende schiavi moderni o post-moderni: sono gli schiavi che accettano e amano la loro schiavitù, che vogliono le catene a cui sono avvinti. Sono gli schiavi che scambiano il dominio che li assoggetta per libertà, che confondono questo dominio con il benessere e il progresso, che lo vivono come la religione del futuro, che fanno dei loro vincoli le loro bandiere. Nella globalizzazione-mondializzazione, l’uomo reso schiavo accetta la “cupa religione della tecnica” - come scrive profeticamente Carl Schmitt - e cade nelle panie di una ragnatela che non gli da scampo. Questa ragnatela lo trasforma - suo malgrado - in un numero, in una invariabile matematica, in un microprocessore, in un frammento anonimo di quella diabolica realtà che è la rete: il ragno che attende la preda, sola! È il ragno che, mimeticamente, impersona, di volta in volta, la rete informatica, la rete consumistica, la rete pubblicitaria: tutte forme che catturano l’anima della vita e la vita dell’anima.

    L’antico mercante di Sombart è oggi la realtà della rete, il cui omologo speculare è il mercato mondiale: il vampiro nascosto che succhia la linfa di una società esausta, separandola sempre più dall’umanità e dalla natura. Confinandola in un incubo: nell’incubo generato dai sogni della ragione.

    Assorbito in questo “accogliente” incubo, l’uomo della modernità - o dell’ultra-modernità - non ha più alcun contatto con se stesso, con i propri simili e con la natura vivente. Non sente più gli odori, non percepisce i silenzi, non ascolta più la voce del vento, non vede più le stelle, non coglie la propria e l’altrui corporeità: non sente l’umanità come un valore, non percepisce il cosmo come la sua casa, il suo essere, il suo destino. Vive in un mondo artificiale, dove tutto è manipolazione: dal sesso ai sentimenti, alla malattia, alla morte, alla cultura, alla gioia, sino ai valori da sempre più sacri. Vive in un mondo che opera su di lui, facendone, lentamente, uno di quegli allucinati replicanti di cui sono avveniristica e terribile testimonianza tanti films. È un replicante che - nell’intreccio connivente e sradicante di bisogni artatamente imposti - sperimenta l’indigenza dello spirito e la povertà dell’animo: la povertà più povera di tutte le povertà.

    Quest’uomo, questo replicante - come scrive l’autore - è esonerato e collocato in uno spazio anch’esso esonerato: in un territorio appiattito, senza laghi, monti, boschi e promontori. Un luogo che si presenta come la versione cibernetica del detto “tutto il mondo è paese”.

    E l’eroe?

    In questo scenario di dominio impalpabile e di collettiva nevrosi da esonero è ancora possibile ipotizzare la presenza di un eroe? Dove per eroe s’intende un uomo conscio del suo essere tale. Un uomo che, in sintonia con la natura vivente, vive egli stesso l’autenticità della sua esistenza. Un uomo che coltiva la forza e l’intelligenza, la durezza e la dolcezza, senza bisogno di persuasori occulti, senza bisogno di occulti dominatori, senza dipendere dal denaro o dalle sue lusinghe. È un uomo resistente alle seduzioni della tecnologia e all’attrazione del nichilismo.

    La risposta - malgrado tutto - è ancora affermativa. Se ha generato i nuovi schiavi degli anonimi mercanti, la globalizzazione ha creato - quasi compensativamente - la coscienza del nuovo eroe: dell’eroe post-moderno o ultra-moderno.

    Egli incarna la coscienza di chi sa lottare in silenzio, con la forza pacata e irresistibile di chi sa di essere nel giusto, di chi sa attendere con la calma del costruttore di mondi. Coraggioso e tenace, il nuovo eroe vive l’esonero per combatterlo, si fa mimetico e proteiforme, aggredendo il sistema dall’interno. Sua è l’astuzia, ma sua è anche la vigile intelligenza di chi trova il fulcro su cui agirà la leva. La leva che può sollevare il mondo. Certo, tutto gli è contro, ma è proprio questo “avere tutti contro” che permette il dispiegarsi delle armi contro l’esonero, che permette di temperare la spada ideale delle battaglie: quelle durissime verso l’esterno, ma soprattutto quelle ben più insidiose che vanno combattute negli abissi dell’animo.

    In questa opera disperata, coraggiosa e “troppo umana”, due sono i fedeli compagni che possono sostenere il nuovo eroe e che l’autore ha puntualmente indicato: l’ordine e la comunità. L’ordine è il senso dell’autorità e della gerarchia. È la convinzione della sacralità che sacralizza l’esistere. È il pieno contrapposto al vuoto. La comunità, a sua volta, è la percezione di ciò che salva dall’annullamento. È ancora la partecipazione ad un destino comune: è la relazione che non omologa ma che esalta le specificità.

    Entrambi vanno nella direzione opposta alla globalizzazione appiattente: sono il segno di quell’universalità in cui il singolo si integra alla perfezione. Sono il simbolo di quella compiutezza in cui nell’uomo prende forma l’eroe, mentre il mercante ritorna ad essere nulla più di ciò che è e deve essere: una semplice funzione.

    Ancora una volta, dunque, la scelta tra l’essere eroe e l’essere mercante è la scelta a cui tutti sono chiamati. Ma anche la risposta è una chiamata.

    Claudio Bonvecchio
    prefazione al testo “L’Uomo senza meraviglia” Ar 2003






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    Predefinito

    Lascia Cornelio, lascia.

    Ti ringrazio io per tutti. Non c'è più terra per queste idee, credo, qui.
    Ed oltre tutto credo che sia arrivato il tempo della lotta e non più della semina. Quello si è esaurito.

    So cosa fate, nr mi parla. Andate avanti, quella è la strada.

    Un abbraccio, angelo.

 

 

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